Long-COVID (sindrome post-COVID): sintomi, durata e cura

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Cos’è il Long-COVID?

Il long-COVID (o sindrome post-COVID) è una definizione ombrello che descrive un’ampia gamma di sintomi e condizioni di nuova comparsa o ricorrenti che un paziente può lamentare dopo essere stato infettato dal virus che causa la COVID-19.

La maggior parte dei pazienti contagiati migliora entro pochi giorni o al massimo poche settimane dopo l’infezione, quindi per definizione non si ipotizza lo sviluppo di long-COVID prima di almeno 4 settimane dal momento dell’infezione.

Non esiste alcun test per una diagnosi certa, che viene invece formulata dal punto di vista clinico (sulla base dei sintomi persistenti a seguito di una dimostrata o sospetta infezione).

Inizialmente ci si riferiva a questi sintomi come long-COVID, mentre ora sempre più spesso si preferisce sindrome post-COVID, tanto sono variegati non solo i possibili sintomi, ma anche la severità e le combinazioni con cui si presentano.

Secondo il CDC americano anche le persone che non hanno manifestato sintomi (ovvero i cosiddetti soggetti asintomatici, tanto comuni fin dalla prima diffusione della variante Omicron) possono successivamente manifestare condizioni di malessere, anche se fortunatamente con probabilità rispetto alle prime varianti.

È importante notare che, almeno allo stato attuale delle conoscenze, il coronavirus non è più presente all’interno dell’organismo di questi pazienti, il tampone risulterebbe negativo, nonostante l’organismo possa essere fortemente debilitato dalla condizione. Tra l’altro in pochi sanno che in realtà questo genere di manifestazioni non è davvero esclusivo della COVID-19 come quasi sempre si tende a credere, perché anche altre malattie virali possono avere strascichi anche rilevanti nel tempo, così come ben note sono le conseguenze psicologiche conseguenti alla terapia intensiva.

Donna che si frega gli occhi

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Una proposta di definizione

Secondo l’OMS:

la sindrome post-COVID-19 (long-COVID) è un insieme di disturbi di lunga durata che alcune persone sperimentano dopo aver avuto il COVID-19

o, più in generale, può essere immaginato come “l’insieme dei segni, sintomi e condizioni che persistono o si sviluppano dopo l’infezione acuta da COVID-19”.

Di fatto tuttavia non esiste un’unica definizione condivisa, con lievi differenze tra Paesi e Società Scientifiche; le definizioni differiscono soprattutto nelle tempistiche descritte, ad esempio l’OMS colloca l’insorgenza del long-COVID 3 mesi dopo l’infezione, a patto che ci siano stati almeno 2 mesi di sintomi persistenti, mentre i CDC americani fissano l’inizio delle “sindromi post-COVID” a 4 settimane, per sottolineare l’importanza della valutazione clinica iniziale e di un supporto precoce.

Cause

Se è estremamente chiaro che le persone con determinati fattori di rischio (pressione alta, abitudine al fumo, diabete, obesità e altre condizioni croniche) hanno maggiori probabilità di sviluppare un decorso grave dell’infezione da COVID-19, lo stesso non si può dire con i disturbi a lungo termine, tanto che il long-COVID può verificarsi in qualsiasi paziente guarito.

Le cause non sono state ancora del tutto comprese, ma è opinione condivisa dalla maggior parte dei ricercatori che non esista un’unica causa, quanto piuttosto una combinazione di meccanismi che si sovrappongono in modo variabile.

Un eventuale danno d’organo derivante dall’infezione acuta può spiegare una parte dei sintomi, ma sono comuni i casi di pazienti organicamente sani, quindi chiunque può sviluppare sindrome post-COVID a seguito di infezione, anche se risultano a maggior rischio soggetti

  • che abbiano contratto forme gravi dell’infezione, in particolare se ricoverati in ospedale e in terapia intensiva,
  • affetti da condizioni di salute preesistenti all’infezione,
  • non vaccinati.

Sintomi

I pazienti affetti da sindrome post-COVID possono presentare un’ampia gamma di sintomi che possono durare settimane, mesi o addirittura anni dopo l’infezione. A volte i sintomi possono avere andamento intermittente, ovvero scomparire per poi ripresentarsi.

Nei casi più gravi i sintomi sono così gravi da essere debilitanti, ma caratteristica peculiare della sindrome è la variabilità con cui colpisce i pazienti; non solo possono variare le manifestazioni e le combinazioni di segni/sintomi, ma anche le tempistiche con cui emergono e si risolvono, rendendo sostanzialmente imprevedibile l’andamento della sindrome.

