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- I sintomi del COVID oggi
- Varianti
- Quanto dura il COVID oggi?
- Dopo quanto si può riprendere?
- Distinguere COVID, raffreddore ed influenza
- Tempo d’incubazione
- È possibile prendersi la COVID e non manifestare febbre?
- Cosa significa asintomatico?
- I sintomi del COVID asintomatico
- Quanto dura il COVID asintomatico?
- Cosa fare per il COVID asintomatico?
- Regole in Italia
- Vaccino
- Tampone
- Come si previene la COVID?
- Le domande più frequenti
I sintomi del COVID oggi
È ormai esperienza comune che i sintomi assomiglino molto a quelli di un classico raffreddore, con disturbi tipici come:
- Naso chiuso e che cola (rinorrea)
- Affaticamento, stanchezza e senso generale di malessere
- Mal di gola
- Mal di testa, che in alcuni casi può essere diverso dal solito o più persistente (come vedremo più avanti)
- Starnuti
Anche la nuova variante XFG si presenta con questo tipo di sintomi e, sebbene questi siano i 5 più frequenti, possono comunque comparire anche altri disturbi come:
- Dolori muscolari
- Riduzione dell’appetito
- Tosse insistente
- Nausea e diarrea
- Febbre o febbriciattola – ma non è raro che l’infezione decorra anche senza febbre
Infine, anche se sempre meno comuni, restano possibili la perdita dell’olfatto e del gusto.
Situazione in Italia
- Nella settimana 1–7 gennaio 2026 si conferma un’ulteriore riduzione dei nuovi casi di Covid-19 notificati in Italia, che scendono a 1.462, rispetto ai 2.317 registrati nella settimana precedente. Il dato si colloca in un quadro di progressiva contrazione dell’attività diagnostica: nel periodo considerato sono stati effettuati 21.311 tamponi, in diminuzione rispetto ai 23.470 dei sette giorni precedenti. Nel complesso, l’andamento degli indicatori non suggerisce segnali di recrudescenza della circolazione virale a livello nazionale.
- Il numero dei decessi settimanali resta contenuto e mostra una lieve flessione, passando da 14 a 11. Anche questo indicatore si mantiene su valori assoluti molto bassi, coerenti con una fase di limitato impatto clinico dell’infezione nella popolazione generale.
- Sul piano territoriale, la Lombardia continua a concentrare la quota maggiore delle nuove diagnosi, con 1.138 casi, pur evidenziando un netto calo rispetto alla settimana precedente (2.080 casi), in parallelo alla riduzione dei tamponi effettuati. A distanza seguono Veneto (78 casi), Lazio (68), Emilia-Romagna (52) e Friuli Venezia Giulia (20). In diverse regioni e province autonome – tra cui Molise, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta – non si segnalano nuovi casi nel periodo in esame.
- Il tasso di positività nazionale si attesta al 6,9%, in ulteriore diminuzione rispetto al 9,9% della settimana precedente. Anche questo indicatore, fortemente influenzato dall’andamento lombardo, risulta nel complesso coerente con gli altri segnali epidemiologici e clinici disponibili e non appare indicativo di una ripresa generalizzata della trasmissione del virus.
- Per quanto riguarda la sorveglianza genomica, gli ultimi dati disponibili (relativi al mese di dicembre 2025, fino al 4/1/2026) evidenziano la co-circolazione delle varianti sotto monitoraggio XFG e NB.1.8.1, con una predominanza di sequenziamenti attribuibili al lignaggio PQ.17.
Importante
Le varianti più recenti di SARS-CoV-2 non sembrano provocare sintomi sostanzialmente diversi rispetto a quelli già noti nelle versioni precedenti del virus, anche se oggi l’infezione tende, nella maggior parte dei casi, a presentarsi in forma più lieve.
A differenza dei primi anni della pandemia, attualmente non disponiamo di studi aggiornati e solidi che descrivano con precisione i sintomi associati alle nuove varianti. Le informazioni a cui possiamo fare riferimento derivano soprattutto da osservazioni cliniche sporadiche – raccolte in ambito ospedaliero o ambulatoriale – oppure da resoconti individuali, fonti entrambe esposte a distorsioni significative, come il cosiddetto bias di selezione.
