Il significato del termine ictus
Ictus è un termine che deriva dal latino, “colpo”, ed indica la condizione che si verifica quando il flusso di sangue ossigenato destinato a una porzione del cervello viene interrotto per un qualsiasi motivo; l’inevitabile conseguenza è che, in assenza di ossigeno, le cellule cerebrali iniziano a morire già dopo pochi minuti. Anche un sanguinamento improvviso intracerebrale può causare ictus, se danneggia le cellule cerebrali.
La morte o i danni subiti dalle cellule cerebrali a seguito di un episodio di ictus si manifestano in forma di sintomi apprezzabili nelle parti del corpo che erano sotto il loro controllo, possono quindi comparire:
- improvvisa debolezza;
- paralisi o intorpidimento di volto, braccia o gambe (paralisi significa che un movimento risulta impossibile);
- disturbi della parola o problemi di comprensione;
- problemi di vista.
L’ictus è una grave emergenza medica, che richiede un intervento quanto più tempestivo possibile, al fine di prevenire
- danni cerebrali permanenti,
- disabilità croniche
- e perfino la morte.
In caso di sospetto ictus di raccomanda di allertare immediatamente i soccorsi (112, numero unico delle emergenze) e non di recarsi in ospedale con mezzi propri. Chiamare un’ambulanza in modo che il personale sanitario possa iniziare tempestivamente trattamenti salva-vita ancor prima di arrivare in ospedale. Ogni minuto è importante e può davvero fare la differenza in termini di prognosi e qualità di vita post-evento.

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Classificazione
L’ictus può essere essenzialmente di due tipi:
- ischemico,
- emorragico.
Il tipo ischemico è il più frequente ed è causato dall’ostruzione di un’arteria che porta sangue ossigenato al cervello, spesso a causa della formazione di trombi (coaguli di sangue che si incuneano nel vaso impedendo il passaggio di sangue).
L’ictus emorragico sopravviene quando un’arteria che porta sangue ossigenato al cervello si rompe o perde sangue, impedendo il rifornimento dei tessuti a valle della lesione, inoltre la pressione generata dall’emorragia causa ulteriori danni cellulari. L’ipertensione arteriosa ed eventuali aneurismi sono possibili condizioni scatenanti un episodio emorragico (l’aneurisma è una dilatazione a palloncino di una parete arteriosa che si può stirare e rompere).

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Una situazione simile consiste nel cosiddetto attacco ischemico transitorio, anche noto come TIA (dall’inglese Transient Ischaemic Attack) o “mini ictus”. Il TIA si verifica quando il flusso di sangue a un’area del cervello si interrompe solo per un breve periodo. I danni cellulari non sono quindi permanenti.

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Come gli episodi ischemici, anche i TIA sono spesso causati da trombi. Benché un TIA non abbia la gravità di un ictus, ne aumenta notevolmente il rischio. In caso di TIA, è fondamentale determinarne le origini in modo da riuscire a prevenire l’insorgenza di ictus.
Sia l’ictus che il TIA richiedono interventi urgenti.
Ictus ischemico e attacco ischemico transitorio
Un ictus ischemico si verifica quando viene ostruita un’arteria che porta sangue ossigenato al cervello; l’ostruzione può essere causata da un trombo (situazione più comune) o da un embolo:
- Nel tipo trombotico si forma un coagulo di sangue (un trombo) in un’arteria che alimenta il cervello e il blocco avviene in quella stessa arteria.
- Nell’embolico un coagulo o altro materiale (come una placca o globuli di grasso) viaggiano nel circolo sanguigno fino a un’arteria del cervello (la provenienza è quindi diversa dall’arteria in cui si verifica il blocco).
Sono numerose le possibili cause alla base di questi eventi, per esempio l’aterosclerosi è una condizione patologica in cui una sostanza grassa, detta placca, si accumula sulle superfici interne delle arterie. La placca si indurisce e restringe i vasi, limitando il flusso di sangue a tessuti e organi (come il cuore e il cervello). La placca si può inoltre frammentare o rompere. Le piastrine (corpuscoli di origine cellulare presenti nel sangue) aderiscono al sito della lesione e possono addensarsi, formando così un trombo. Le formazioni trombotiche possono occludere parzialmente o completamente l’arteria.
