COVID o influenza? Differenze e sintomi per distinguerle (nel 2025)

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Influenza o COVID?

Influenza e COVID sono entrambe malattie respiratorie contagiose, ma sono causate da virus diversi.

E i sintomi? Chiariamolo fin da subito, le due infezioni NON possono essere distinte in base ai sintomi, perché per la maggior parte condivisi. Entrambe le infezioni possono manifestarsi con uno spettro di possibili segni e sintomi piuttosto ampio e variabile, ma per la maggior parte sovrapponibile.

È ormai diventato davvero difficile, meglio sarebbe dire impossibile, distinguere tra influenza stagionale e COVID-19 basandosi solo sui sintomi, perché le manifestazioni sono molto simili (febbre, mal di gola, tosse, dolori muscolari, stanchezza, mal di testa, … tra gli altri).

Se in passato alcuni indizi deponevano fortemente per l’ipotesi COVID (come la perdita improvvisa di gusto e olfatto), con le nuove varianti anche questi sintomi caratteristici si sono fatti più rari. Inoltre, entrambe le infezioni possono presentarsi in forme più o meno severe, da molto lievi fino a quadri più importanti.

Per questo motivo, l’unico modo per avere una diagnosi certa è eseguire un tampone.

Nel frattempo, indipendentemente dalla causa, è importante riposare, idratarsi bene e monitorare i sintomi. In caso di peggioramento (come difficoltà respiratorie o febbre molto alta e persistente, è necessario rivolgersi al medico).

I sintomi nel dettaglio

Per entrambe le infezioni si può osservare una completa assenza di sintomi (infezione asintomatica) oppure quadri clinici più evidenti, caratterizzati ad esempio da febbre alta, dolori diffusi e sintomi respiratori come naso congestionato e tosse.

Secondo i CDC americani i sintomi più comuni e condivisi comprendono:

I medici delle cliniche Mayo hanno invece preparato un interessante confronto in forma di tabella:

Segni e sintomi COVID-19 Raffreddore Influenza
Mal di testa Comune Raro Comune
Tosse Comune
(secca)
Comune Comune
Dolori muscolari Comuni A volte Comune
Stanchezza Comuni A volte Comune
Starnuti Raramente Comune Raramente
Mal di gola Comune Comune Comune
Naso chiuso Comune Comuni Comune
Febbre Comune A volte Comune
Diarrea A volte Mai Soprattutto
nei bambini
Nausea e/o vomito  A volte Mai Soprattutto
nei bambini
Perdita di olfatto e/o gusto Comuni A volte Raro

Come si può notare purtroppo non solo si possono distinguere, ma in linea teorica si potrebbero anche contrarre contemporaneamente.

E quindi come li distinguiamo se non con i sintomi?

COVID-19 o influenza? (grafica concettuale)

Shutterstock/CROCOTHERY

Altre differenze

È possibile considerare eventuali contatti con persone che hanno avuto una diagnosi confermata nei giorni precedenti all’insorgenza dei sintomi, ma anche in presenza di un contatto con un caso accertato, in un contesto dove il contagio appare plausibile, non si può avere la certezza assoluta della trasmissione.

Anche il periodo di incubazione, ovvero l’intervallo tra il momento del contagio e la comparsa dei primi sintomi, non è particolarmente utile per la distinzione, poiché risulta ormai simile per entrambe le infezioni.

  • 1-4 giorni per l’influenza
  • 2-5 giorni per la COVID, ma eventualmente fino a 14.

Se un paziente ha la COVID potrebbe tuttavia essere contagiosa più a lungo; sempre secondo i CDC

  • i soggetti con influenza sono potenzialmente contagiosi a partire da un giorno prima di sviluppare i sintomi, ma soprattutto durante il periodo di malattia vero e proprio, in particolare nei primi 3-4 giorni;
  • anche i soggetti affetti da COVID possono essere contagiosi ancor prima di manifestarne eventuali sintomi e l’infettività raggiunge poi il picco un giorno prima dell’inizio dei sintomi, per rimanere poi significativa per circa una settimana.

Tra gli altri indizi in grado di guidare nella distinzione figurano:

  • eventuali vaccini fatti: se ad esempio il paziente si fosse sottoposto recentemente al vaccino contro la COVID ma non l’antinfluenzale si potrebbe pensare ad una maggior suscettibilità verso l’influenza, ma questo dipenderà anche dall’andamento della stagione influenzale;
  • strettamente correlato a questo aspetto è la valutazione dei casi sul territorio, un indizio potrebbe in effetti essere fornito da quanti casi di ciascuna infezione siano attivi in un dato momento: sappiamo che l’influenza cresce fino ad un picco (raggiunto generalmente nell’anno nuovo) per poi andare a diminuire progressivamente, mentre la COVID ha dimostrato che procede per ondate successive, non sempre prevedibili con sufficiente anticipo.
  • Ultima possibilità di distinzione, ma ancora meno utile delle precedenti, è lo sviluppo di Long-COVID, ovvero quella condizione post-infezione caratterizzata da sintomi e gravità molto variabili da un soggetto all’altro. In realtà non è impossibile manifestare una sindrome post-virale anche con l’influenza, ma salvo forse i soggetti anziani è certamente molto più rara.