Ciò che ancora manca sono indagini epidemiologiche di ampio respiro, fondate su dati statistici robusti, in grado di offrire un quadro realmente attendibile e rappresentativo delle manifestazioni cliniche delle varianti più recenti.
Quando preoccuparsi
È importante prestare attenzione alla difficoltà respiratoria, che va segnalata immediatamente al medico e possibilmente monitorata con un saturimetro.
La gravità e la durata della malattia dipendono da diversi fattori, tra cui la vaccinazione, l’età, lo stato di salute generale e la risposta del sistema immunitario.
Fortunatamente le varianti più recenti sono meno aggressive e la popolazione ha sviluppato una maggiore immunità, sia grazie alla vaccinazione che a precedenti infezioni. Di conseguenza, è frequente osservare un decorso più lieve rispetto alle prime fasi della pandemia.
Tuttavia, è importante ricordare che:
- Alcune persone possono comunque avere bisogno di rimanere a letto per dieci giorni, soprattutto se fragili o in età avanzata.
- In alcuni casi si può arrivare al ricovero in terapia intensiva con rischio di morte.
- Possono svilupparsi complicazioni, seppur in un numero limitato di casi, principalmente in pazienti fragili.
A questo proposito l’OMS raccomanda di allertare immediatamente il medico in caso di
- mancanza di fiato
- disturbi del linguaggio, confusione o difficoltà di movimento
- dolore al petto.
Mal di testa lancinante?
È importante sottolineare un aspetto aggiuntivo riguardante il mal di testa: nel caso in cui si manifestasse un dolore alla testa con caratteristiche insolite – improvviso, intensamente doloroso e percepito come “senza precedenti” o lancinante – è fondamentale considerarlo una situazione di emergenza medica a prescindere e, in tali circostanze, è necessario recarsi immediatamente al Pronto Soccorso.
Sebbene sia improbabile che un mal di testa con queste caratteristiche sia correlato al COVID-19, potrebbe essere indicativo di altre condizioni mediche serie che richiedono attenzione immediata.
Varianti
I dati più recenti, riferiti ad inizio dicembre, confermano la persistente co-circolazione di diverse sotto-varianti della famiglia JN.1, attualmente monitorate a livello internazionale. Tra queste, continuano a essere prevalenti le varianti XFG che risultano le più frequentemente identificate nei sequenziamenti effettuati in Italia.
Variante XFG (Stratus)
Ricombinante dei lignaggi LF.7 e LP.8.1.2, la variante XFG è stata classificata dall’OMS come Variant Under Monitoring (VUM) il 25 giugno 2025, con una valutazione di rischio aggiuntivo basso e nessuna evidenza di maggior gravità né di perdita di efficacia dei vaccini attuali .
I dati globali mostrano però un vantaggio di crescita: nell’ultima settimana rilevata (7-13 luglio) XFG ha raggiunto il 49 % delle sequenze depositate, superando NB.1.8.1 in tutti i continenti con sorveglianza adeguata (datadot).
Anche l’ECDC l’ha inserita fra le varianti sotto monitoraggio il 27 giugno 2025 (ECDC), mentre in Italia l’ISS segnala che XFG (insieme a XFJ) è oggi uno dei lignaggi più frequentemente identificati nei campioni di maggio-giugno .
Le mutazioni aggiuntive nella proteina Spike (fra cui R346T, K444R e N487D) le conferiscono una moderata capacità di eludere gli anticorpi, ma gli esperti ricordano che l’impatto clinico resta minimo e che i richiami vaccinali JN.1/KP.2 continuano a offrire una protezione solida contro le forme gravi.
Variante JN.1
La variante identificata come JN.1 è una sottovariante di BA.2.86 (Pirola, vedi paragrafo precedente, da cui si differenzia per un’unica modifica sulla proteina spike), tanto che fino a poco tempo fa il CDC americano la raggruppava proprio con questa.
JN.1 è stata isolata per la prima volta negli Stati Uniti nel settembre 2023 e, proprio come la progenitrice, presenta numerose mutazioni che potrebbero rendere il virus più facilmente trasmissibile anche in caso di precedente infezione o vaccino.