Le placche possono formarsi in qualunque arteria del corpo, comprese quelle di cuore, cervello e collo. Le due arterie principali del collo, una per lato, si chiamano carotidi. Le carotidi portano il sangue ossigenato al cervello, al viso, al cuoio capelluto e al collo. Quando le placche colpiscono le arterie carotidi, si parla di arteriopatia carotidea. Questa condizione causa gran parte degli ictus ischemici e dei TIA che avvengono nel mondo occidentale.
Anche il distacco di parte di un trombo o di placca può determinare un ictus ischemico o un TIA, che sarà tuttavia di tipo embolico. La parte distaccata può viaggiare nel circolo sanguigno fino a incastrarsi in un’arteria all’interno del cervello. Viene così bloccato il flusso di sangue, con conseguenti danni alle cellule cerebrali.
Anche malattie cardiache e disordini del sangue possono causare trombi che potranno portare a ictus o TIA. Per esempio, una causa frequente di ictus embolico è la fibrillazione atriale, una condizione in cui le camere superiori del cuore (atri) si contraggono in modo molto rapido e irregolare. Ne consegue un certo ristagno di sangue, che aumenta il rischio di formazione di trombi nel sangue accumulato.
Ictus emorragico
L’ictus emorragico sopravviene quando un’arteria che porta sangue ossigenato al cervello si rompe o perde sangue. La pressione generata dall’emorragia causa danni cellulari.
L’ictus emorragico può essere di due tipi:
- intracerebrale (sanguina o si rompe un vaso sanguigno all’interno del cervello.),
- subaracnoideo (anguina o si rompe un vaso sanguigno sulla sua superficie. In questo caso, il sanguinamento avviene tra i foglietti interno e medio delle membrane che avvolgono il cervello).
In ambedue i tipi di ictus emorragico, il sangue fuoriuscito causa gonfiore e aumento della pressione all’interno del cranio. Gonfiore e pressione danneggiano le cellule e i tessuti del cervello.
Tra le possibili cause di ictus emorragico si annoverano condizioni come
- ipertensione: la pressione arteriosa è la forza esercitata dal sangue anticancerogeno le pareti delle arterie per l’azione di pompa del cuore. Se questa pressione aumenta e rimane alta per periodi prolungati, può provocare danni all’organismo in molti modi;
- aneurisma, una dilatazione a palloncino di una parete arteriosa che si può stirare e rompere;
- e malformazioni di vasi sanguigni (arterie o vene), grovigli difettosi di arterie e vene che si possono rompere all’interno del cervello.
L’ipertensione arteriosa può aumentare ulteriormente il rischio di ictus emorragico in soggetti affetti da aneurisma o malformazioni arterovenose (MAV).
Fattori di rischio
Le condizioni e abitudini che possono aumentare il rischio di ictus o di attacco ischemico transitorio (TIA) sono nel loro insieme noti come fattori di rischio.
Le probabilità aumentano con il numero di fattori di rischio concomitanti in un individuo. Alcuni di questi fattori possono essere trattati o controllati, come l’ipertensione arteriosa o il fumo, mentre su altri, come l’età o il sesso, è invece impossibile agire (fattori non modificabili).
I fattori di rischio principali sono:
- Pressione alta. È il fattore di rischio più importante. La pressione arteriosa viene definita alta quando supera stabilmente 140/90 mmHg (millimetri di mercurio, l’unità di misura della pressione). Nei soggetti diabetici o con malattie renali croniche, il limite è invece 130/80 mmHg.
- Diabete. È una condizione in cui la glicemia (quantità di zucchero nel sangue) è elevata perché il corpo non produce abbastanza insulina o non la utilizza correttamente (insulino-resistenza). Questo ormone aiuta a spostare il glucosio dal sangue alle cellule, dove viene usato come fonte di energia.
