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La cura del COVID oggi
Dal suo esordio ad oggi, abbiamo imparato molto su come gestire il COVID-19. Le cure sono diventate più mirate ed efficaci, anche se il modo in cui la malattia si manifesta può variare notevolmente tra le persone.
Per la maggior parte delle persone sane, oggi il COVID-19 si presenta come un‘influenza stagionale. Tuttavia, le manifestazioni possono spaziare dall’assenza completa di sintomi fino a casi gravi che richiedono il ricovero in terapia intensiva con supporto respiratorio.
Sebbene non esista ancora un farmaco che elimini definitivamente il virus, oggi disponiamo di strumenti terapeutici che aiutano a prevenire le complicazioni severe, specialmente nelle persone più vulnerabili. Il trattamento può includere antivirali, farmaci che modulano la risposta immunitaria e altre terapie di supporto, scelti in base alla gravità dei sintomi e alle caratteristiche del paziente.
Alcuni gruppi di persone hanno un rischio più elevato di sviluppare forme gravi: gli anziani e chi ha già altre malattie croniche necessitano di particolare attenzione.
Per questo motivo, il trattamento del COVID-19 si articola su tre livelli principali:
- Cura autonoma a casa per i casi lievi
- Trattamento a domicilio sotto supervisione medica
- Cure ospedaliere per i casi più seri
Complicazioni

Shutterstock/voronaman
Ancora oggi, seppure meno frequenti, le conseguenze di una forma grave di COVID-19 annoverano
- morte,
- insufficienza respiratoria,
- sepsi,
- tromboembolia (formazione di coaguli di sangue)
- e insufficienza multiorgano, comprese lesioni al cuore, al fegato o ai reni.
Quando rivolgersi al medico
Si raccomanda di rivolgersi al medico o direttamente in Pronto Soccorso in caso di:
- difficoltà a respirare, soprattutto a riposo,
- incapacità di formulare frasi complete e/o di senso compiuto,
- alterazione della coscienza (agitazione, confusione, letargia o perdita di coscienza)
- dolore persistente o senso di pressione al petto,
- pelle fredda umida, che diventa pallida o di colore bluastro,
- tosse con sangue,
- sviluppo di un’eruzione cutanea (come piccoli lividi) che non sparisce appoggiando sopra un bicchiere,
- ritenzione urinaria o grave oliguria (severa riduzione dell’emissione di urina),
- perdita della capacità di parola o di movimento,
o più in generale in presenza di altri sintomi anomali ed ingravescenti.
Pazienti fragili
Pazienti con problemi di salute preesistenti corrono un rischio maggiore di andare incontro a complicazioni, quindi è consigliabile rimanere sin da subito in contatto con il curante, come nel caso di :
- pazienti in terapia con farmaci immunosoppressori,
- cardiopatici,
- affetti da condizioni ai polmoni, al fegato o reumatologici,
- sieropositivi (HIV),
- diabetici,
- affetti da tumore,
- in condizione di obesità o demenza.
In questi pazienti è raccomandabile un’attenta valutazione della possibilità di ricorrere fin dai primi sintomi alla somministrazione di Paxlovid, un farmaco antivirale orale autorizzato specificatamente per il trattamento di soggetti
- adulti,
- non ospedalizzati
- ma ad alto rischio di sviluppare complicazioni.
A maggior ragione soggetti con sintomi gravi, e più in generale di chi necessita di cure ospedaliere, dovrebbe iniziarle il prima possibile.
Per una valutazione complessiva del farmaco e le domande più comuni fare riferimento all’articolo specifico (Paxlovid).
Rebound del COVID-19
Per “rebound di COVID-19” si intende la ricomparsa dei sintomi, oppure una nuova positività al test, 3–7 giorni dopo:
- la guarigione dall’episodio iniziale, oppure
- un test risultato negativo per SARS-CoV-2, il virus che causa il COVID-19.
Il rebound può verificarsi sia in chi ha assunto farmaci antivirali per il COVID-19 sia in chi non li ha assunti. I sintomi, di solito, sono lievi e tendono a risolversi in pochi giorni.
Gli studi indicano che, nelle persone che sviluppano un rebound dopo la terapia antivirale, non si osserva un aumento del rischio di malattia grave.
Se sei a rischio elevato di forme severe, i benefici del trattamento superano il rischio di rebound.
