Introduzione
Il linfoma di Hodgkin è un tumore che si sviluppa nelle cellule del sistema immunitario, una complessa rete di funzioni e cellule del nostro organismo che è deputato al contrasto di infezioni ed altri disturbi.
Il sistema linfatico fa parte del sistema immunitario e comprende:
- Vasi linfatici. Il sistema linfatico è costituito da una rete di vasi linfatici, che si diramano e raggiungono tutti i tessuti dell’organismo.
- Linfa. Nei vasi linfatici circola un liquido trasparente detto linfa, che contiene globuli bianchi, per lo più linfociti B e T.
- Linfonodi. I vasi linfatici sono connessi a piccoli centri di tessuto, detti linfonodi. I linfonodi sono raggruppati nel collo, sotto le ascelle, nel torace, nell’addome e nella zona inguinale e, al loro interno, conservano i globuli bianchi. Servono per intrappolare ed eliminare i batteri o altre sostanze pericolose che eventualmente possono essere presenti nella linfa.
- Altri organi. Tra gli altri organi che fanno parte del sistema linfatico ricordiamo: le tonsille, il timo e la milza. Il tessuto linfatico si trova anche in altre parti del corpo, tra cui lo stomaco, la pelle e l’intestino tenue.

Linfonodi e vasi linfatici (iStock.com/Hank Grebe)
Il tessuto linfatico si trova quindi in diverse parti dell’organismo e questa è la ragione per cui purtroppo il linfoma di Hodgkin si può sviluppare praticamente dappertutto. Di solito ha origine in un linfonodo sopra il diaframma, il muscolo sottile che divide il torace e l’addome, ma si può sviluppare anche in un gruppo di linfonodi o, in alcuni casi, in altre parti del sistema linfatico.
Il sintomo più comune del linfoma di Hodgkin è la comparsa di un gonfiore al collo, all’ascella o all’inguine; il gonfiore, legato all’ingrossamento di un linfonodo, generalmente è indolore.
In alcuni casi possono comparire:
- sudorazioni notturne,
- perdita di peso inspiegabile,
- febbre,
- tosse persistente,
- mancanza di fiato (dispnea),
- prurito persistente e diffuso.
Per stimare correttamente le probabilità di sopravvivenza è necessario valutare alcuni aspetti del singolo paziente, come i sintomi manifestati e l’eventuale presenza contemporanea di altre malattie; anche l’età può essere determinante nell’efficacia delle cure, quando eccessivamente avanzata le probabilità di sopravvivenza diminuiscono.
In generale, comunque, il linfoma di Hodgkin è considerato come una malattia con ottime probabilità di sopravvivenza (oltre l’86% dei pazienti sopravvive a cinque anni dalla diagnosi).

Immagine istopatologica del linfoma, al microscopio (iStock.com/jxfzsy)
Cause
Il linfoma di Hodgkin si sviluppa quando si manifesta un’anomalia in un linfocita (di solito un linfocita B, raramente T), ossia una cellula appartenente al sistema immunitario.
La cellula anomala è detta cellula di Reed-Sternberg.
La cellula di Reed-Sternberg si divide e si replica; le nuove cellule si duplicano a loro volta, producendo sempre più cellule anomale che non muoiono come invece succede periodicamente a quelle sane. Le cellule anomale non solo non sono in grado di proteggere l’organismo dalle infezioni o dagli altri disturbi, ma addirittura si accumulano formando una massa di tessuto malato detta tumore.
Fattori di rischio
Solo raramente è possibile capire il motivo per cui il linfoma di Hodgkin colpisce certi pazienti e non altri; la ricerca, tuttavia, dimostra che determinati fattori di rischio fanno aumentare il rischio di ammalarsi di questo tumore.