- Cardiopatie. Cardiopatia coronarica, cardiomiopatia, insufficienza cardiaca e fibrillazione atriale possono causare trombi, poi all’origine di ictus.
- Fumo. Il fumo può danneggiare i vasi sanguigni e far salire la pressione arteriosa. Può anche ridurre la quantità di ossigeno che arriva ai tessuti. Anche l’esposizione al fumo passivo può danneggiare i vasi sanguigni.
- Età e sesso. Il rischio aumenta all’avanzare dell’età. In età meno avanzate colpisce più frequentemente gli uomini delle donne, tuttavia le probabilità di morire sono maggiori per le donne. Il rischio è leggermente maggiore nelle donne che assumono pillole anticoncezionali.
- Etnia. Per esempio negli Stati Uniti è più frequente negli afroamericani, nativi dell’Alaska, e indiani d’America rispetto ai caucasici, agli ispanici o agli americani di origine asiatica.
- Storia individuale o famigliare di ictus o TIA. Soggetti con ictus hanno maggior probabilità di ulteriori episodi. Il rischio di una recidiva è massimo subito dopo un ictus. Anche un TIA aumenta il rischio e così pure l’anamnesi famigliare.
- Aneurismi o malformazioni arterovenose. L’aneurisma è una dilatazione a palloncino di una parete arteriosa che si può stirare e rompere. Le malformazioni arterovenose sono grovigli difettosi di arterie e vene che si possono rompere all’interno del cervello. Possono essere presenti fin dalla nascita, ma spesso la diagnosi viene posta solo quando si rompono.
Fattori di rischio aggiuntivi, la maggior parte dei quali è controllabile, sono:
- alcune condizioni mediche, come anemia falciforme, vasculiti (infiammazioni dei vasi sanguigni) e disturbi della coagulazione,
- sedentarietà,
- sovrappeso e obesità,
- stress e depressione,
- livelli patologici di colesterolo,
- dieta non salutare.
Esclusa l’aspirina, i farmaci antinfiammatori (FANS) possono aumentare il rischio di infarto cardiaco o di ictus, soprattutto in soggetti con storia di cardiopatia coronarica e/o portatori di bypass coronarico. Il rischio sembrerebbe proporzionale alla durata del trattamento con FANS. Ibuprofene e naproxene sono esempi di FANS.
Uno studio americano, seppur con tutti i limiti metodologici intrinseci, sembra confermare che le donne in postmenopausa che riferiscono di avere allattato al seno sono associate ad un rischio ridotto del 23% di ictus in età avanzata rispetto a quelle che hanno avuto figli ma non hanno mai allattato al seno.
L’adozione di uno stile di vita adeguato per il cuore può ridurre il rischio. In alcuni casi, i farmaci possono aiutare a ridurre il rischio, ma talvolta può verificarsi anche in individui che non hanno fattori di rischio noti.
Sintomi
I segni e sintomi spesso si sviluppano velocemente, ma in alcuni pazienti possono manifestarsi anche nell’arco di ore o perfino giorni.
I sintomi tipici dell’ictus dipendono dal tipo e dall’area di cervello colpita; in genere si manifestano con
- debolezza improvvisa,
- paralisi (movimenti impossibili) o intorpidimento di faccia, braccia o gambe, specie di un lato del corpo,
- confusione,
- difficoltà a parlare o a capire il linguaggio (afasia),
- disturbi della vista di uno o ambedue gli occhi,
- problemi respiratori,
- vertigini, problemi a camminare, perdita di equilibrio o coordinazione, cadute improvvise,
- perdita di coscienza,
- cefalea improvvisa e intensa.
Durata e gravità delle manifestazioni variano da un soggetto all’altro.
Il TIA ha gli stessi segni e sintomi dell’ictus, ma la durata è in genere inferiore (1-2 ore, anche se possono protrarsi fino a 24 ore). Un TIA può essere un evento unico nella vita di una persona o colpire ripetutamente.
All’inizio può non essere possibile distinguere il TIA dall’ictus e, comunque entrambi i casi richiedono attenzione medica immediata.