Fonte: CDC
Cosa fare a casa
La maggior parte delle persone guarisce oggi senza bisogno di cure ospedaliere; molti pazienti sviluppano fortunatamente forme lievi, spesso paragonate all’influenza stagionale o al raffreddore, e per questo necessitano al più di un trattamento esclusivamente sintomatico, mirato cioè ad alleviare i sintomi, che tipicamente prevede
- Riposo
- Assunzione costante di liquidi per prevenire la disidratazione
- Regolare nutrizione (una dieta per quanto possibile normale); soprattutto in pazienti anziani, e per questo ad alto rischio di riduzione di massa muscolare (sarcopenia), è necessario un regolare consumo di alimenti proteici
- Farmaci: Come suggerito dal Dr. Grattagliano, responsabile attività COVD-19 e vice-Presidente SIMG, nei casi sintomatici (per contrastare febbre, mal di testa e dolori muscolo-articolari) è ad esempio possibile valutare il ricorso a:
- paracetamolo (Tachipirina o equivalenti),
- antinfiammatori tradizionali (ketoprofene, ibuprofene a basse dosi, morniflumato, …) anche eventualmente in forma di collutorio in caso di mal di gola,
- antitussivi in caso di tosse stizzosa e frequente,
- lavaggi nasali ripetuti anche con sola acqua fisiologica.
- Promozione per quanto possibile del mantenimento in casa di una certa attività fisica (riducendo per quanto possibile l’allettamento), anche nell’ottica di prevenzione di eventi tromboembolici.
Con circolare del 26 aprile 2021 veniva confermata l’appropriatezza della vigile attesa, intesa come costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente.
Queste raccomandazioni hanno validità generica per tutti i pazienti che non siano in condizioni critiche, ma che anzi si riconoscano in infezioni lievi e moderate (circa l’80%, forse ad oggi anche di più).
Per pazienti a casa ma in condizioni diverse (ad esempio provenienti dall’ospedale ma non pienamente ripresi, con e senza necessità di ossigeno) le raccomandazioni sono più specifiche e l’assunzione di farmaci viene gestita in maniera più stringente dal curante, in genere in prosecuzione delle terapie prescritte in ospedale.
Tosse
In caso di tosse l’NHS inglese consiglia di
- evitare di sdraiarsi sulla schiena, meglio invece rimanere in posizione più eretta o sdraiati sul fianco;
- assumere un cucchiaino di miele (TASSATIVAMENTE VIETATO al di sotto dei 12 mesi di età).
Antifiammatori o paracetamolo?
Il paracetamolo, spesso conosciuto con il nome commerciale di Tachipirina®, è un farmaco che ha azione prettamente antidolorifica ed antifebbrile, con un effetto antinfiammatorio sostanzialmente trascurabile. Alcuni Autori ritengano preferibile orientare la scelta verso un antinfiammatorio (ibuprofene, ma spesso vengono nominati anche aspirina e nimesulide) allo scopo di prevenire l’abnorme risposta antinfiammatoria tipica di molti quadri complicati (tempesta di citochine), ma ad oggi nessun organismo nazionale ed internazionale esprime preferenze in merito (elenco non esaustivo):
Attualmente, non ci sono prove conclusive che indichino una netta superiorità di uno dei due farmaci, quindi la scelta del farmaco più adatto dipende principalmente dalle condizioni cliniche individuali del paziente e dalla natura dei sintomi da trattare.
Per approfondire: Tachipirina o Brufen in caso di COVID?
Saturimetro
Sebbene non si tratti di un farmaco, può essere precauzionalmente consigliato al paziente di monitorare la saturazione dell’ossigeno del sangue mediante un saturimetro da dito.
Antibiotici
L’azitromicina è un antibiotico che trova applicazione nella terapia di infezioni batteriche delle alte e basse vie respiratorie, del cavo orale, della cute e dei tessuti molli e nelle infezioni uro-genitali.
I risultati degli studi disponibili non giustificano l’uso di routine dell’azitromicina per ridurre i tempi di recupero o il rischio di ricovero in ospedale per le persone con sospetto COVID-19.
Il ricorso ad azitromicina (od altri antibiotici) trova quindi senso solo in caso di sovrainfezione batterica, ovvero di sviluppo di un’infezione batterica (ad esempio polmonare) nel paziente affetto da COVID-19.