Tra i sintomi più comuni si annoverano

Caratteristica peculiare della condizione è che esami del sangue, radiografie ed elettrocardiogramma possono risultare del tutto normali; i sintomi sono simili a quelli riportati dalle persone affette da encefalomielite mialgica/sindrome da stanchezza cronica e altre malattie croniche poco conosciute che possono verificarsi dopo altre infezioni virali.

Infografica riassuntiva dei possibili sintomi

By Authors of the study: Sandra Lopez-Leon, Talia Wegman-Ostrosky, Carol Perelman, Rosalinda Sepulveda, Paulina A. Rebolledo, Angelica Cuapio & Sonia Villapol – https://www.nature.com/articles/s41598-021-95565-8, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=110436599

Malessere post-esercizio

Il malessere post-esercizio (o malessere post-sforzo, PEM l’acronimo inglese) è un peggioramento dei sintomi che si verifica dopo uno sforzo fisico minimo, ovvero da attività ordinarie che le persone sane tollerano senza difficoltà (come partecipare a un evento sociale, fare la spesa o persino fare la doccia).

Altri potenziali fattori scatenanti sono il sovraccarico sensoriale, il disagio emotivo, la carenza di sonno, le infezioni e anche trascorrere troppo tempo in piedi o seduti.

Il livello di attività che innesca la condizione, così come i sintomi, variano da persona a persona e anche nel tempo nello stesso soggetto, rendendo difficilmente prevedibile il decorso.

Complessivamente è una manifestazione caratteristica dell’encefalomielite mialgica/sindrome da stanchezza cronica, ma è stato osservato anche in pazienti affetti da long-COVID (e fibromialgia).

In genere compare con ritardo rispetto allo sforzo, 12-48 ore dopo, per durare giorni, ma è molto variabile e talvolta può persistere più a lungo.

Si manifesta come esacerbazione di sintomi presenti o con la comparsa di nuovi, spesso con gravità tale da risultare debilitanti; oltre a una grave stanchezza potrebbero comparire

  • difficoltà di concentrazione,
  • sintomi simil-influenzali,
  • dolore,
  • debolezza
  • e disturbi del sonno.

In generale i sintomi che ne derivano sono sproporzionati rispetto all’attività scatenante e sono spesso debilitanti.

Fonte: Wikipedia

Diagnosi

La diagnosi di Long-COVID è essenzialmente clinica e di esclusione. Ad oggi, non esiste un singolo test di laboratorio o un esame radiologico che possa confermare con certezza assoluta la condizione; tuttavia, il percorso diagnostico è diventato sempre più strutturato per garantire al paziente il supporto necessario e per escludere complicazioni organiche silenti.

Il medico procede attraverso diverse fasi:

Valutazione clinica e anamnesi

Il punto di partenza è la ricostruzione temporale dell’infezione da SARS-CoV-2 (anche se sospetta e non confermata da test molecolare all’epoca). Il medico indaga la persistenza dei sintomi per oltre 4-12 settimane e l’impatto degli stessi sulle attività quotidiane. Un’attenzione particolare viene rivolta alla distinzione tra sintomi persistenti dalla fase acuta e sintomi nuovi che emergono dopo un periodo di apparente benessere.

Esami di primo livello

Per escludere altre patologie sottostanti o danni d’organo permanenti, vengono solitamente prescritti:

  • Esami del sangue completi: includono emocromo, indici di infiammazione (come la PCR), funzionalità renale ed epatica, d-dimero, troponina e dosaggio di vitamine e sali minerali.
  • Valutazione cardio-polmonare: l’esecuzione di un elettrocardiogramma e di una radiografia del torace rappresenta lo standard per indagare palpitazioni o mancanza di respiro.
  • Monitoraggio dei parametri vitali: inclusa la misurazione della pressione arteriosa e della saturazione di ossigeno.

Approfondimenti specialistici

Se i sintomi persistono o i test di base mostrano anomalie, possono essere necessari esami più specifici come:

  • Prove di funzionalità respiratoria (spirometria): per valutare l’efficienza dei polmoni.
  • Test da sforzo o Tilt-test: utili in caso di sospetta tachicardia ortostatica o malessere post-esercizio.
  • Valutazione neuropsicologica: per oggettivare la “nebbia cerebrale” e le difficoltà cognitive.
  • Imaging avanzato: come la risonanza magnetica, indicata solo in casi selezionati con sintomi neurologici o cardiaci complessi.