In caso di sintomi sospetti chiamare immediatamente il 118. Non recarsi in ospedale con mezzi propri. Chiamare un’ambulanza in modo che il personale sanitario possa iniziare tempestivamente trattamenti salva-vita ancor prima di arrivare in ospedale.
Nell’ictus, ogni minuto è importante.
Conseguenze e prognosi
L’ictus è una delle principali cause di morte nel mondo occidentale. Molti fattori possono aumentare il rischio di svilupparlo e un intervento tempestivo può ridurre i danni cerebrali e riuscire a impedire disabilità croniche, così come l’impostazione di un adeguato piano terapeutico può aiutare a evitare un secondo episodio.
A seguito di ictus è possibile andare incontro a diversi problemi:
- Eventi trombotici e debolezza muscolare. L’immobilità prolungata aumenta il rischio di formazione di trombi nelle vene profonde delle gambe. L’immobilità può anche portare a debolezza e ridotta flessibilità muscolare.
- Ci possono essere problemi di deglutizione e conseguente polmonite ab ingestis. Se l’evento interessa i muscoli coinvolti nella deglutizione, assumere cibi e bevande può diventare difficoltoso. Si corre il rischio anche di inalare alimenti o liquidi nei polmoni. Ciò può determinare l’insorgenza di polmoniti.
- Perdita del controllo vescicale. Il danno può colpire i muscoli usati per urinare. Può essere necessario un catetere vescicale (un tubicino posto nella vescica) finché non si ripristina la capacità di urinare. L’utilizzo di questi cateteri può determinare infezioni del tratto urinario.
- Può anche comportare la perdita del controllo dello sfintere anale (incontinenza fecale) o stipsi.
Diagnosi
La diagnosi di ictus è un processo che deve avvenire con estrema rapidità (il cosiddetto “tempo è cervello”). Il percorso diagnostico inizia già in fase pre-ospedaliera, grazie alla valutazione del personale del 118, e si completa in ospedale attraverso protocolli standardizzati che mirano a distinguere immediatamente tra un evento ischemico e uno emorragico.
Valutazione clinica e anamnesi
All’arrivo in Pronto Soccorso, il medico esegue una valutazione neurologica rapida utilizzando scale standardizzate (come la scala NIHSS). L’obiettivo è quantificare il deficit neurologico e monitorarne l’evoluzione. Contemporaneamente, si raccolgono informazioni fondamentali dal paziente o dai familiari: l’orario esatto in cui sono comparsi i primi sintomi è il dato più critico per decidere quale terapia applicare.
Durante l’esame obiettivo si valutano:
- Lo stato di coscienza e la capacità di orientamento.
- La forza e la sensibilità degli arti.
- La simmetria del volto e la coordinazione dei movimenti.
- La capacità di parlare in modo fluente e comprensibile.
Neuroimaging avanzato
L’imaging del cervello è il pilastro della diagnosi. L’esame di primo livello è la Tomografia Computerizzata (TAC) senza mezzo di contrasto. Questo esame è fondamentale perché permette di escludere immediatamente un’emorragia cerebrale. Se la TAC è negativa per il sangue, si ipotizza un’origine ischemica.
Protocolli diagnostici più recenti includono spesso:
- Angio-TAC: permette di visualizzare i vasi sanguigni (arterie carotidi e vasi intracranici) per individuare con precisione la sede dell’ostruzione.
- TAC di perfusione: una tecnica innovativa che mostra quali aree del cervello hanno subito danni permanenti e quali, invece, possono ancora essere salvate se il flusso sanguigno viene ripristinato tempestivamente.
- Risonanza Magnetica (RM): offre un dettaglio superiore rispetto alla TAC per identificare lesioni ischemiche piccolissime o molto precoci, sebbene richieda tempi di esecuzione più lunghi.
Esami complementari e ricerca delle cause
Una volta stabilizzata la fase acuta, la diagnosi prosegue per identificare la causa scatenante (diagnosi eziologica) e prevenire recidive:
- Elettrocardiogramma (ECG) e monitoraggio cardiaco continuo: essenziali per individuare aritmie come la fibrillazione atriale.