Cosa NON fare a casa
Si raccomanda di valutare preventivamente con il proprio medico il ricorso a qualsiasi altro farmaco, evitando in particolare l’assunzione autonoma di principi attivi quali:
- Ivermectina: spesso suggerita in contesti poco professionali, è fermamente sconsigliata dall’EMA al di fuori di ristretti contesti di ricerca; seppure esistano alcune evidenze incoraggianti, ad oggi non disponiamo ancora delle necessarie prove che dimostrino un rapporto rischio/benefico chiaramente favorevole;
- Idrossiclorochina: L’utilizzo di clorochina o idrossiclorochina non è raccomandato né allo
scopo di prevenire né allo scopo di curare l’infezione. Gli studi clinici randomizzati ad oggi pubblicati concludono per una sostanziale inefficacia del farmaco a fronte di un aumento degli eventi avversi, seppure non gravi. Ciò rende negativo il rapporto fra i benefici e i
rischi dell’uso di questo farmaco perché:
- non riduce la mortalità,
- non riduce il numero di pazienti che necessitano di ventilazione assistita
- ed anzi è associata ad un sensibile rischio di effetti indesiderati.
La stessa OMS è fermamente contraria alla somministrazione di idrossiclorochina.
Cosa non fare SOLO dietro prescrizione medica
- Corticosteroidi (cortisone): ne è sconsigliata l’assunzione in autonomia come cura domestica, se non espressamente prescritta dal curante (vide infra);
- Eparine: L’uso delle eparine (solitamente le eparine a basso peso molecolare) nella profilassi degli eventi trombo-embolici nel paziente medico con infezione respiratoria acuta e ridotta mobilità è raccomandato dalle principali linee guida e deve continuare per l’intero periodo dell’immobilità. L’utilizzo routinario delle eparine non è raccomandato nei soggetti non ospedalizzati e non allettati a causa dell’episodio infettivo, in quanto non esistono evidenze di un benefico clinico in questo setting di pazienti / fase di malattia.
- Antibiotici: la malattia COVID-19 è un’infezione virale e, per questa ragione, di per sé del tutto insensibile all’azione degli antibiotici come l’azitromicina. Recenti studi clinici randomizzati ben condotti (che nella maggior parte dei casi valutavano l’efficacia dell’azitromicina) hanno dimostrato che l’utilizzo di un antibiotico, da solo o associato ad altri farmaci, con particolare riferimento all’idrossiclorochina, non modifica il decorso clinico della malattia. L’uso di un antibiotico può essere considerato solo quando si sospetta la
presenza di una sovrapposizione batterica, in rapporto al quadro clinico generale del paziente. Un ingiustificato utilizzo degli antibiotici può inoltre determinare l’insorgenza e il propagarsi di resistenze batteriche che potrebbero compromettere la risposta a terapie antibiotiche future. - Antivirali: Anche in questo caso si tratta di farmaci prescritti dal medico in specifiche condizioni, tipicamente pazienti ad alto rischio di progressione severa (vengono approfonditi in seguito).
Nirmatrelvir/ritonavir (Paxlovid)
Paxlovid è stato il primo farmaco antivirale orale ad essere stato autorizzato da EMA per il trattamento del COVID-19 in soggetti adulti, non ospedalizzati ma ad alto rischio di sviluppare una malattia grave da COVID-19.
Si tratta di un farmaco antivirale sviluppato da Pfizer la cui confezione contiene:
- 20 compresse di nirmatrelvir da 150 mg di colore rosa (per ridurre la capacità di SARS-CoV-2 di moltiplicarsi nell’organismo)
- 10 compresse di 100 mg di ritonavir di colore bianco (per prolungarne l’azione, consentendo a PF-07321332 di rimanere più a lungo disponibile in dosi sufficienti ad esprimerne l’effetto).
È oggi ritenuta la miglior scelta terapeutica per i pazienti ad alto rischio, mentre non è necessaria in pazienti affetti da forme lievi e/o a basso rischio di ospedalizzazione.
Il farmaco è stato autorizzato per il trattamento di
- pazienti adulti
- con infezione confermata e recente da SARS-CoV-2 (il trattamento dev’essere iniziato entro 5 giorni)
- con malattia lieve-moderata
- che non necessitano ossigenoterapia
- con condizioni cliniche concomitanti che rappresentino specifici fattori di rischio per lo sviluppo complicazioni, come ad esempio
- tumori,
- malattie cardiovascolari,
- diabete mellito non adeguatamente compensato,
- broncopneumopatia cronica,
- obesità grave.
