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Gennaio 2026, Italia: stabili i nuovi casi
- Nella settimana 1–7 gennaio 2026 il quadro epidemiologico nazionale evidenzia un’ulteriore riduzione dei nuovi casi di Covid-19, che scendono a 1.462 rispetto ai 2.317 rilevati nei sette giorni precedenti. Il dato si inserisce in un contesto di ulteriore contrazione dell’attività diagnostica: i tamponi effettuati sono 21.311, in diminuzione rispetto ai 23.470 della settimana 25–31 dicembre 2025. Nel complesso, l’andamento degli indicatori non suggerisce un’intensificazione della circolazione virale a livello nazionale.
- Il numero dei decessi risulta in lieve calo, passando da 14 a 11, e si mantiene su valori assoluti contenuti, coerenti con una fase di bassa pressione clinica e di impatto limitato dell’infezione sui servizi sanitari.
- Dal punto di vista territoriale, la Lombardia continua a concentrare la quota maggiore delle nuove diagnosi (1.138 casi), pur facendo registrare un marcato calo rispetto alla settimana precedente (2.080 casi), in parallelo alla riduzione dell’attività di testing. A distanza seguono Veneto (78 casi), Lazio (68), Emilia-Romagna (52) e Friuli Venezia Giulia (20). In diverse regioni e province autonome – tra cui Molise, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta – non si registrano nuovi casi nel periodo considerato.
- Il tasso di positività nazionale si riduce al 6,9%, in calo rispetto al 9,9% della settimana precedente. Anche questo indicatore, influenzato in modo rilevante dall’andamento lombardo, non segnala una ripresa generalizzata della circolazione virale e risulta coerente con un quadro epidemiologico complessivamente stabile e a bassa intensità.
In sintesi, il quadro epidemiologico nazionale appare complessivamente stabile, con segnali di lieve attenuazione della circolazione virale rispetto alla settimana precedente, pur in presenza di marcate differenze territoriali.
Fonti statistiche:
Quali varianti?
Per quanto riguarda la sorveglianza genomica gli ultimi dati disponibili (relativi al mese di dicembre 2025, fino al 4/1/2026) evidenziano la co-circolazione delle varianti sotto monitoraggio XFG e NB.1.8.1, con una predominanza di sequenziamenti attribuibili al lignaggio PQ.17.

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Incubazione
Il periodo d’incubazione del COVID, ovvero il tempo che trascorre tra il contagio e la comparsa dei sintomi, è andato via via riducendosi nel tempo; ad oggi si stima essere mediamente attorno ai 3-4 giorni.
Sintomi del COVID oggi
I sintomi dell’infezione da JN.1 e sottovarianti sono molto simili a quelli delle precedenti varianti di Omicron e non sono responsabili di forme di malattia più severe.
Tra gli attuali sintomi più comuni dell’infezione da COVID figurano:
- febbre e brividi,
- tosse
- fiato corto
- stanchezza
- dolori muscolari e articolari
- mal di testa
- mal di gola
- naso chiuso o che cola
- perdita di appetito
- diarrea.
Febbre, raffreddore e mal di testa sembrano comunque i più comuni; rara, ma ancora possibile, l’alterazione di olfatto e gusto, mentre alcuni autori suggeriscono che JN.1 potrebbe causare più frequentemente diarrea rispetto alle varianti precedenti, ma non disponiamo ancora di dati certi a sostegno di ciò.
Presumibilmente ancora numerosi i casi di infezione asintomatica (senza sintomi).
I sintomi di COVID-19 non mostrano più significative differenze rispetto ad altre infezioni respiratorie; non è pertanto più possibile distinguere tra COVID, influenza o raffreddore sulla base del solo quadro clinico (anzi, si pensano essere sempre più comuni le infezioni che decorrono come un raffreddore).
La maggior parte dei pazienti svilupperà comunque un decorso relativamente lieve, soprattutto se vaccinato.
Nota importante
La sintomatologia del COVID-19 ha subito una notevole evoluzione nel corso della pandemia, manifestandosi in modi sempre più diversificati tra i pazienti. Questa variabilità rende oggi complessa una caratterizzazione univoca della malattia.
È importante evidenziare che, contrariamente ai primi anni di diffusione, attualmente si riscontra una carenza di studi scientifici aggiornati e affidabili sui sintomi specifici delle nuove varianti del virus, fortunatamente anche e soprattutto grazie alla diffusione di varianti decisamente meno aggressive. Questa lacuna nella letteratura medica comporta diverse conseguenze:
- Informazioni limitate: Le descrizioni dei sintomi attualmente in circolazione spesso derivano da:
- Resoconti aneddotici di singoli pazienti o medici
- Esperienze cliniche limitate, provenienti da ambulatori o ospedali
- Possibili bias: Queste fonti di informazione sono soggette a bias di selezione, in quanto non rappresentative dell’intera popolazione colpita dal virus.
- Mancanza di dati su larga scala: Si avverte l’assenza di studi epidemiologici estesi e statisticamente robusti, che sarebbero necessari per:
- Fornire un quadro accurato e rappresentativo dei sintomi
- Analizzare le differenze sintomatologiche tra le varianti più recenti
- Identificare eventuali nuovi pattern nella manifestazione della malattia
È quindi consigliabile approcciarsi con cautela alle informazioni sui sintomi, privilegiando fonti autorevoli e aggiornate, come le linee guida delle principali organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali.
Quanto dura il COVID?