- Ecodoppler dei tronchi sovraortici: per studiare le carotidi e la presenza di placche aterosclerotiche.
- Esami del sangue: includono test di coagulazione (PT e PTT), dosaggio della glicemia, colesterolo e marker di danno cardiaco.
- Ecocardiografia: per escludere la presenza di trombi all’interno delle cavità cardiache.
Trattamento
Il trattamento dell’ictus ha due obiettivi principali: limitare il danno cerebrale nella fase acuta e prevenire che l’evento si ripeta nel tempo. La scelta della terapia dipende strettamente dalla natura dell’ictus e dal tempo trascorso dall’esordio dei sintomi.
Trattamento dell’ictus ischemico
In caso di ictus ischemico, la priorità assoluta è rimuovere l’ostruzione per ripristinare il flusso di sangue (riperfusione). Le opzioni attuali includono:
- Trombolisi endovenosa: consiste nella somministrazione di un farmaco capace di “sciogliere” il coagulo. Tradizionalmente viene utilizzato l’attivatore del plasminogeno (rt-PA), ma protocolli aggiornati prevedono sempre più spesso l’uso della Tenecteplase per la sua maggiore efficacia e facilità di somministrazione. Questo trattamento va iniziato solitamente entro 4 ore e mezza dall’esordio dei sintomi.
- Trombectomia meccanica: è una procedura mini-invasiva eseguita da neuroradiologi interventisti. Attraverso un catetere inserito nell’arteria femorale, si raggiunge l’ostruzione nel cervello e si rimuove fisicamente il trombo. Questa tecnica è rivoluzionaria e può essere estesa, in casi selezionati guidati dal neuroimaging avanzato, fino a 24 ore dall’inizio dei sintomi.
Trattamento dell’ictus emorragico
In caso di emorragia, l’approccio è opposto: l’obiettivo è arrestare il sanguinamento e ridurre la pressione all’interno del cranio. Non si usano farmaci che “fluidificano” il sangue, anzi, se il paziente stava già assumendo anticoagulanti, vengono somministrati antidoti specifici.
- Controllo della pressione arteriosa: è fondamentale mantenere la pressione entro limiti rigorosi per evitare l’espansione dell’ematoma.
- Chirurgia e procedure interventistiche: in caso di aneurismi, si può procedere con il “clipping” (una piccola clip alla base dell’aneurisma) o con l’embolizzazione endovascolare (riempimento dell’aneurisma con spirali metalliche). In emorragie estese, può essere necessaria una craniotomia per drenare il sangue e decomprimere il cervello.
L’importanza della Stroke Unit
Il consenso scientifico internazionale sottolinea che i migliori risultati clinici si ottengono quando il paziente viene ricoverato in una “Stroke Unit” (Unità Neurovascolare). Si tratta di reparti specializzati dove un team multidisciplinare (neurologi, infermieri esperti, fisioterapisti) monitora costantemente i parametri vitali e inizia la riabilitazione precocissima, spesso già nelle prime 24-48 ore dall’evento.
Stile di vita e prevenzione secondaria
Dopo la fase acuta, il paziente deve seguire un protocollo rigoroso per evitare un secondo ictus, che comprende:
- Terapia farmacologica: farmaci antiaggreganti (come l’aspirina o il clopidogrel) o anticoagulanti (in caso di fibrillazione atriale). Spesso vengono prescritte statine per stabilizzare le placche nelle arterie, anche se il colesterolo non è elevatissimo.
- Alimentazione: riduzione drastica del sale per controllare la pressione e adozione di un modello alimentare mediterraneo ricco di verdure, legumi e grassi insaturi.
- Attività fisica: movimento costante, secondo le capacità individuali, per migliorare la salute vascolare.
- Abolizione totale del fumo: è il singolo fattore di rischio modificabile con il maggiore impatto sulla salute dei vasi.