Come si prende
La terapia ha una durata di 5 giorni ed avviene per bocca (in forma di compresse); il dosaggio raccomandato consiste in due compresse rosa ed una bianca da assumere insieme per bocca ogni 12 ore per 5 giorni. È molto importante che, nei pazienti considerati a rischio, la terapia venga iniziata il più precocemente possibile e comunque entro 5 giorni dalla prima insorgenza dei sintomi.
Il farmaco è disponibile anche attraverso le farmacie territoriali mediante la distribuzione per conto (DPC), potendolo quindi ritirare gratuitamente dietro presentazione di ricetta medica che potrà essere redatta anche dal proprio medico curante.
Nella maggior parte dei pazienti si osserva il recupero in un arco di tempo variabile tra pochi giorni e due settimane.
Effetti collaterali e controindicazioni
Tra i più comuni effetti indesiderati si segnalano disturbi gastrointestinali (nausea, diarrea e vomito), mal di testa e alterazioni del gusto.
È controindicato in pazienti affetti da gravi disturbi epatici o renali (eGFR< 30 mL/min), per i quali dovrebbe essere preferito un antivirale alternativo.
Interazioni
Poiché il farmaco è in grado di interagire con numerosi altri medicinali (tra cui alfuzosina, amiodarone, flecainide, alcuni antibiotici, colchicina, alcuni antistaminici, alcuni antipsicotici, iperico, inibitori delle 5-fosfodiesterasi come Viagra, ansiolitici come diazepam, triazolam, …) è importante che la sua assunzione avvenga sempre rigorosamente dietro prescrizione medica; a questo proposito è stata pubblicata una checklist da parte dell’FDA americana che evidenzia importanti avvertenze relative a più di 120 farmaci, tra cui spiccano importanti indicazioni ad esempio su:
- statine, farmaci per il controllo del colesterolo:
- lovastatina/simvastatina: fortemente controindicate, devono essere totalmente sospese durante la terapia antivirale, da 12 ore prima della prima dose a 5 giorni dopo l’ultima;
- atorvastatina e rosuvastatina sono associate a rischi inferiori, ma dovrebbero comunque essere sospese nei 5 giorni di terapie antivirale;
- pillola contraccettiva contenente etinil-estradiolo, richiede l’associazione di un altro contraccettivo fisico fino alla confezione successiva.
Remdesivir (Veklury)
Remdesivir è stato autorizzato nell’UE nel luglio 2020 con il nome di Veklury per il trattamento di COVID-19 in adulti e adolescenti a partire da 12 anni di età con polmonite che necessitano di ossigeno supplementare.
Successivamente le indicazioni sono state estese oggi prevedono
- trattamento del COVID-19 con polmonite che richiede ossigenoterapia supplementare,
- trattamento del COVID-19 nei soggetti “che non richiedono ossigenoterapia supplementare e presentano un aumento del rischio di progressione a COVID-19 severa”.
Remdesivir è un farmaco antivirale nato come trattamento per la malattia da virus Ebola e le infezioni da virus Marburg e la cui azione è quindi per definizione diretta contro il virus, ed è stato il primo farmaco approvato negli Stati Uniti ed in Europa specificatamente per il trattamento della COVID-19.
Inizialmente aveva sollevato qualche dubbio in seno all’OMS, per essere poi rivalutato ed approvato nel mese di aprile 22 dalla stessa organizzazione alla luce dei dati clinici più recenti resisi disponibili.
Come viene somministrato
La somministrazione avviene generalmente a livello ospedaliero perché mediante flebo in vena (infusione endovenosa); ogni dose richiede una tempistica compresa tra 30 e 120 minuti, una volta al giorno.
La dose raccomandata prevede:
- una singola dose iniziale di attacco (200 mg) il giorno 1;
- dosi quotidiane successive (100 mg) a partire dal giorno 2
per una durata prevista variabile in base alle caratteristiche del paziente:
- 3 giorni in “pazienti adulti che non necessitano di ossigenoterapia supplementare per respirare e presentano un aumento del rischio di progressione a COVID-19 severa”.
- 5-10 giorni in “pazienti adulti e adolescenti (di età compresa tra 12 e meno di 18 anni che pesano almeno 40 kg ) con polmonite e che necessitano di ossigenoterapia supplementare per respirare, ma che non sono sottoposti a ventilazione artificiale (mezzi “meccanici” utilizzati per assistere o sostituire la respirazione spontanea all’inizio del trattamento)”:
Quando assunto a scopo preventivo la terapia deve essere iniziata il prima possibile dopo la diagnosi di COVID-19 ed entro 7 giorni dalla comparsa dei sintomi.