Trattamento e percorsi di cura

L’obiettivo della terapia per il Long-COVID non è solo la risoluzione del sintomo, ma il ripristino dell’autonomia funzionale e del benessere psicofisico del paziente. Poiché la sindrome colpisce diversi sistemi dell’organismo, l’approccio è necessariamente multidisciplinare e personalizzato.

Le principali strategie terapeutiche comprendono:

Riabilitazione fisica e gestione dell’energia

La riabilitazione deve essere estremamente graduale. Per i pazienti che soffrono di malessere post-esercizio (PEM), la strategia cardine è il Pacing: imparare a gestire le proprie riserve energetiche limitate, evitando sforzi che superano la soglia di tolleranza per non innescare ricadute. Una volta stabilizzata la condizione, si può procedere con una attività fisica adattata e supervisionata.

Supporto farmacologico

Non esiste una “pillola per il Long-COVID”, ma i farmaci vengono utilizzati per gestire le singole manifestazioni:

  • Sintomi cardiaci: beta-bloccanti o altri farmaci per regolarizzare la frequenza in caso di palpitazioni o tachicardia.
  • Dolore: gestione dei dolori muscolari e articolari con antinfiammatori o farmaci specifici per il dolore neuropatico.
  • Disturbi del sonno e dell’umore: approcci mirati per migliorare la qualità del riposo e trattare stati di ansia o depressione reattiva.

Riabilitazione cognitiva e supporto psicologico

Per la nebbia cerebrale e le difficoltà di concentrazione, possono essere utili esercizi di “brain training” e strategie di compensazione (come l’uso di agende e promemoria). Il supporto psicologico, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale, è fondamentale per aiutare il paziente a convivere con una malattia cronica spesso invisibile e frustrante.

Stile di vita e nutrizione

Un pilastro fondamentale della cura è il mantenimento di una dieta equilibrata. Sebbene non esistano integratori miracolosi, una corretta idratazione e un apporto adeguato di proteine e micronutrienti supportano il recupero muscolare e immunitario. È consigliabile evitare alcol e fumo, che possono esacerbare l’infiammazione e la stanchezza cronica.

Si raccomanda inoltre di:

  1. Pianificare periodi di riposo regolare durante la giornata.
  2. Mantenere una buona igiene del sonno, stabilizzando gli orari di riposo.
  3. Riprendere le interazioni sociali in modo graduale, privilegiando contesti non eccessivamente stimolanti se si soffre di ipersensibilità sensoriale.

Quanto dura il long-COVID?

Ad oggi non esiste una risposta certa a questa domanda, ma si stima che la maggior parte dei pazienti guarisca completamente entro 12 settimane.

Il percorso di recupero dei soggetti rimanenti è variabile, tra chi va incontro a un miglioramento lento e graduale e chi invece lamenta una stabilizzazione dei disturbi.

La prognosi varia anche in base ai sintomi: i sintomi neurologici possono avere un esordio ritardato e alcuni peggiorano nel tempo, mentre è più probabile che i sintomi polmonari e gastrointestinali migliorino nel tempo.

Dolore muscolare e articolare possono talvolta peggiorare nel tempo, trasformandosi talvolta in encefalomielite mialgica/sindrome da stanchezza cronica.

Si guarisce?

La risposta è molto probabilmente sì, la cautela in questo caso è dettata soprattutto dal fatto che ovviamente la conoscenza è ancora limitata.

Sintomi in bambini e adolescenti

Chiunque può sviluppare condizioni post-COVID e purtroppo bambini e adolescenti non fanno eccezione, anche se si tratta di fasce di popolazione che fortunatamente sembrano essere interessante più raramente.

Simili ai sintomi osservati negli adulti, quelli più comunemente riportati sono

  • febbre,
  • disturbi gastrointestinali,
  • stanchezza e affaticamento,
  • mal di gola,
  • mal di testa,
  • difficoltà a dormire,
  • cambiamenti nel tono dell’umore,
  • difficoltà a concentrarsi,
  • dolori muscolari e articolari,
  • tosse che persiste nel tempo.

Poiché soprattutto i bambini più piccoli possono avere difficoltà a descrivere sintomi e disturbi che avvertono, le informazioni sono più limitate ed è possibile che si possano sviluppare anche altri disturbi, magari nei giovanissimi.

Nei bambini ci sono state diverse segnalazioni di sindrome infiammatoria multisistemica, anche se fortunatamente praticamente mai fatale.

Fonti e bibliografia

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