Shock cardiogeno: cause, sintomi, pericoli e cura

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Cos’è lo shock cardiogeno

Lo shock cardiogeno è una rara condizione pericolosa per la vita in cui il cuore improvvisamente diventa incapace di pompare abbastanza sangue per soddisfare le necessità dell’organismo e, in particolare, gli organi nobili come cervello e reni.

La causa più comune è l’infarto.

Uomo che si tiene il petto a causa di un infarto

iStock.com/PeopleImages

Cause

Tecnicamente lo shock cardiogeno è la condizione in cui si assiste ad una riduzione significativa della gittata cardiaca (il volume di sangue che il ventricolo destro e il ventricolo sinistro riescono ad espellere in un minuto) a seguito di un problema occorso al cuore.

La causa più comune è un attacco cardiaco (infarto), ma tra le altre condizioni in grado di causare shock cardiogeno si annoverano:

Fattori di rischio

Tra i più comuni fattori di rischio in grado di favorire l’insorgenza di shock cardiogeno ricordiamo:

Sintomi

I segni e i sintomi dello shock cardiogeno sono variabili a seconda dell’entità dell’abbassamento della pressione sanguigna e di quanto rapidamente questo si verifichi; è quindi possibile sviluppare inizialmente solo disturbi lievi che peggiorano gradualmente, così come perdere improvvisamente conoscenza.

L’abbassamento della pressione sanguigna può causare di per sé capogiri, confusione e senso di nausea, ma il medico è in grado di avvertire anche un polso debole o irregolare, spesso accompagnato da tachicardia (aumento della frequenza cardiaca).

Il paziente può inoltre sviluppare:

Complicazioni

Lo shock cardiogeno è un’emergenza medica che richiede immediata assistenza ospedaliera, perché organi delicati e sensibili come cervello e reni non ricevono più adeguate quantità di sangue ossigenato.

Possono rapidamente svilupparsi:

Se non trattato uno shock cardiogeno è fatale; in caso di diagnosi tempestiva la mortalità si mantiene purtroppo molto elevata, ad esempio a seguito di infarto pari a circa il 40-50% nei centri specializzati, ma può ancora toccare il 60% in contesti meno avanzati.

Diagnosi

La diagnosi di shock deve essere immediata, poiché ogni minuto è cruciale per la sopravvivenza dei tessuti. Il sospetto clinico sorge in presenza di una pressione arteriosa sistolica persistentemente bassa (generalmente inferiore a 90 mmHg) associata a segni evidenti di scarsa perfusione degli organi, come estremità fredde, ridotta produzione di urina e stato mentale alterato.

Il percorso diagnostico moderno integra la valutazione clinica con tecnologie avanzate:

Esami strumentali e imaging

L’elettrocardiogramma (ECG) viene eseguito entro i primi 10 minuti dall’arrivo in ospedale per identificare segni di infarto acuto o aritmie gravi. L’ecocardiografia “bedside” (eseguita direttamente al letto del paziente) è oggi considerata fondamentale: permette di valutare in tempo reale la forza contrattile del cuore, il funzionamento delle valvole e la presenza di complicazioni meccaniche.

In fase acuta, la radiografia del petto aiuta a rilevare l’eventuale presenza di edema polmonare (liquido nei polmoni), mentre l’angiografia coronarica (coronarografia) è necessaria se si sospetta un’ostruzione delle arterie del cuore che richiede un intervento immediato. In casi selezionati, può essere eseguita una TAC per escludere altre emergenze come la dissezione aortica o l’embolia polmonare massiva.

Analisi di laboratorio

I test biochimici forniscono una mappa della gravità del danno:

  • Dosaggio del lattato arterioso tramite emogasanalisi: è il parametro principale per misurare quanto i tessuti siano in sofferenza di ossigeno.
  • Biomarcatori cardiaci (Troponina e NT-proBNP) per quantificare il danno al muscolo cardiaco.
  • Valutazione della funzionalità renale (creatinina) ed epatica, per monitorare il coinvolgimento sistemico dello shock.