Prevenzione
Adottare misure per controllare i fattori di rischio può aiutare o ritardare un eventuale episodio. Se il soggetto ha già subito un attacco, queste misure possono aiutare a prevenire recidive.
- Mantenersi fisicamente attivi. L’attività fisica migliora la forma e la salute. Farsi consigliare dal medico tipo e quantità di esercizio corretti per il proprio stato.
- Non fumare o, se fumatori o consumatori di tabacco, smettere. Il fumo può danneggiare e restringere i vasi sanguigni, aumentando il rischio. Farsi consigliare dal medico programmi e prodotti che possono aiutare a smettere. Anche l’esposizione al fumo passivo può danneggiare i vasi sanguigni.
- Raggiungere un peso corporeo adeguato. Se sovrappeso od obesi, è importante collaborare con il personale sanitario per costruire un piano di dimagrimento ragionevole. Il peso forma aiuta a controllare i fattori di rischio. Scegliere alimenti sani per il cuore. Una dieta sana aiuta ad abbassare il rischio e a prevenire l’ictus.
- Contenere lo stress. Adottare tecniche per ridurre i livelli di stress.
Ricordarsi di informare il proprio medico se qualcuno in famiglia ha sofferto di ictus. Conoscere la propria storia famigliare rispetto a tali eventi può aiutare ad abbassare i fattori di rischio e a prevenire o ritardare un evento cardiovascolare. In caso di attacco ischemico transitorio (TIA), non ignorarlo. Il TIA è un campanello di allarme, ed è fondamentale determinarne le origini in modo da riuscire a prevenire l’ictus.
Recupero e riabilitazione
Dopo un ictus, il tempo necessario per rimettersi è ampiamente variabile; possono essere necessari settimane, mesi o addirittura anni. Alcuni soggetti recuperano completamente, in altri persistono disabilità croniche.
Cure continue, riabilitazione e supporto psicologico aiutano il recupero e possono perfino aiutare a prevenire recidive.
Soggetti con ictus hanno maggior probabilità di ulteriori episodi. È necessario conoscerne i segnali di allarme e sapere come comportarsi, e ovviamente chiamare il 118 alla comparsa dei primi sintomi.
Non recarsi in ospedale con mezzi propri. Chiamare un’ambulanza in modo che il personale sanitario possa iniziare tempestivamente trattamenti salva-vita ancor prima di arrivare in ospedale. Ogni minuto è importante.
Cure e controlli
Modifiche dello stile di vita
Rendere lo stile di vita salutare per il cuore può favorire il recupero dopo un ictus e aiutare a prevenire recidive. Sono esempi di modifiche salutari l’adozione di una dieta sana, il raggiungimento di un peso corporeo adeguato, la gestione dello stress, l’attività fisica e l’abolizione del fumo.
Farmaci
Possono essere anche prescritti medicinali per aiutare il recupero dopo un evento o per tenere sotto controllo i fattori di rischio. Assumere i medicinali come prescritti dal medico. Non ridurne le dosi a meno che sia il medico a consigliarlo. In caso di effetti collaterali o altri problemi relativi ai farmaci, consultare il medico.
La terapia principale nei soggetti con arteriopatia carotidea nota, possibile causa di ictus, consiste nella somministrazione di anticoagulanti, ossia farmaci che prevengono la formazione di trombi o il loro ulteriore accrescimento. Due farmaci usati comunemente sono l’aspirina e il clopidogrel.
Saranno verosimilmente necessari esami del sangue periodici per verificare l’efficacia dei farmaci.
L’effetto collaterale più frequente degli anticoagulanti è il sanguinamento. Succede quando il medicinale ha un’azione troppo pronunciata. Questo effetto collaterale può essere anche mortale. Il sanguinamento può avvenire all’interno di cavità corporee (sanguinamento interno) o all’esterno dalla pelle (emorragia esterna).
È importante riconoscere i segni di un sanguinamento in modo da poter chiedere aiuto con tempestività. I segni sono:
- sangue nell’urina, sangue rosso vivo nelle feci o feci nere come catrame,
- vomito rosso vivo o simile a fondi di caffè,
- flusso mestruale più abbondante,
- dolore addominale o dolori lancinanti alla testa,
- sanguinamento abnorme di gengive e naso,
- lividi inspiegabili o puntini rossi o porpora sulla pelle.