L’attuale forma di COVID-19 presenta caratteristiche simili alle manifestazioni più recenti della malattia. Per i soggetti che contraggono il virus e sviluppano una forma lieve dell’infezione, la durata dei sintomi è generalmente contenuta, oscillando tra i 2 e i 5 giorni.
Questa osservazione suggerisce alcuni punti importanti:
- Continuità stagionale: Nonostante le differenze climatiche, il comportamento del virus sembra mantenere una certa coerenza tra le stagioni.
- Variabilità individuale: È fondamentale ricordare che la durata e l’intensità dei sintomi possono variare da persona a persona, in base a fattori come l’età, lo stato di salute generale e lo stato vaccinale.
- Forme lievi prevalenti: La maggior parte dei casi si presenta con sintomatologia lieve, probabilmente grazie all’immunità di popolazione sviluppata attraverso vaccinazioni e infezioni precedenti.
- Necessità di monitoraggio: Anche se i sintomi sono lievi e di breve durata, è consigliabile consultare un medico in caso di peggioramento o persistenza dei sintomi oltre i 5 giorni (immediatamente in caso di soggetti fragili).
Per quanto si è contagiosi?
Il periodo di massima contagiosità inizia indicativamente 1-2 prima della comparsa dei sintomi e persiste almeno fino a 2-3 giorni giorni dopo l’inizio dei sintomi, anche se alcuni pazienti potrebbero continuare a essere portatori del virus fino a una settimana dopo la comparsa dei sintomi.
Test e tamponi
Ad oggi l’unico modo per stabilire con ragionevole certezza un’infezione da COVID è ancora con il tampone, con le solite differenze di sensibilità e specificità tra rapido e molecolare.
Per una verifica autonoma è tuttora possibile ricorrere ai test COVID nasali rapidi da fare a casa.
Cosa fare in caso di contagio?
La maggior parte delle persone colpite dal COVID-19 manifesta sintomi lievi e può guarire a casa. Per alleviare i disturbi, si possono assumere (meglio se previo parere medico) farmaci da banco come paracetamolo o ibuprofene.
Da un punto di vista legislativo non ci sono più direttive specifiche, ma si consiglia di rimanere a casa ed evitare il contatto con altre persone, soprattutto se fragili (vedi dopo).
Cosa fare a casa
L’NHS inglese consiglia di:
- Riposare e ricaricare le energie: il corpo ha bisogno di forze per combattere il virus.
- Rimanere idratati: bere molta acqua e altri liquidi per aiutare il sistema immunitario.
- Monitorare la temperatura: tenere d’occhio la febbre e contattare il medico se supera i 38°C.
- Alleviare i sintomi: usare farmaci da banco come paracetamolo o ibuprofene per il mal di testa o la febbre.
- Isolarsi: rimanere in una stanza separata, se possibile, per proteggere gli altri familiari.
- Arieggiare gli ambienti: aprire le finestre regolarmente per migliorare la circolazione dell’aria.
- Seguire una dieta sana: mangiare cibi nutrienti per sostenere il sistema immunitario.
- Mantenersi in contatto: utilizzare il telefono o le videochiamate per non sentirsi isolati.
- Praticare tecniche di rilassamento: provare la meditazione o gli esercizi di respirazione per ridurre lo stress.
- Contattare il medico: se i sintomi peggiorano o si hanno difficoltà respiratorie, chiedere subito assistenza medica.
- Non sdraiarsi sulla schiena in caso di tosse, meglio sul fianco o la posizione seduta.
- Non utilizzare un ventilatore per rinfrescare la stanza, poiché potrebbe diffondere il virus.
- In caso di mancanza di fiato non farsi prendere dal panico perché potrebbe peggiorare la situazione.
Pazienti a rischio
In caso di pazienti a rischio di sviluppare una forma grave della malattia, esistono terapie che possono ridurre la probabilità di ricovero ospedaliero o decesso. Questi trattamenti devono essere prescritti da un medico e necessariamente iniziati entro 5-7 giorni dalla comparsa dei sintomi. Per questa ragione è importante segnalare al medico l’eventuale dubbio di contagio ai primi sintomi, anche se lievi.
Le categorie più a rischio di sviluppare forme gravi includono:
- Anziani (specialmente over 65, con rischio crescente all’aumentare dell’età)
- Persone non vaccinate o con vaccinazione non aggiornata
- Soggetti con patologie pregresse come malattie polmonari croniche, problemi cardiaci o sistema immunitario compromesso
Mantenere aggiornata la vaccinazione anti-COVID riduce sensibilmente il rischio di forme gravi, ospedalizzazione e decesso.
Per approfondire: Come si cura il COVID nel 2025?
Vaccinazione
Il vaccino Comirnaty LP.8.1, approvato da EMA e AIFA, verrà offerto come richiamo annuale alle categorie a rischio. È prevista la co-somministrazione con il vaccino antinfluenzale, e si raccomanda il coinvolgimento attivo di medici di base, farmacie e strutture sanitarie per facilitare l’adesione alla campagna.
Aggiornamento dicembre 2025: Il gruppo consultivo dell’Oms sulla composizione dei vaccini Covid raccomanda l’adozione dell’antigene monovalente LP.8.1, ritenuto più efficace nel generare una risposta anticorpale ampia contro le varianti attualmente circolanti, pur ribadendo che i vaccini basati su JN.1 restano valide alternative e che la vaccinazione non va rimandata. La decisione si basa su dati immunologici che mostrano una migliore neutralizzazione dei derivati di JN.1, oggi dominanti a livello globale, mentre resta limitata l’efficacia contro varianti antigenicamente più distanti come BA.3.2.
Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.