Long-COVID: sintomi ed altre conseguenze

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Premessa

“Long COVID” (letteralmente “COVID lungo”) è un termine derivato dalla lingua inglese che identifica una forma di infezione da SARS-CoV-2 caratterizzata dalla persistenza dei sintomi oltre il periodo canonico di malattia.

Il nuovo coronavirus è infatti l’agente eziologico di una malattia ancora non totalmente conosciuta, di cui soltanto a distanza di tempo verranno a galla le sfaccettature più sottili; il “long COVID” ne è un esempio eclatante: per studiare gli effetti a lungo termine di una pandemia serve infatti un riferimento temporale medio-lungo, mentre non è sufficiente qualche mese.

L’accezione di questa variante di malattia riguarda principalmente il danno d’organo che il coronavirus e la risposta immune determinano sull’apparato respiratorio: secondo un recente studio pubblicato sul Lancet, infatti, si sono osservate lesioni sul polmone di natura infiammatoria che comprendono l’ispessimento della trama interstiziale e l’aumento di fluidi essudatizi all’interno dell’alveolo.

Il nuovo coronavirus non è il solo agente patogeno a determinare questo tipo di problematiche a medio-lungo termine: il quadro descritto dal Dr. Charles Bailey (St. Joseph Hospital and Mission Hospital) sul sito americano HealthLine è infatti comune ad altre affezioni respiratorie di natura virale.

Quali sono le manifestazioni a lungo termine dell’infezione da coronavirus?

La maggior parte delle persone che ha contratto il nuovo coronavirus nella sua forma sintomatica (COVID-19) recupera completamente il proprio stato di salute precedente alla malattia nel giro di qualche settimana, mentre per alcuni pazienti le manifestazioni cliniche possono perdurare più a lungo nel tempo determinando una vera e propria sindrome post-COVID.


Collegamenti citati nel video:


I pazienti più anziani o quelli affetti da diverse comorbilità gravi sono quelli maggiormente esposti al rischio di sviluppare long-COVID, anche se si tratta di un’evenienza che in realtà può riguardare anche i più giovani.

I sintomi più comuni di long-COVID sono:

Altri sintomi meno frequenti, ma talvolta comunque persistenti a medio-lungo termine, possono essere:

Pazienti in terapia intensiva

iStock.com/JazzIRT

COVID-19, una malattia unica nel suo genere

Secondo il Dr. Mauro Giacca, co-autore dello studio sopracitato e professore ordinario di cardiologia al King’s College, la malattia da nuovo coronavirus è da considerarsi unica nel suo genere per la varietà e la durata delle sue manifestazioni cliniche. Nonostante gli studi post-mortem effettuati sulle autopsie siano stati pochi – almeno finora – la casistica raccolta di 41 casi in occasione della pubblicazione ha consentito di evidenziare con un certo margine di confidenza la presenza di un danno d’organo importante nei polmoni dei soggetti presi in esame, constatando fenomeni di tromboembolismo in ben 36 pazienti su 41.

L’età media è stata di 77 anni nei maschi e di 84 anni nelle femmine, quasi tutti caratterizzati da un’anamnesi positiva per patologie croniche anche gravi:

A supporto di un’affermazione così “colorata” e in un certo senso sensazionalistica va riportato il parere della Dr.ssa Rossana Bussani, primo autore dello studio, che riferisce di ricordare vividamente le parole di Giacca alla primissima visione dei campioni: “non ho mai visto niente del genere”.

Il Dr. Giacca ha refertato nel corso della sua carriera migliaia di campioni patologici provenienti da pazienti morti per polmonite, tutti diversi dal quadro riscontrato sui soggetti affetti da COVID-19.

Le prime scoperte: fenomeni tromboembolici massivi e persistenza del virus

Sulle altre sorprendenti scoperte del Dr. Giacca spiccano sicuramente l’entità dei fenomeni tromboembolici a carico dei polmoni e i segni di persistenza del virus fino a 40 giorni dopo l’inizio dell’infezione.