Anticorpi monoclonali
Gli anticorpi monoclonali sono proteine prodotte in laboratorio che imitano la capacità del sistema immunitario di combattere i virus, ad esempio legandosi alla proteina Spike presente sulla superficie del virus con un duplice scopo:
- impedire l’ingresso del virus all’interno delle cellule dell’ospite
- fungere da marcatore per altri elementi del sistema immunitario, in grado così di riconoscere la presenza estranea e distruggerla.
Sono ad oggi autorizzati all’uso in Italia:
- casirivimab/imdevimab (Ronapreve®, vide infra)
- sotrovimab (Xevudy®),
- tixagevimab/cilgavimab (Evusheld®).
La popolazione candidabile alla terapia con i tre trattamenti è rappresentata da soggetti
- di età pari o superiore a 12 anni (e almeno 40 Kg),
- positivi al SARS-CoV-2,
- non ospedalizzati per COVID-19,
- non in ossigenoterapia per COVID-19,
- con sintomi di grado lieve-moderato
ma che sono ad alto rischio di malattia severa.
Affinché sia possibile la somministrazione l’infezione dev’essere di recente insorgenza (comunque da non oltre 7 giorni; il trattamento è possibile oltre i sette giorni dall’esordio solo in
soggetti con immunodeficienza che presentino specifiche condizioni).
Per tutte le tipologie di trattamento è prevista un’unica somministrazione endovenosa praticata in genere in ambiente ospedaliero.
L’efficacia degli anticorpi monoclonali può essere ridotta nei confronti di alcune varianti virali, per questa ragione la scelta del principio attivo può essere condotta caso per caso, ad esempio in base alle realtà locali e alla tabella di efficacia mantenuta dalla Stanford University.
Eparina
L’uso delle eparine nella prevenzione degli eventi trombo-embolici nel paziente con infezione da COVID e ridotta mobilità (per esempio allettato) è raccomandato dalle principali linee guida e deve continuare per l’intero periodo dell’immobilità, a prescindere che il paziente si trovi a casa o in ospedale.
Allo stesso tempo un utilizzo di routine nei soggetti non ospedalizzati e non allettati NON è raccomandato, perché non esistono evidenze di un reale benefico clinico.
Le eparine sono farmaci che agiscono da anticoagulanti, ovvero riducendo la facilità di formazione di coaguli nel sangue, e per questo sono comunemente prescritte per la prevenzione ed il trattamento di trombosi venosa profonda ed embolia polmonare.
Cosa succede in ospedale?
Sulla base delle numerose evidenze scientifiche accumulatesi negli ultimi mesi di pandemia COVID-19 per il trattamento dei soggetti ospedalizzati con COVID-19 l’attuale standard di cura è rappresentato dall’utilizzo di corticosteroidi ed eparina. (Fonte: AIFA)
A questi viene in genere affiancata l’ossigenoterapia e l’eventuale ventilazione meccanica (in terapia intensiva).
Per approfondire si rimanda alle raccomanda AIFA nel setting ospedaliero.
Corticosteroidi
I corticosteroidi (o più spesso popolarmente cortisonici) sono farmaci che vantano una spiccata azione antinfiammatoria ed antiallergica, grazie al loro effetto di modulazione sul sistema immunitario, la cui azione è ambivalente e per i quali effetti terapeutici e collaterali sono spesso facce diverse della stessa medaglia.
- Salvavita in caso di shock anafilattico
- Fonte di grande beneficio in caso di malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico o l’artrite reumatoide
- Eppure responsabili, tra l’altro, di una pericolosa soppressione del sistema immunitario, in grado di esporre il paziente ad altre infezioni.
Ad oggi vengono prescritti per la terapia domiciliare (casa) solo in pazienti
- con fattori di rischio di progressione di malattia verso forme severe,
- in presenza di un peggioramento della saturazione dell’ossigeno nel sangue che richieda l’ossigenoterapia
- ove non sia possibile nell’immediato il ricovero per sovraccarico delle strutture ospedaliere.
Queste limitazioni derivano dall’osservazione che l’utilizzo della terapia precoce con steroidi si è rivelata inutile se non dannosa in quanto in grado di inficiare lo sviluppo di un’adeguata risposta immunitaria.