In data 19 dicembre, in considerazione della sua rapida diffusione, l’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso di classificare la variante JN.1 come ‘variante di interesse’ a sé stante, separandola dal lignaggio di origine BA.2.86 (Pirola).
Al momento non ci sono comunque prove che esponga a un rischio maggiore per la salute pubblica rispetto alle altre varianti attualmente circolanti; vale quindi la pena di conoscerla più che altro perché alla data dell’8 dicembre questa variante rendeva conto di circa il 15-29% dei casi di COVID-19 negli Stati Uniti, per salire ulteriormente nelle settimane successive (39-50% al 23 dicembre).
Si prevede che l’immunità attuale della popolazione (sia quella naturale che quella derivante dalla vaccinazione booster con XBB.1.5) rimangano ragionevolmente efficaci contro questa variante, riducendo così l’impatto sui sistemi sanitari nazionali, anche se la continua crescita suggerisce che la variante sia comunque più trasmissibile o più efficace nell’eludere il nostro sistema immunitario rispetto ad altre varianti circolanti.
Quanto dura il COVID oggi?
La durata dei sintomi presenta una notevole variabilità: nei casi di infezione lieve i disturbi tendono a esaurirsi rapidamente, in tempo generalmente compreso tra i 2 e i 5 giorni, benché ci siano ancora casi più severi che si trascinano più a lungo.
È importante sottolineare, tuttavia, che la persistenza della positività virale, rilevabile mediante test diagnostici, può protrarsi significativamente oltre la risoluzione dei sintomi clinici.
Dopo quanto si può riprendere?
Purtroppo una delle caratteristiche peculiari osservate fin dalle prime varianti Omicron è la capacità di eludere le difese immunitarie acquisite mediante precedente infezione, in altre parole sembra che ad oggi venire contagiati e sviluppare la malattia conferisca una protezione inferiore al passato.
È quindi difficile stimare con precisione dopo quanto si possa riprendere, ma tendenzialmente “ad ogni diffusione di nuova variante” sembra essere la risposta più plausibile.
Distinguere COVID, raffreddore ed influenza
Parafrasando quello che scrive il governo inglese sul proprio sito
I sintomi di COVID-19 e di altre infezioni respiratorie sono molto simili tra loro. Non è possibile distinguere tra COVID-19, influenza od altra infezione respiratoria sulla base dei soli sintomi, ma [fortunatamente, aggiungo io] la maggior parte dei pazienti svilupperà un decorso relativamente lieve, soprattutto se vaccinato. Fonte: gov.uk
Le cliniche Mayo hanno comunque tentato un confronto generale:
| Segni e sintomi | COVID-19 | Raffreddore | Influenza |
|---|---|---|---|
| Mal di testa | Comune | Raro | Comune |
| Tosse | Comune (secca) |
Comune | Comune |
| Dolori muscolari | Comuni | A volte | Comune |
| Stanchezza | Comuni | A volte | Comune |
| Starnuti | Raramente | Comune | Raramente |
| Mal di gola | Comune | Comune | Comune |
| Naso chiuso | Comune | Comuni | Comune |
| Febbre | Comune | A volte | Comune |
| Diarrea | A volte | Mai | Soprattutto nei bambini |
| Nausea e/o vomito | A volte | Mai | Soprattutto nei bambini |
| Perdita di olfatto e/o gusto | Comuni | A volte | Raro |
Tempo d’incubazione
Il tempo d’incubazione generalmente associato all’infezione da COVID-19 è di circa 5 giorni (con una forbice compresa tra 2 e 14), ma fin dalla variante Omicron sembra avere progressivamente mostrato un esordio più rapido, spesso datato attorno a 3-4 giorni circa.
Uno studio pubblicato su Jama aveva confermato l’ipotesi, rilevando che i tempi d’incubazione medi sono così diminuiti:
- Alpha 5 giorni
- Beta 4,50 giorni
- Delta 4,41 giorni
- Omicron e 3,42 giorni.
È possibile prendersi la COVID e non manifestare febbre?
Non solo è possibile venire contagiati dalla COVID-19 e non manifestare febbre, ma è un evento sempre più comune.
