Sindrome della persona rigida: cause, sintomi, pericoli e cura

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Introduzione

La sindrome della persona rigida (SPS) è un raro disturbo neurologico caratterizzato da

  • rigidità muscolare che interessa tronco e arti (che si traduce tra l’altro in posture anomale),
  • maggiore sensibilità a stimoli cutanei, rumori e stress emotivo, che possono scatenare spasmi muscolari.

Le persone affette possono non essere in grado di camminare o muoversi, oppure soffrire di un insormontabile timore ad uscire di casa, legato a possibili spasmi e cadute a seguito di rumori (sirene, clacson, …).

I pazienti affetti da sindrome della persona rigida rispondono a dosi elevate di diazepam (una benzodiazepina) e diversi anticonvulsivanti, come gabapentin e tiagabina.

Studi recenti hanno puntato l’attenzione sul possibile uso di immunoglobuline per via endovenosa con l’obiettivo di ridurre la rigidità e l’ipersensibilità tipica della condizione.

Donna che lamenta rigidità alle gambe

I pazienti affetti da sindrome della persona rigida possono andare incontro a frequenti cadute e dolorosi spasmi (Shutterstock/Gorodenkoff)

Cause

Descritto per la prima volta negli anni 50 del secolo scorso, questa condizione era precedentemente chiamata sindrome dell’uomo rigido o sindrome di Moersch-Woltman; é molto più comune nelle donne rispetto agli uomini (2:1) ed è frequentemente associata ad altre malattie autoimmuni come diabete di tipo 1, tiroidite, vitiligine e anemia perniciosa, tuttavia le vere cause sono tuttora sconosciute (quello che si osserva è, tra l’altro, una progressiva perdita di neuroni nel midollo spinale e nel cervelletto, con diffuse aree di infiammazione).

Si stimano nel complesso 1-2 casi per milione (è quindi una malattia rara). La maggior parte dei pazienti sviluppa sintomi ad un’età compresa tra i 20 e i 60 anni, tipicamente tra 30-40, e i casi nei bambini sono rari ma possibili.

Ne sono state distinte diverse forme, tra cui la cosiddetta variante neoplastica, associata a tumore del seno, del colon, della tiroide, del polmone, linfomi Hodgkin e non Hodgkin e che tende a manifestarsi clinicamente prima del tumore stesso.

La condizione ha un esordio subdolo, con un graduale peggioramento nel tempo che spesso conduce ad invalidità permanente e, in alcuni casi, ad esiti fatali.

Sintomi

La forma classica della sindrome della persona rigida è una condizione con esordio insidioso e progressione graduale nell’arco di pochi mesi.

I primi sintomi comprendono tipicamente la rigidità dei muscoli del tronco, in particolare nella regione toracolombare, descritta dai pazienti come difficoltà a piegarsi e girarsi.

Successivamente la rigidità si estende agli arti (braccia e gambe) e si osserva nel tempo lo sviluppo di anomalie ortopediche croniche come

che nel complesso possono essere descritte con un aspetto “simile a una statua”.

Compaiono inoltre spasmi muscolari generalizzati dolorosi e risposte di sussulto esagerate precipitate da stimoli tattili (al tocco), visivi o acustici inaspettati, nonché a seguito di forti emozioni.

Questi disturbi predispongono a disturbi dell’andatura e cadute.

Prognosi e complicazioni

Purtroppo è spesso inevitabile lo sviluppo di depressione, fobie, paura degli spazi aperti e ansia anticipatoria (paura di quello che potrebbe accadere) che portano ad un grave isolamento sociale in una triste spirale di sofferenza a causa di limitazioni fisiche e sociali.

I pazienti spesso soffrono di fluttuazioni dei sintomi durante il giorno, che peggiorano peraltro in concomitanza a stress fisico ed emotivo, ma anche esposizione al freddo ed eventuali infezioni.