Tra i fattori di rischio per il linfoma di Hodgkin ricordiamo:
- Virus. Se si è contratto il virus di Epstein-Barr (EBV, responsabile della mononucleosi) o il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), il rischio di ammalarsi di linfoma di Hodgkin può aumentare. Il linfoma, tuttavia, non è contagioso, cioè non viene trasmesso da paziente a paziente.
- Indebolimento del sistema immunitario. Il rischio di soffrire di linfoma di Hodgkin può aumentare se il sistema immunitario è debole (ad esempio a causa di un disturbo ereditario o di determinati farmaci usati dopo un trapianto).
- Età. Il linfoma di Hodgkin si presenta con maggior frequenza tra gli adolescenti e gli adulti di età compresa tra i 15 e i 35 anni, e tra gli adulti di età superiore ai 55 anni.
- Famigliarità. I famigliari di un paziente con linfoma di Hodgkin, soprattutto i fratelli e le sorelle, possono correre un rischio maggiore di ammalarsi.
Avere uno o più fattori di rischio non significa necessariamente ammalarsi, al contrario la maggior parte dei pazienti che presentano fattori di rischio non sarà mai colpita da alcun tumore.
Sintomi
Il linfoma di Hodgkin può causare diversi sintomi:
- gonfiore (non doloroso) ai linfonodi del collo, delle ascelle o dell’inguine,
- aumento della sensibilità all’alcol oppure dolore ai linfonodi dopo aver bevuto,
- dimagrimento apparentemente inspiegabile,
- febbre che non diminuisce,
- intensa sudorazione notturna,
- prurito diffuso,
- tosse, problemi respiratori o dolore al torace,
- debolezza e stanchezza che non scompaiono nonostante il riposo.
Si noti che, nella maggior parte dei casi, questi sintomi non sono dovuti a un tumore, ma possono essere causati da infezioni o da altri disturbi.
Alcuni pazienti che sviluppano cellule malate a livello del midollo osseo possono manifestare:
- aumentato rischio di infezioni
- sanguinamento eccessivo (episodi di sangue dal naso, mestruazioni abbondanti, comparsa anomala di ematomi).
Se i sintomi durano per più di due settimane, è consigliabile rivolgersi al proprio medico per ottenere una diagnosi e una terapia.
Sopravvivenza
La percentuale di sopravvivenza a 10 anni dalla diagnosi nei pazienti pediatrici affetti da linfoma di Hodgkin è superiore al 90%, testimonianza degli enormi progressi degli ultimi anni; negli adulti si stima una sopravvivenza a 5 anni pari a circa:
- 86% 45-54 anni
- 79% 55-64 anni
- 59% 65-74 anni
- 31% 75-99 anni
Diagnosi
Il percorso diagnostico per il linfoma di Hodgkin è oggi estremamente standardizzato e mira non solo a confermare la presenza della malattia, ma anche a definirne con precisione l’estensione (stadiazione) per personalizzare il trattamento.
Esame obiettivo e anamnesi
Il primo passo è una valutazione clinica approfondita. Il medico procede alla palpazione di tutte le stazioni linfonodali accessibili (collo, ascelle, inguine) e degli organi addominali per rilevare un eventuale ingrossamento della milza (splenomegalia) o del fegato. Durante l’anamnesi viene data particolare importanza ai cosiddetti “sintomi B”: febbre persistente, sudorazione notturna e calo ponderale superiore al 10% del peso corporeo negli ultimi sei mesi.
Biopsia linfonodale
La biopsia rappresenta l’esame definitivo. Il gold standard attuale prevede la biopsia escissionale, ovvero l’asportazione chirurgica dell’intero linfonodo sospetto. Questa procedura è preferibile rispetto all’agoaspirato o alla core-biopsy, poiché permette al patologo di analizzare l’intera architettura del tessuto, facilitando l’identificazione delle caratteristiche cellule di Reed-Sternberg immerse in un appropriato contesto infiammatorio.