Nel trattamento della COVID-19 l’uso di corticosteroidi trova quindi applicazione solo in alcuni casi specifici dove tuttavia, come emerso da una metanalisi degli studi disponibili ed in particolare dei dati provenienti da importanti studi randomizzati (quali RECOVERY e SOLIDARITY), è l’unico trattamento farmacologico che abbia dimostrato un
beneficio in termini di riduzione della mortalità.
Desametasone, prednisone, metilprednisolone ed idrocortisone sono i principi attivi più usati a questo scopo ma, è bene ribadirlo nuovamente, la somministrazione dei corticosteroidi è raccomandata solo in pazienti ospedalizzati, perché per loro stessa natura responsabili di un indebolimento delle naturali difese immunitarie del paziente (da un diverso punto di vista si può affermare che il rapporto rischio/beneficio diventa favorevole solo in casi gravi, quando la risposta dell’organismo fosse già palesemente abnorme e quindi controproducente).
Altri farmaci
Casirivimab e imdevimab
Casirivimab e imdevimab (nome commerciale Ronapreve) sono anticorpi monoclonali diretti contro la proteina Spike utilizzabili per il trattamento per i pazienti adulti e pediatrici di età superiore a 12 anni ospedalizzati per COVID-19, anche in ossigenoterapia convenzionale
(non ad alti flussi e non in ventilazione meccanica), ma con sierologia negativa per gli anticorpi IgG anti-Spike di SARS-CoV-2.
La posologia prevede un’unica infusione endovenosa.
Tra gli effetti collaterali associati all’infusione sono stati segnalati:
- nausea,
- brividi,
- capogiro (o svenimento),
- eruzione cutanea,
- orticaria,
- prurito,
- aumento della frequenza respiratoria (tachipnea)
- e rossore.
Tocilizumab
Tocilizumab (nome commerciale RoActemra®) è un anticorpo monoclonale con effetto immunosoppressore, già autorizzato in Italia per il trattamento di alcune forme di artrite e altre condizioni.
Il farmaco è stato inserito nell’elenco dei farmaci per il trattamento di soggetti adulti ospedalizzati con COVID-19 grave e/o con livelli elevati degli indici di infiammazione sistemica e più nel dettaglio pazienti ospedalizzati in severo e rapido peggioramento.
La posologia raccomandata per il trattamento di COVID-19 è una singola infusione endovenosa.
Baricitinib
Baricitinib (nome commerciale Olumiant) viene proposto anche dall’AIFA (peraltro già dall’anno passato) come possibile approccio per i pazienti “adulti ospedalizzati con COVID-19 grave, in
ossigenoterapia ad alti flussi o in ventilazione meccanica non invasiva, e/o con livelli
elevati degli indici di infiammazione sistemica”; è per questa ragione disponibile unicamente a livello ospedaliero.
Baricitinib è stata la prima molecola individuata mediante il ricorso a strumenti di intelligenza artificiale, quale molecola potenzialmente utile nei pazienti con COVID-19 sulla base di un duplice effetto:
- mitigazione della cascata infiammatoria (meccanismo alla base delle complicazioni più gravi)
- riduzione dell’ingresso del virus nelle cellule polmonari.
Il farmaco viene somministrato per os (per bocca, in forma di compresse), una volta al giorno per due settimane; si tratta di un medicinale già un uso per artrite reumatoide e dermatite atopica, e quindi relativamente ben conosciuto in termini di effetti indesiderati, che tra i più comuni annovera:
- aumento del colesterolo LDL
- infezioni del tratto respiratorio superiore (tra cui polmonite)
- mal di testa,
- riattivazione di herpes simplex,
- infezioni del tratto urinario.
È quindi lampante un effetto di immunosoppressione (riduzione delle difese immunitarie), che non dovrebbe sorprendere in quanto il meccanismo prevede un’inibizione di enzimi coinvolti nella trasmissione del segnale di citochine (mediatori dell’infiammazione)e fattori di crescita, implicati nella produzione delle cellule del sangue (tra cui i globuli bianchi) e più in generale nella risposta immunitaria.
Serve cautela in pazienti con disturbi renali, grave compromissione epatica (fegato), mentre non è utilizzabile nell’infanzia.