Anche sanguinamenti copiosi dopo una caduta o una ferita o un’eccessiva facilità ai lividi possono essere segni che il sangue è troppo “liquido”. Avvertire il medico tempestivamente in presenza di uno di questi segni. In caso di sanguinamento copioso, chiamare il 118.
Il medico può anche proporre l’assunzione di statine. Questi farmaci vengono raccomandati in molti casi perché aiutano ad abbassare o controllare i livelli di colesterolo nel sangue e riducono le probabilità di infarto cardiaco e ictus. In genere, le statine vengono prescritte in soggetti con:
- diabete,
- cardiopatia o ictus,
- alti livelli di colesterolo LDL.
Anche se in terapia farmacologica, si dovrà comunque osservare uno stile di vita sano e adeguato. Assumere i medicinali secondo quanto prescritto, con regolarità. Non modificare le quantità o saltare dosi a meno che non sia il medico a prescriverlo.
Consultarsi con il medico per la frequenza delle visite e degli esami di controllo. Visite ed esami possono essere di ausilio per monitorare i fattori di rischio e regolare il trattamento al bisogno.
Riabilitazione
Dopo un ictus, la riabilitazione potrà essere necessaria per favorire il recupero. Il programma può includere sessioni con terapisti del linguaggio, fisici e occupazionali.
Linguaggio, parola e memoria
Può generare difficoltà di comunicazione. Il soggetto può non riuscire a trovare le parole corrette, o a fare frasi complete o sensate. Ci possono essere problemi di memoria e uno stato di confusione. Questi problemi sono estremamente frustrante.
I terapisti della parola e del linguaggio possono insegnare nuovi modi per comunicare e migliorare la memoria.
Problemi muscolari e nervosi
Può colpire un solo lato del corpo o una parte di un lato. Può causare paralisi (movimenti impossibili) o debolezza muscolare, che espone al rischio di cadere. I terapisti fisici e occupazionali possono aiutare a rafforzare ed elasticizzare i muscoli. Possono anche ri-insegnare come svolgere le attività giornaliere, come lavarsi, vestirsi, mangiare.
Problemi di minzione e defecazione
Può interessare muscoli e nervi preposti al controllo della vescica e dell’intestino. Potrà determinare la sensazione di dovere urinare spesso, anche quando la vescica non è piena. Il paziente potrà non riuscire ad arrivare in tempo al gabinetto. Esistono farmaci e specialisti che possono aiutare ad affrontare questi problemi.
Problemi di deglutizione e alimentazione
L’ictus può generare difficoltà di deglutizione. Queste difficoltà si estrinsecano con tosse o tendenza allo strozzamento mangiando, o rigurgitando il cibo subito dopo. Un terapista della parola può essere di aiuto. Possono esserci modifiche della dieta utili, come l’assunzione di cibi frullati o di bevande inspessite.
Cura e supporto della salute mentale
Dopo un ictus, il soggetto può cambiare comportamento o carattere. Per esempio, l’umore può cambiare repentinamente. Questi cambiamenti possono spaventare, generare ansia e depressione. Il recupero può essere lento e frustrante.
Manifestare il proprio stato al proprio team sanitario. Un supporto psicologico può essere utile. In caso di depressione grave, il medico può prescrivere farmaci o altri trattamenti che migliorano la qualità della vita.
Partecipare a gruppi di supporto può favorire il recupero dopo un ictus. Può essere utile confrontarsi con altre persone in convalescenza. Farsi consigliare dal medico per l’adesione a uno di questi gruppi.
Anche il sostegno dei famigliari e degli amici può essere di aiuto nell’alleviare paura e ansia legati all’ictus ed è quindi fondamentale per il recupero che i propri cari conoscano il proprio stato e come essere di aiuto.
Fonte principale
Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara, medico chirurgo
Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.