Imaging e stadiazione
Una volta confermata la diagnosi, è fondamentale stabilire lo stadio della malattia. Gli strumenti principali includono:
- PET-TC con fluorodesossiglucosio (FDG): È oggi l’esame cardine. La PET permette di mappare l’attività metabolica delle cellule tumorali in tutto il corpo, risultando molto più accurata della sola TAC nell’identificare localizzazioni linfonodali e d’organo. La PET viene utilizzata anche per valutare la risposta precoce al trattamento.
- Esami del sangue: Includono l’emocromo completo, la valutazione della funzionalità renale ed epatica, e la misurazione di biomarcatori come la VES (Velocità di Eritrosedimentazione) e la lattato deidrogenasi (LDH), che possono avere valore prognostico.
Grazie all’accuratezza della PET-TC, la biopsia osteomidollare (prelievo di un frammento di osso dal bacino) non è più eseguita routinariamente se l’imaging non mostra segni sospetti di coinvolgimento del midollo osseo.
Cura
L’obiettivo principale della terapia nel linfoma di Hodgkin è la guarigione definitiva, minimizzando al contempo il rischio di tossicità a lungo termine. Grazie alle moderne strategie terapeutiche, la maggior parte dei pazienti può oggi aspirare a una remissione completa duratura.
Strategie terapeutiche di prima linea
Il trattamento standard si basa sull’integrazione di diversi approcci, scelti in base allo stadio della malattia e alla presenza di fattori di rischio:
- Chemioterapia: Rappresenta il pilastro del trattamento. Lo schema ABVD (Doxorubicina, Bleomicina, Vinblastina e Dacarbazina) rimane uno degli standard più utilizzati a livello globale. Nei casi più avanzati o aggressivi, possono essere impiegati regimi più intensivi (come il BEACOPP) o l’integrazione di nuovi farmaci biologici già in prima linea. La chemioterapia viene somministrata in cicli, con intervalli che permettono al corpo di recuperare.
- Radioterapia: Spesso utilizzata dopo la chemioterapia per consolidare il risultato sulle zone dove la malattia era inizialmente più voluminosa (bulk). Oggi si utilizzano tecniche di “Involved-Site Radiation Therapy” (ISRT), che limitano le radiazioni esclusivamente ai linfonodi originariamente coinvolti, proteggendo i tessuti sani circostanti per ridurre gli effetti collaterali tardivi, specialmente a carico di cuore e polmoni.
Terapie innovative e farmaci biologici
Negli ultimi anni, l’introduzione di nuove classi di farmaci ha rivoluzionato il trattamento, specialmente per i pazienti che non rispondono alle cure tradizionali o che presentano recidive:
- Anticorpi coniugati: Farmaci come il Brentuximab vedotin agiscono come “proiettili intelligenti”, legandosi specificamente a una proteina presente sulle cellule del linfoma (CD30) e rilasciando il chemioterapico direttamente all’interno della cellula tumorale.
- Immunoterapia (Inibitori dei checkpoint immunitari): Farmaci come Nivolumab o Pembrolizumab “risvegliano” il sistema immunitario del paziente, permettendogli di riconoscere e distruggere le cellule di linfoma. Questi trattamenti hanno mostrato un’efficacia straordinaria anche in fasi avanzate di malattia.
Trapianto di cellule staminali
In caso di recidiva o di mancata risposta iniziale, il percorso standard prevede una chemioterapia di salvataggio seguita da un trapianto di cellule staminali autologhe. Questa procedura consente di somministrare dosi molto elevate di farmaci per eradicare le cellule tumorali residue, ricostituendo poi il sistema immunitario attraverso le staminali precedentemente prelevate dal paziente stesso. Il trapianto allogenico (da donatore) è riservato a casi selezionati e molto complessi.
Stile di vita e supporto
Il mantenimento di uno stile di vita sano è parte integrante del percorso di cura. Un’attività fisica moderata e regolare, compatibilmente con le condizioni cliniche, si è dimostrata efficace nel ridurre la stanchezza legata alle cure (fatigue) e nel migliorare il benessere psicologico. Un supporto nutrizionale adeguato è altrettanto fondamentale per prevenire la perdita di massa muscolare e supportare il sistema immunitario durante i cicli di terapia.