Fin dai primi mesi di diffusione del virus Sars-Cov-2 è stato chiaro come alcuni pazienti contraessero l’infezione senza tuttavia manifestarne i sintomi, pensiamo ad esempio ai bambini soprattutto nel primo anno della pandemia, ma ad oggi quest’evenienza è resa ancora più comune dalla diffusione della vaccinazione, che tra le diverse possibili evoluzioni contempla anche il venire contagiati e sviluppare solo sintomi moderati o addirittura nessun sintomo.
È quindi possibile affermare che:
- sebbene la febbre rimanga un sintomo fortemente correlato all’infezione, tanto che qualsiasi soggetto con alterazione della temperatura corporea dovrebbe essere sottoposto a tampone (casalingo o professionale) di verifica,
- l’assenza di febbre non depone affatto per una sicura esclusione della patologia, è quindi assolutamente ragionevole che soggetti esposti al rischio di contagio (ad esempio per contatti stretti con pazienti positivi) si sottopongano a loro volta ad un test rapido o molecolare di verifica.
Va peraltro segnalato come diversi pazienti manifestino i sintomi prima di positivizzarsi al tampone, che potrebbe richiedere alcuni giorni di decorso della malattia prima di fornire un risultato corretto (la spiegazione più probabile è una più pronta reazione del nostro organismo in seguito ad un precedente contatto con il virus, eventualmente anche da vaccino); questa è la ragione per cui diversi organismi sanitari consigliano la ripetizione del test in caso di sintomi eclatanti e/o persistenti.
È possibile manifestare brividi di freddo senza febbre?
Sì, la comparsa di brividi è sicuramente possibile in caso di contagio e potrebbero comparire anche in assenza di febbre (anche se tipicamente i brividi di freddo si sviluppano durante l’aumento di temperatura, mentre al contrario la discesa dei valori è associata ad un senso di caldo che spesso si associa anche ad importanti sudate, spesso notturne).
Cosa significa asintomatico?
E poi c’è chi è positivo, scoprendolo magari in seguito ad un tampone fatto a seguito di un contatto a rischio, ma rimane asintomatico.
Asintomatico significa privo di sintomi, significa venire contagiati, quindi risultare positivi al tampone, ma non sviluppare nemmeno un sintomo.
I sintomi del COVID asintomatico
La definizione di COVID-19 asintomatico implica, per sua stessa natura, l’assenza di sintomi manifesti.
In ambito medico-scientifico, una patologia che non presenta sintomi evidenti viene talvolta definita “sub-clinica”, ovvero che si sviluppa senza manifestazioni evidenti, rimanendo rilevabile solo attraverso specifiche indagini diagnostiche, come nel caso del COVID-19, mediante test molecolari.
Nel linguaggio medico più specialistico, il termine “paucisintomatico” viene impiegato per descrivere condizioni patologiche che si manifestano con sintomatologia molto attenuata rispetto alla presentazione classica. È rilevante notare che molte delle varianti virali attualmente in circolazione tendono a manifestarsi in forma paucisintomatica (mediante leggeri sintomi parainfluenzali, paragonabili a quelli di un raffreddore).
Quanto dura il COVID asintomatico?
Sebbene non vi siano sintomi per definizione, il test molecolare può rimanere positivo per diversi giorni.
Cosa fare per il COVID asintomatico?
Dal punto di vista clinico, non sono necessarie particolari misure, salvo evitare attività che possano compromettere significativamente il sistema immunitario, come partecipare a competizioni sportive impegnative come una maratona (si ricordi il caso del paziente zero in Italia, che è stato ospedalizzato in seguito allo sforzo di una maratona, un’attività che può causare una temporanea depressione del sistema immunitario, facilitando la proliferazione virale).
Un esempio analogo è l’herpes labiale, che spesso si manifesta in seguito a periodi di stress, carenza di sonno, alimentazione inadeguata, eccessivo consumo di alcolici o altre situazioni che mettono a dura prova l’organismo.
Allo stesso modo, nel caso del COVID-19, è importante non creare condizioni favorevoli allo sviluppo dell’infezione durante momenti di vulnerabilità immunitaria.
