Chi ha avuto il COVID può riprenderlo? Immunità e reinfezione

Ultima modifica

(Segue trascrizione del video)

Ci si può reinfettare con COVID-19? Dopo averla presa, è possibile venire contagiati di nuovo? A distanza di tempo? Di quanto tempo? E i rischi sono gli stessi della prima infezione?

Le risposte a queste domande sono ancora vaghe e si basano perlopiù su opinioni, ipotesi, modelli e purtroppo ancora pochi studi perché gli anni trascorsi dall’inizio di tutto questo caos sono ancora limitati. Posto quindi che non abbiamo ancora alcuna certezza, per assurdo disponiamo di molti più dati relativi ai vaccini e le relative diverse casistiche (una, due o tre dosi, vaccino più infezione, infezione più vaccino, …) e che la possibilità d’insorgenza legata a nuove varianti rende ancora più complicato, probabilmente impossibile, arrivare a definire informazioni certe e scolpite nella pietra, oggi vorrei portarti le conclusioni a cui sono arrivati due diversi studi piuttosto recenti, anzi per inciso il secondo non è propriamente uno studio pubblicato, ma per i nostri scopi di oggi è comunque interessante. Sono datati rispettivamente ottobre e novembre 2021 e pubblicati su due delle più prestigiose riviste medico-scientifiche del mondo, Nature e il The New England Journal of Medicine.

“I soggetti che siano stati infettati da SARS-CoV-2 possono aspettarsi di essere reinfettati entro 1-2 anni, a meno che non prendano precauzioni come farsi vaccinare e indossare mascherine, secondo la previsione di modelli basati sulle relazioni genetiche tra SARS-CoV-2 e altri coronavirus.”

Queste sono le parole con cui esordisce lo studio su Nature, che vanno nella direzione che un po’ tutti temiamo, ma che è apparsa sempre più evidente con il trascorrere dei mesi: anche i soggetti immunizzati in modo naturale, ovvero in contrapposizione ai vaccinati, possono aspettarsi di venire nuovamente contagiati, o prima o dopo, a seconda di fattori quali stato del proprio sistema immunitario e grado di esposizione al virus.

Covid e reinfezione

Shutterstock/GoodStudio

Questo studio è frutto di un modello matematico che ha preso in considerazione anche virus simili di infezioni passate, come la MERS e il raffreddore, quindi il risultato va sicuramente soppesato e, come si dice, preso con beneficio d’inventario, ma quello che ne è uscito è che sostanzialmente la malattia potrebbe diventare endemica.

Facciamo un veloce ripasso delle definizioni:

  • Una malattia è pandemica quando si diffonde rapidamente su vastissima scala, ad esempio tutto il mondo in pochi mesi come l’attuale COVID-19.
  • Una malattia è epidemica quando colpisce quasi simultaneamente un insieme di persone, ma con una ben delimitata diffusione nello spazio e/o nel tempo, ad esempio l’influenza stagionale in inverno. Un modo carino che ho trovato per ricordare la differenza tra epidemia e pandemia e che la seconda, “P”andemia, ha il “P”assaporto per andare ovunque nel mondo, è cioè un’epidemia che viaggia molto.
  • Una malattia è endemica quando è costantemente presente, o molto frequente, in una popolazione o territorio, ad esempio la malaria in alcune zone asiatiche ed africane, tipicamente con livelli elevati ma più o meno costanti nel tempo.
  • Una malattia sporadica, te lo dico giusto per completezza, è invece una condizione che si presenta in modo non frequente e soprattutto imprevedibile, senza alcuna regolarità.