Anakinra
Anakinra (Kineret®) è un antagonista del recettore dell’IL-1 già autorizzato per il trattamento dell’artrite reumatoide ed altre condizioni meno comuni. Il suo utilizzo viene valutato in caso di soggetti adulti ospedalizzati con polmonite da COVID-19 moderata/severa ma non sottoposti a ventilazione meccanica.
Prodotto da un’azienda farmaceutica svedese, è una molecola usata principalmente per trattare l’artrite reumatoide, una malattia autoimmune, condizione in cui il sistema immunitario attacca per errore le proprie articolazioni causando dolore, gonfiore e perdita di funzionalità.
È un antagonista del recettore dell’interleuchina 1, una proteina prodotta dal sistema immunitario che la usa per favorire i processi infiammatori, ad esempio in caso d’infezione; l‘infiammazione diventa un problema quando è esagerata, aberrante, e si attiva in modo eccessivo, tanto da diventare pericoloso e controproducente.
Nella malattia COVID-19 è proprio questo secondo caso che si osserva, almeno nei pazienti che sviluppano complicazioni, attraverso la “tempesta di citochine”.
Vale la pena notare che gli studi recentemente pubblicati, ad esempio su Nature, dimostrano non solo questo effetto teorico, che rappresenta quello che si chiama plausibilità biologica, ma soprattutto un effetto tangibile sul paziente, attraverso l’evidenza di una riduzione della mortalità e/o della necessità di ventilazione meccanica invasiva.
La confezione contiene 7 siringhe preriempite per iniezione sottocutanea ed il trattamento è in genere di 10 giorni, ma è ovviamente usato solo in ospedale e in specifiche condizioni, quelle che ne rendono il rapporto rischio beneficio favorevole
Effetti indesiderati
Tra gli effetti indesiderati possibili si annoverano:
- Infezioni gravi, ad esempio, causate dalla stessa soppressione del sistema immunitario che si va cercando,
- alterazioni epatiche
- fastidi nel sito d’iniezione,
- mal di testa,
- nausea e vomito,
- diarrea,
- naso che cola,
- dolore a stomaco
- dolore articolare.
Rare le reazioni allergiche, ma possibili, ed infine aumenta temporaneamente i livelli circolanti di colesterolo.
L’iniezione viene praticata sottocute, quindi con ago piccolo, alterando tra addome, cosce, natiche e braccia.
Sarilumab
Sarilumab (nome commerciale Kevzara®) è un anticorpo monoclonale il cui uso può essere considerato per il trattamento di soggetti adulti ospedalizzati con COVID-19 grave e/o con livelli elevati degli indici di infiammazione sistemica e in condizioni cliniche rapidamente ingravescenti (in peggioramento).
Il medicinale è disponibile come siringa preriempita per somministrazione sottocutanea e prevede una somministrazione unica.
Linee guida OMS
Le più recenti linee guida OMS
- Therapeutics and COVID-19: Living guideline (10 novembre 2023)
- Clinical management of COVID-19: Living guideline (18 agosto 2023)
hanno introdotto alcune importanti novità, alla luce del fatto che l’infezione, ad oggi, il rischio di complicazioni si è notevolmente ridotto.
Le stime effettuate sulla base delle più recenti osservazioni prevedono che il tasso di ricovero per COVID-19 non grave sarà pari a
- 6% tra i pazienti ad alto rischio di ricovero ospedaliero, che includono quelli con diagnosi di sindromi da immunodeficienza, quelli sottoposti a trapianto di organi solidi e stanno ricevendo immunosoppressori e quelli con malattie autoimmuni che ricevono
immunosoppressori. - 3% tra i pazienti a rischio moderato di ospedalizzazione, che sono quelli con più di 65 anni, quelli con obesità, diabete e/o malattie croniche malattie cardiopolmonari, malattie renali o epatiche croniche, cancro attivo, persone con disabilità e persone con comorbilità di malattia cronica.
- 0.5% tra i pazienti a basso rischio di ricovero ospedaliero, che includono quelli che non sono né a rischio moderato né ad alto rischio. La maggior parte dei pazienti è bassa rischio.
Anche le stime del rischio di mortalità tra i pazienti con malattia non grave sono state riviste.
Di seguito si riporta infine l’infografica riassuntiva con gli interventi consigliati/sconsigliati (nelle righe) suddivisi per categoria di gravità dell’infezione (colonne); nella prima riga le indicazioni su come distinguere le categorie di pazienti.

Fonte: https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/373975/WHO-2019-nCoV-therapeutics-2023.2-eng.pdf?sequence=1
Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.