Dieta, attività fisica e follow-up
È fondamentale prendersi cura di se stessi, attraverso un’alimentazione sana e cercando di mantenersi il più attivi possibile.
Per mantenere un peso corretto è necessario assumere la giusta quantità di calorie, è anche importante assumere proteine a sufficienza per salvaguardare la propria forza. Mangiare bene vi aiuterà a sentirvi meglio e ad avere maggiori energie.
In alcuni casi, soprattutto durante la terapia o nelle fasi immediatamente successive, potreste non aver voglia di mangiare, perché vi sentite stanchi o avete la nausea. Probabilmente avrete la sensazione che gli alimenti abbiano un gusto diverso dal solito; inoltre gli effetti collaterali della terapia (ad esempio la mancanza di appetito, la nausea, il vomito o le ulcere in bocca) potranno impedirvi di mangiare bene. Il medico, il dietologo o altri componenti dell’équipe che vi segue possono suggerirvi i modi migliori per affrontare questi problemi.
Molte persone affermano di sentirsi meglio se riescono a mantenersi attive: camminare, fare yoga, nuotare o fare altre attività vi aiuteranno a salvaguardare la forza e ad aumentare le energie. Con l’esercizio fisico si può diminuire la nausea e il dolore e si può sopportare meglio la terapia e lo stress. Prima di iniziare una qualsiasi attività fisica, ricordatevi di chiedere il parere del medico; inoltre, se l’attività causa dolore o altri problemi, informate immediatamente il medico o l’infermiere.
Follow-up
Dopo la fine della terapia, vi consigliamo di rivolgere le domande seguenti al vostro medico:
- Con quale periodicità dovrò effettuare controlli?
- Quali esami di controllo mi consiglia?
- Tra un esame e il successivo, a quali problemi o sintomi devo prestare particolare attenzione, informandola?
Dopo la terapia per il linfoma di Hodgkin sarà necessario sottoporsi a controlli periodici. Anche se i sintomi del tumore sono scomparsi, infatti, il tumore può recidivare, perché la terapia può non aver eliminato alcune cellule tumorali in qualche zona dell’organismo.
I controlli periodici, inoltre, possono individuare i problemi derivanti dalla terapia contro il tumore.
Chi ha combattuto il linfoma di Hodgkin corre maggiori rischi di soffrire di:
- disturbi cardiaci,
- leucemia,
- melanoma,
- linfoma non Hodgkin,
- tumore:
I controlli servono per non trascurare i cambiamenti dello stato di salute e per curarli se ci sono problemi. Tra i controlli necessari ricordiamo:
- visite mediche,
- esami del sangue,
- radiografie toraciche,
- TAC ed altri esami.
Dopo la terapia ai pazienti possono essere somministrati il vaccino antinfluenzale e altri vaccini. È necessario discutere con l’équipe medica la necessità di somministrazione di determinati vaccini.
Se tra un controllo e l’altro si presentano dei problemi di salute, è opportuno contattare immediatamente il medico.
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Le domande più frequenti
Cos'è un linfoma?
Cos'è il linfoma di Hodgkin?
Quanto si vive?
Quali sono i sintomi? Come ci si accorge del tumore?
Com'è il prurito da linfoma?
I linfonodi possono rimanere gonfi per sempre?
Cosa significa avere linfonodi reattivi che non si sgonfiano?
Quali possono essere le cause di una pallina dura sull'osso dietro l'orecchio?
È normale che i linfonodi reattivi restino palpabili per anni?
Un linfonodo ingrossato è sempre rappresentativo di una malattia grave?
È possibile che un linfoma non venga rilevato in un emocromo?
Quando è necessario consultare un medico per linfonodi gonfi?
Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.