Perché siamo arrivati a parlare di questo? Perché secondo gli autori dello studio la COVID-19 potrebbe diventare una malattia endemica, seppure su scala molto vasta, trasformandosi cioè da un’emergenza mondiale ad una presenza costante , magari caratterizzata da periodiche epidemie, ma in qualche modo sotto controllo. È tra l’altro lo stesso pensiero anche del CEO di Pfizer, che in una recente intervista ha espresso lo stesso parere, ipotizzando però che questo passaggio avvenga non prima del 2024 o comunque quando le popolazioni potranno godere di una sufficiente immunità da vaccini o da precedenti infezioni, tali per cui si riuscirà a tenere sotto controllo trasmissioni, ricoveri e decessi nonostante la circolazione del virus. E questo purtroppo potrebbe anche succedere con passi diversi, le nazioni dove le vaccinazioni hanno avuto maggior diffusione potrebbero raggiungere prima questa condizione… l’ennesima triste dimostrazione di come la storia non cambi mai… piove sempre sul bagnato…

Il TheAtlantic a mio avviso sintetizza alla perfezione questa idea, scrivendo che la parola “endemica” è usata per descrivere il punto in cui il pericolo del virus si riduce fino ai livelli dell’influenza o, meglio ancora, del raffreddore. Nella sua definizione tecnica, tuttavia, endemica è un termine che descrive un equilibrio, un punto in cui l’immunità acquisita in una popolazione è bilanciata dall’immunità persa. L’immunità può essere acquisita attraverso la vaccinazione o l’infezione naturale e può essere persa attraverso la naturale diminuzione della risposta immunitaria, l’insorgenza di nuove varianti o più semplicemente il turn-over della popolazione, quando cioè vengono a mancare anziani immuni e nascono bambini nuovamente suscettibili. In questa situazione l’impatto di un agente patogeno diventa molto più prevedibile e stabile, seppure magari con periodiche fluttuazioni legate ad esempio alla stagionalità.

E arriviamo quindi a parlare del secondo studio, quello di cui ti accennavo in apertura, ma in questo caso te la faccio breve: Quatar, dopo la prima ondata circa il 40% della popolazione era entrata in contatto con il virus. Due successive ondate, rispettivamente da variante alfa e poi da variante beta: com’è cambiato il rischio di nuova infezione e soprattutto di mortalità?

Sì, le persone sono tornate ad essere positive, seppure con una probabilità sensibilmente inferiore rispetto a quelli mai venuti in contatto, ma fortunatamente i casi di reinfezioni vedevano abbattersi del 90% il rischio di ospedalizzazione o morte. L’autore conclude senza una risposta con le stesse domande che ci siamo già posti:
Quanto dura questa protezione? Magari come per il raffreddore, ovvero assoluta per un breve periodo e poi tendente alla diminuzione ma mantenendo un’immunità più a lungo termine verso le complicazioni?

Boh? Possibile… Speriamo… perché potrebbe essere la strada verso l’agognato andamento endemico…

Inizialmente l’abbiamo paragonata per gravità all’influenza stagionale… poi l’abbiamo paragonata alla Spagnola sperando che come questa automagicamente sparisse, possibilmente senza la stessa drammatica e devastante scia di morti, ora mi sembra che iniziamo a rassegnarci al fatto che dovremo conviverci… Sicuramente come esseri umani non siamo bravi a fare previsioni, ma vorrei chiudere con un concetto scientifico davvero fondamentale: “Tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili”. Pensare che la realtà combaci con un modello o che un modello sia una previsione del futuro, è un’ingenuità tipica di molte persone ed un errore più o meno consapevole commesso da tanti giornalisti e divulgatori in cerca del titolo, dovremmo invece tutti quanti, io per primo, abituarci all’idea che le risposte sono il frutto di approssimazioni successive, di graduali avvicinamenti a modelli più funzionali che possono richiedere tempo, anche tanto tempo, anche perché devono adattarsi ad un ambiente in perenne mutamento e tutt’altro che statico.

Panta rei, tutto scorre e tutto cambia, e la scienza non può fare altro che rincorrere una realtà in continua evoluzione, ecco la ragione di questi cambi di prospettiva, ecco perché si parla di attendere ulteriori dati: non è miopia della scienza, al contrario, è la lungimiranza dettata dalla consapevolezza che una quantità limitata di dati potrebbe nascondere anomalie statistiche, fattori confondenti o eventi impossibili da prevedere.

Fonti e bibliografia