A livello microscopico sono poi state riconosciute cellule multinucleate atipiche, che con tutta probabilità potrebbero avere un ruolo-cardine nella patogenesi delle forme di malattia più gravi. Tali cellule sono il prodotto dell’attività di una proteina del nuovo coronavirus chiamata “spike protein”, che sembra rendere possibile il processo di fusione cellulare.

Per quanto riguarda invece la multi-dimensionalità della patologia di cui si è spesso parlato nel corso della cosiddetta “prima ondata”, sembrano essere smentite le ipotesi di una compromissione estesa agli organi al di fuori dell’albero respiratorio: non sono state infatti ritrovate cellule contenenti tracce di RNA virale al di fuori del polmone.

Secondo Giacca il tipo di lesioni riscontrate, la loro gravità e le condizioni d’organo riscontrate post-mortem sono suggestive di uno scarsissimo margine di recupero funzionale anche dopo la guarigione dalle infezioni più gravi — in questo senso si spiegherebbero i problemi di distress respiratorio nei cosiddetti casi di “long” COVID-19.

Il team del London College basandosi su queste scoperte sta attualmente lavorando per bloccare l’effetto delle cellule multinucleate atipiche sui versanti infiammatori e coagulativi, sviluppando (auspicabilmente) nuovi farmaci che possano inibire in modo selettivo le spike protein.

L’altra faccia della medaglia: opinioni contrastanti

Una patologia relativamente nuova come COVID-19 non può essere facilmente compresa nella sua interessa e complessità, sono pertanto normali i dibattiti sulle ipotesi e le apparenti contraddizioni; anzi, in un certo senso fanno parte del metodo scientifico di “trial and error”.

Secondo il Dr. Jacob Teitelbaum (internista e direttore del Practitioners Alliance Network) gli studi di Giacca sulle cellule multinucleate non sono particolarmente utili né dimostrerebbero niente di nuovo: la presenza di questi agglomerati sarebbe infatti tipica della sindrome da distress respiratorio acuto, la maggiore causa di morte nei pazienti COVID-19. Si tratterebbe quindi di semplici detriti cellulari privi di significato patogenetico di per sé.

Teitelbaum sposta l’attenzione sullo sviluppo di terapie in grado di ridurre l’infiammazione e lo stress ossidativo, oltre che ad agire in senso anticoagulante per evitare la formazione di trombi; la piena comprensione “teorica” della patologia passerebbe quindi in secondo piano davanti alla necessità immediata di trattamenti efficaci.

Possibili trattamenti del long COVID-19

Il Dr. Jacob Teitelbaum ha posto l’accento su alcune possibilità terapeutiche che per sua opinione potrebbero rappresentare la chiave di volta per preservare la salute del polmone; ad oggi, tuttavia, non sono presenti in letteratura evidenze a favore di particolari farmaci o principi attivi che abbiano una comprovata efficacia profilattica o terapeutica — non verranno pertanto riportate tali ipotesi per questioni di integrità di contenuto.

Ciò che invece è risultato utile nei malati di COVID-19 è senz’altro il controllo della saturazione periferica di ossigeno, che consente di quantificare il grado di dispnea (difficoltà respiratoria) tra i pazienti sintomatici.

Un’altra importante considerazione sul trattamento viene dal Dr. Bailey, secondo cui i farmaci antivirali non avranno un ruolo terapeutico chiave in futuro; sarà pertanto necessario attendere per poter disporre di opzioni valide ed efficaci.

Conclusioni

Gli studi post-mortem condotti da Bussani et al. sui pazienti COVID-19 dimostrano un danno polmonare massivo e l’assenza di RNA virale nei tessuti periferici che sembrano spiegare da un punto di vista patogenetico le forme di malattia con esiti a medio e lungo termine.

Non c’è consensus tra i ricercatori su queste scoperte, anzi: secondo qualcuno si tratta addirittura di dati fuorvianti ed inutili che ci si poteva aspettare a priori in pazienti morti per ARDS; inoltre, anche sul fronte terapeutico non vi sono ad oggi evidenze di efficacia sui farmaci per la profilassi o il trattamento della malattia.

Fonti e bibliografia

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