È fondamentale ricordare che anche i soggetti asintomatici possono trasmettere il virus, rendendo necessario l’isolamento.
Regole in Italia
Attraverso un provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri del 7 agosto 2023 è stata cancellata la necessità di isolamento per i soggetti positivi al Covid-19, in altre parole per i soggetti risultati positivi al tampone non è più obbligatorio l’isolamento.
Sei positivo?
Qualora si risulti positivi a un test molecolare o antigenico, si raccomanda comunque di continuare a osservare le stesse precauzioni applicate per la prevenzione dalla trasmissione della gran parte delle infezioni respiratorie e in particolare è utile:
- Indossare una mascherina chirurgica o FFP2 se si entra in contatto con altre persone.
- In caso di sintomi rimanere a casa fino a risoluzione degli stessi.
- Prestare attenzione a una corretta igiene delle mani.
- Evitare ambienti affollati.
- Evitare il contatto con persone fragili, immunodepresse, donne in gravidanza, ed evitare di frequentare ospedali o RSA.
- Informare le persone con cui si è stati in contatto nei giorni immediatamente precedenti alla diagnosi, soprattutto se anziane, fragili o immunodepresse.
- Contattare il proprio medico curante se
- si è persona fragile o immunodepressa,
- i sintomi non si risolvono dopo 3 giorni
- le condizioni cliniche peggiorano.
Hai avuto un contatto con un soggetto infetto?
Anche per le persone che siano venute a contatto con casi accertati di Covid-19 non si applica più alcuna misura restrittiva, ma si raccomanda semplicemente attenzione all’eventuale comparsa di sintomi suggestivi di Covid-19 (febbre, tosse, mal di gola, stanchezza) nei giorni immediatamente successivi al contatto (che dovrebbero eventualmente essere verificati con un tampone).
Quando sono obbligatorie le mascherine?
Ad oggi non sono più previsti casi in di obbligo dell’uso delle mascherine, a meno di regolamenti specifici delle strutture; dal 1° luglio 2024 cade infatti come previsto anche l’ultimo obbligo previsto in tema di mascherine, ovvero l’obbligo per i lavoratori, gli utenti e i visitatori:
- delle strutture sanitarie all’interno dei reparti che ospitano pazienti fragili, anziani o immunodepressi, specialmente se ad alta intensità di cura, identificati dalle direzioni sanitarie delle strutture sanitarie stesse;
- delle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali.
Si passa dunque dall’obbligo alla raccomandazione, con l’invito per i direttori sanitari responsabili di valutare necessità ed esigenze della propria struttura.
Vaccino
Con la campagna antinfluenzale per la stagione 2025/26 viene portata avanti parallelamente anche una campagna nazionale di vaccinazione anti COVID-19 con l’utilizzo dei vaccini più recenti.
Il vaccino utilizzato sarà un formulato aggiornato contro la variante LP.8.1 del SARS-CoV-2, attualmente predominante. In Italia, sarà disponibile il Comirnaty LP.8.1, approvato da EMA e AIFA, di cui è prevista una somministrazione annuale di richiamo.
L’infezione pregressa da SARS-CoV-2 (anche recente) non costituisce una controindicazione alla vaccinazione.