In alcuni contesti di terapia intensiva, può essere utilizzato il cateterismo dell’arteria polmonare per ottenere una misurazione precisa della gittata cardiaca e guidare la terapia farmacologica in modo personalizzato.

Cura

Lo shock cardiogeno è un’emergenza clinica che richiede un approccio multidisciplinare in unità di terapia intensiva cardiologica. Gli obiettivi primari sono il ripristino della pressione sanguigna per proteggere gli organi vitali e la correzione tempestiva della causa scatenante.

Supporto farmacologico

I farmaci rappresentano il primo intervento per stabilizzare il paziente:

  • Vasopressori: la noradrenalina è generalmente il farmaco di scelta per innalzare la pressione arteriosa minimizzando il rischio di aritmie.
  • Inotropi: come la dobutamina o il levosimendan, utilizzati per aiutare il cuore a contrarsi con più forza, migliorando la gittata cardiaca.
  • Terapia anticoagulante e antiaggregante: somministrata immediatamente se lo shock è causato da un infarto per prevenire l’estensione dei coaguli.

Procedure di emergenza e supporto meccanico

Se il cuore non risponde ai farmaci, le attuali linee guida prevedono l’uso di sistemi di supporto meccanico alla circolazione (MCS). Questi dispositivi “sostituiscono” parzialmente il lavoro del cuore, permettendogli di riposare:

  • Contropulsatore aortico (IABP): un palloncino che aiuta il flusso di sangue nelle coronarie.
  • Sistemi di assistenza ventricolare percutanea: dispositivi avanzati che pompano attivamente il sangue dal ventricolo all’aorta.
  • ECMO veno-arterioso (ExtraCorporeal Membrane Oxygenation): una forma di circolazione extracorporea che ossigena il sangue e lo pompa nell’organismo, utilizzata nei casi più critici.

Parallelamente, è fondamentale la rivascolarizzazione: l’angioplastica con posizionamento di stent è la procedura gold-standard per riaprire le arterie ostruite. In alcuni casi, può essere necessario un intervento cardiochirurgico di bypass d’urgenza o il posizionamento di un pacemaker temporaneo o definitivo.

Trattamenti di supporto

Il paziente riceve costantemente ossigenoterapia, spesso tramite ventilazione meccanica, per ridurre il lavoro dei muscoli respiratori. Se i reni smettono di funzionare a causa della bassa pressione, viene avviata la dialisi (emofiltrazione) per rimuovere le tossine e i liquidi in eccesso.

Stile di vita e riabilitazione

Dopo il superamento della fase acuta, il percorso di cura continua con la riabilitazione cardiologica. Il paziente deve adottare un monitoraggio rigoroso dei parametri vitali e aderire a una terapia farmacologica cronica per prevenire nuovi episodi. Lo stile di vita diventa parte integrante della cura: è indispensabile la cessazione assoluta del fumo, il controllo del peso e una dieta povera di sodio. Il ritorno all’attività fisica deve essere graduale e strettamente supervisionato da specialisti, poiché il cuore guarito dallo shock necessita di un condizionamento protetto per recuperare la massima funzionalità possibile.

Prevenzione

La prevenzione dello shock-cardiogeno è sostanzialmente sovrapponibile a quella dell’infarto e delle malattie cardiovascolari in genere:

  • Evitare l’esposizione al fumo e smettere di fumare
  • Perdere peso se necessario
  • Migliorare la propria dieta ed in particolare:
    • Ridurre l’apporto di grassi saturi (provenienti prevalentemente da alimenti di origine animale, come carni e latticini)
    • Ridurre il consumo di sale
    • Ridurre il consumo di zucchero (e alimenti dolci in genere)
    • Ridurre il consumo di alcolici
    • Aumentare il consumo di frutta e verdura
  • Praticare regolare attività fisica

Fonti e bibliografia

  • NIH – Cardiogenic Shock
  • Linee Guida ESC (European Society of Cardiology) per il trattamento dello scompenso cardiaco acuto e cronico.

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