I muscoli del viso vengono in genere risparmiati, almeno inizialmente; in rari casi possono essere coinvolti anche i muscoli respiratori.

La prognosi per i pazienti con sindrome della persona rigida dipende quindi da molteplici fattori, tra cui la gravità della presentazione clinica e la risposta ai farmaci. È fondamentale avviare tempestivamente la terapia per prevenire o ridurre la progressione ed evitare complicazioni a lungo termine. La maggior parte dei pazienti migliora con i farmaci, tuttavia si verificano ancora fluttuazioni precipitate da fattori di stress fisici ed emotivi. Nonostante la disponibilità di molteplici opzioni di trattamento, alcuni pazienti mostrano una progressione della malattia nel tempo, fino a soffrire di anomalie ortopediche permanenti, incapacità di camminare e disabilità.

Diagnosi

Il disturbo viene spesso erroneamente diagnosticato come

La diagnosi di sindrome della sindrome della persona rigida viene solitamente sospettata a seguito di un esame neurologico approfondito con il supporto di risultati di esami elettrodiagnostici e di laboratorio.

Una diagnosi definitiva può essere formulata attraverso uno specifico esame del sangue che misuri il livello degli Anticorpi Anti Decarbossilasi dell’Acido Glutamico (anti-GAD65) nel sangue (è positivo se superiore a 10.000 UI/mL), un anticorpo attivo contro un enzima coinvolto nella sintesi di un importante neurotrasmettitore nel cervello (acido glutamico).

I criteri diagnostici attuali comprendono fattori chiave come:

  • Rigidità degli arti e nella regione toracolombare
  • Spasmi dolorosi precipitati da stimoli tattili e uditivi inaspettati
  • Una continua attività muscolare dimostrata dall’elettromiografia
  • Assenza di altri disturbi neurologici che potrebbero supportare una diagnosi alternativa
  • Sierologia positiva per autoanticorpi anti-GAD65 o anti-amfifisina
  • Miglioramento dei sintomi con benzodiazepine.

La risonanza magnetica cerebrale e del midollo spinale di solito non è diagnostica, ma è utile per escludere altre possibili cause dei sintomi nelle prime fasi del percorso diagnostico.

Cura

Le opzioni terapeutiche per la sindrome della persona rigida possono essere suddivise in due approcci principali, combinati a seconda dei casi:

  • sintomatica,
  • immunoterapia.

La gestione sintomatica è il pilastro su cui si basa la terapia iniziale e si concentra sulla riduzione della rigidità e lo sviluppo dei dolorosi spasmi muscolari; viene perseguita con benzodiazepine e farmaci anticonvulsivanti (baclofen, gabapentin, …). Il diazepam (ad esempio Valium®) è il farmaco di prima scelta, tuttavia non è raro sviluppare nel tempo tolleranza e dipendenza dalle benzodiazepine, con conseguente perdita dei suoi effetti benefici. Altri miorilassanti comunemente usati includono dantrolene e tizanidina.

La gestione dei sintomi include anche il trattamento delle possibili complicazioni psichiatriche , ad esempio mediante il ricorso ad antidepressivi.

L’immunoterapia è invece mirata a ridurre gli autoanticorpi responsabili e si pratica mediante infusione endovenosa di immunoglobuline, che promuovono un miglioramento clinico che dura fino a 1 anno dopo un ciclo di cinque somministrazioni.

La plasmaferesi (procedura che ha l’obiettivo di rimuovere gli auto-anticorpi) purtroppo non è in grado di garantire gli stessi benefici.

Tra i farmaci di seconda scelta l’efficacia dei corticosteroidi è invece controversa, mentre sono talvolta utilizzati altri agenti immunosoppressivi (azatioprina, ciclofosfamide, ciclosporina, tacrolimus, …) e rituximab, un anticorpo monoclonale diretto contro l’antigene CD20 sui linfociti B.

Fonti e bibliografia

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