La dose di richiamo viene offerta attivamente alle seguenti categorie di persone:
- Persone di età pari o superiore a 60 anni
- Ospiti di strutture per lungodegenti
- Donne in gravidanza (in qualsiasi trimestre), nel periodo postpartum o in allattamento
- Operatori sanitari e sociosanitari, inclusi studenti e personale in formazione nelle strutture assistenziali
- Persone dai 6 mesi ai 59 anni con elevata fragilità, cioè affette da una delle seguenti condizioni:
- Malattie croniche respiratorie (asma grave, BPCO, fibrosi cistica, displasia broncopolmonare, fibrosi polmonare idiopatica, ipertensione polmonare, embolia polmonare, ossigenoterapia)
- Patologie cardiovascolari severe (cardiopatie congenite e acquisite, coronaropatie, scompenso cardiaco, post-shock cardiogeno)
- Malattie cerebrovascolari
- Diabete mellito tipo 1 o tipo 2, morbo di Addison, panipopituitarismo
- Patologie neurologiche gravi (SLA, SM, distrofie muscolari, paralisi cerebrali infantili, miastenia, malattie neurodegenerative)
- Obesità con BMI >30
- Insufficienza renale cronica o in dialisi
- Emoglobinopatie (talassemia major, anemia falciforme, anemie croniche severe)
- Tumori solidi o ematologici (in trattamento, in attesa di trattamento o entro 6 mesi dalla fine delle cure)
- Trapiantati d’organo solido in terapia immunosoppressiva
- Trapiantati di cellule staminali ematopoietiche (entro 2 anni o con GvHD cronica in trattamento)
- Pazienti in attesa di trapianto
- Pazienti trattati con cellule CAR-T
- Immunodeficienze primitive (es. sindrome di DiGeorge, Wiskott-Aldrich, immunodeficienza comune variabile)
- Immunodeficienze secondarie a trattamenti immunosoppressivi (corticosteroidi ad alte dosi, immunosoppressori, biologici)
- Asplenia anatomica o funzionale, inclusa pregressa splenectomia
- Infezione da HIV con AIDS conclamato o CD4+ <200 cellule/μl
- Malattie infiammatorie croniche intestinali e sindromi da malassorbimento
- Cirrosi epatica o epatopatie croniche gravi
- Sindrome di Down
- Disabilità gravi ai sensi della legge 104/1992, art. 3 comma 3
È fortemente raccomandata anche la vaccinazione di conviventi, familiari e caregiver di soggetti con gravi fragilità, al fine di ridurre il rischio di trasmissione.
È possibile e consigliata la co-somministrazione del vaccino anti-COVID-19 aggiornato con altri vaccini stagionali, in particolare quello antinfluenzale, salvo diverse indicazioni cliniche specifiche.
Infine, si sottolinea l’importanza di una tempestiva segnalazione di eventuali reazioni avverse attraverso i canali predisposti da AIFA (anche da parte dei cittadini) e l’attivazione di percorsi vaccinali facilitati grazie al coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale, Pediatri, Farmacie e strutture ospedaliere e territoriali.
Per approfondire: Vaccino anti-COVID
Tampone
Per diagnosticare le attuali varianti restano validi gli approcci tradizionalmente usati anche nei mesi precedenti, ovvero test rapidi e molecolari (clicca qui per leggere le differenze).
Come si previene la COVID?
Sul British Medical Journal, Nutrition Prevention and Health è stato pubblicato uno studio che correla una dieta plant-based e ricca di pesce, ovvero imperniata sul consumo di alimenti di origine vegetale e pesce come fonte proteica animale, con un minor rischio di infezione.
Questo in realtà non stupisce, anche alla luce del fatto che:
- Ormai è opinione comune della maggior parte degli autori che una dieta di questo tipo sia ottimale in termini di prevenzione generale, penso a tumori, malattie metaboliche ed eventi cardiovascolari, e quindi dovremmo comunque farla nostra.
- È ormai fatto noto che chi rischia di più in caso di infezione sono i soggetti sovrappeso ed affetti da malattie croniche, entrambi aspetti che fondano la loro prevenzione proprio sullo stile di vita.
La dieta, l’attività fisica ed anche la serenità interiore sono aspetti chiave ed imprescindibili, lo sa Goffredo, che per nulla al mondo farebbe cambio con una vita di agi in ufficio, e ne era consapevole già la Scuola Medica Salernitana un millennio fa quando scriveva
Se ti mancano i medici,
siano per te medici queste tre cose:
l’animo lieto, la quiete e la moderata dieta.

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Le domande più frequenti
Quanto tempo sopravvive il virus sulle superfici?
Bisogna tuttavia considerare che i dati finora disponibili, essendo generati da condizioni sperimentali, devono essere interpretati con cautela (ad esempio la semplice presenza di RNA virale non indica necessariamente che il virus sia vitale e potenzialmente infettivo).
L’utilizzo di semplici disinfettanti (alcool, candeggina, ...) è in grado di uccidere il virus.
Fonte: Ministero
Dopo quanti giorni si diventa negativi al COVID?
Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.