Test

In ultima analisi le due infezioni si possono distinguere solo e soltanto con un test, ad esempio un tampone, ma anche in questo caso sono necessarie alcune cautele:

  • a partire dalle ultime varianti Omicron è emerso come fatto piuttosto comune l’ottenimento di un esito negativo nei primi giorni di malattia, per poi vederlo positivizzare in un secondo momento, a distanza di tempo. In genere si diventa positivi al più tardi nei giorni successivi allo sviluppo di sintomi che, sommati ai 3-4 giorni d’incubazione, possono diventare anche 6-7 giorni (o più, in certi casi) dal momento del contagio. Perché succede questo non è chiarissimo, ma probabilmente si sommano una riduzione della sensibilità dei test con le varianti recenti, oltre che una diversa diffusione del virus nell’organismo (più in gola che nel naso), ma soprattutto un’aumentata reattività del nostro organismo, che si attiva fin da subito (sviluppo dei sintomi), ancora prima del picco di proliferazione virale.
  • Al contrario un esito positivo è una prova non assoluta, ma ragionevolmente affidabile.

La vera domanda

La questione centrale è un’altra: è realmente necessario distinguere tra queste due infezioni?

Dal punto di vista medico, per una persona in buona salute e senza particolari fattori di rischio, la gestione delle due malattie è sostanzialmente sovrapponibile. In entrambi i casi, l’approccio terapeutico di base prevede:

  • isolamento volontario,
  • riposo,
  • attenta idratazione (bere adeguatamente),
  • eventuali farmaci sintomatici se lo desideri (ma come sai non ne sono un grande sostenitore, e questo a prescindere dalla sterile discussione che vede contrapposti Tachipirina o antinfiammatori).

La situazione cambia in caso di soggetti a rischio, come ad esempio

  • anziani
  • soggetti affetti da patologie croniche
  • neonati e bambini piccoli
  • donne incinte

Tutti questi pazienti corrono rischi maggiori di sviluppare complicazioni, seppure non necessariamente le stesse, ma che richiedono di avvisare immediatamente il medico per avere indicazioni su come affrontare l’infezione (ed eventualmente se e quando ripetere il tampone in caso di esito negativo).

In base alle situazioni soggettive si possono valutare approcci differenti, ma è molto, molto importante non sottovalutare i potenziali pericoli.

Vi è un’ulteriore e ultima considerazione rilevante: l’identificazione precisa dell’agente infettivo, che sia raffreddore, influenza o COVID-19, assume importanza anche per le persone in buona salute, in quanto dovrebbe orientare i comportamenti sociali in un’ottica di responsabilità collettiva.

Anche se si manifestano sintomi lievi grazie a un sistema immunitario efficiente, è fondamentale ricordare che le infezioni respiratorie possono essere trasmesse attraverso le goccioline di saliva emesse durante normali attività quotidiane. Queste possono contaminare superfici di uso comune o essere causa di contagio diretto, rappresentando un rischio significativo per le persone più vulnerabili.

È pertanto essenziale prestare particolare attenzione ed eventualmente evitare i contatti con soggetti fragili come anziani, donne in gravidanza o neonati, in presenza di qualsiasi sintomatologia respiratoria.

La difficoltà nella diagnosi differenziale tra queste infezioni dovrebbe in ogni caso indurre ad adottare comportamenti prudenziali preventivi, nell’interesse della tutela delle persone più vulnerabili della comunità.

Quando preoccuparsi

A prescindere dall’infezione e dallo stato di salute, è raccomandabile contattare immediatamente il medico, o il Pronto Soccorso nei casi più gravi, in caso di sviluppo di sintomi come:

  • difficoltà a respirare
  • dolore al petto
  • sonnolenza tale da impedirti di rimanere sveglio
  • confusione
  • peggioramento di eventuali malattie preesistenti
  • disidratazione (nei neonati te ne accorgi dai pannolini troppo asciutti)
  • colorazione bluastra di unghie e labbra (la cosiddetta cianosi).

RSV

Perché in alcuni casi si parla di tripla epidemia?

Perché a circolare non sono solo COVID, influenza e generici virus parainfluenzali, ma anche il virus RSV… responsabile di bronchioliti e polmoniti soprattutto in neonati e bambini.

Sebbene la maggior parte dei bambini contagiati guarisca senza complicazioni, l’infezione può essere particolarmente pericolosa per i soggetti più fragili, come ad esempio:

  • neonati prematuri,
  • età inferiore ai sei mesi,
  • età inferiore ai due anni con malattie polmonari croniche o malattie cardiache congenite,
  • sistema immunitario indebolito,
  • disturbi neuromuscolari, che conducano ad esempio a sviluppare difficoltà a deglutire o eliminare le secrezioni di muco.

L’RSV si rivela talvolta grave anche nei pazienti anziani e l’infezione può peggiorare problemi di salute cronici come l’asma o l’insufficienza cardiaca congestizia.

Fonti e bibliografia

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