Introduzione
La malattia di WIlson (o morbo di Wilson) è una patologia genetica rara in cui si verifica un eccessivo accumulo di rame nell’organismo.
Segni e sintomi compaiono tipicamente negli anni dell’adolescenza, in alcuni pazienti in età adulta, e si manifestano in modo variabile in forma di disturbi epatici, neurologici e psichiatrici:
- stanchezza
- inappetenza
- dolore addominale
- ittero
- ritenzione idrica
- disturbi del linguaggio e della deglutizione
- difficoltà di coordinazione, movimenti incontrollati e/o rigidità muscolare
Se non viene trattata la condizione può diventare fatale, a causa di progressive complicazioni a carico di fegato, sistema nervoso, reni e sangue.
La terapia può prevedere una limitazione del consumo di alimenti contenenti rame, in associazione a terapie in grado di prevenirne l’accumulo (e/o favorirne lo smaltimento della quantità in eccesso).

Alimenti contenenti rame (iStock.com/yulka3ice)
Cause
La malattia di Wilson è di origine genetica; è trasmessa dai genitori al figlio secondo il modello autosomico recessivo, ovvero è necessario che entrambi i genitori siano malati e/o, più spesso, inconsapevoli portatori sani della condizione (circa una persona su 100).
Un portatore sano non manifesta alcun segno/sintomo di malattia.
Il morbo di Wilson è causato da un’alterazione del gene ATP7B, responsabile della produzione di una proteina che si occupa del trasporto del rame dal fegato al resto dell’organismo e della sua eliminazione; il rame, come altri micronutrienti metallici, è indispensabile a molte funzioni dell’organismo, ma se presente più che in tracce può rapidamente diventare tossico.
Se il gene è mutato la proteina risultante non è in grado di svolgere adeguatamente la sua funzione è la conseguenza è un progressivo accumulo di rame, soprattutto a livello di fegato e cervello.
Esistono poi ulteriori fattori genetici che modulano il decorso (gravità) della malattia e la sua espressione.
Si stima che interessi circa un soggetto ogni 30000 persone.
Sintomi
Il fegato è in genere l’organo più colpito nelle fasi iniziali della malattia, soprattutto quando la malattia si manifesta in giovane età:
- ittero (ingiallimento di pelle e sclere, ovvero la parte bianca degli occhi)
- affaticamento,
- inappetenza (perdita di appetito)
- dolore addominale
- gonfiore addominale da ritenzione idrica.
Quando esordisce in età adulta sono i sintomi neurologici e psichiatrici ad essere preponderanti:
- tremori,
- incoordinazione e difficoltà a camminare,
- disturbi del linguaggio,
- difficoltà cognitive e confusione,
- depressione, ansia e sbalzi d’umore.
Un sintomo caratteristico della malattia di Wilson è lo sviluppo di un anello di colore verde-brunastro (anelli di Kayser-Fleischer) che si forma attorno alla parte colorata dell’occhio (iride) in conseguenza di un accumulo di rame sulla superficie anteriore dell’occhio (cornea).
Complicazioni
Se non adeguatamente riconosciuta e trattata la malattia può causare:
- cirrosi epatica e successiva insufficienza dell’organo
- encefalopatia epatica
- problemi neurologici persistenti e permanenti (tremori, movimenti involontari, difficoltà di linguaggio, …)
- disturbi psichiatrici (cambiamenti di personalità, depressione, irritabilità, disturbo bipolare, psicosi)
- problemi renali (calcoli renali, …)
- emolisi, ovvero distruzione dei globuli rossi, che conduce ad anemia ed ittero.
In assenza di cura la malattia ha esito fatale in pochi anni, mentre una diagnosi precoce ed un trattamento corretto consentono una qualità di vita quasi sempre ottimale ed un’aspettativa di vita sovrapponibile a quello della popolazione generale.
Diagnosi
La diagnosi della malattia di Wilson rappresenta spesso una sfida clinica poiché i sintomi iniziali possono mimare altre condizioni, come l’epatite cronica o disturbi neurologici aspecifici. Il percorso diagnostico moderno si basa sull’integrazione di dati clinici, biochimici e strumentali, spesso riassunti in sistemi di punteggio validati a livello internazionale (come il punteggio di Leipzig).
Esami del sangue e delle urine
Il sospetto clinico viene solitamente indagato attraverso parametri specifici del metabolismo del rame:
- Ceruloplasmina sierica: è la proteina che trasporta il rame nel sangue. Nella maggior parte dei pazienti con malattia di Wilson, i livelli sono significativamente ridotti.
- Rame libero (non legato alla ceruloplasmina): i livelli di rame libero nel siero sono spesso elevati, riflettendo la quota tossica circolante.
- Escrezione urinaria del rame (cupruresi nelle 24 ore): è uno dei test più affidabili. Si misura la quantità di rame eliminata nelle urine nell’arco di una giornata; valori elevati sono indicativi di un sovraccarico sistemico.
- Esami epatici: il monitoraggio di transaminasi, bilirubina e parametri di coagulazione serve a valutare l’entità del danno d’organo già presente.
Esame oculistico
La ricerca degli anelli di Kayser-Fleischer mediante un esame con lampada a fessura è fondamentale. Questi depositi di rame nella cornea sono presenti nella quasi totalità dei pazienti con sintomi neurologici e in circa la metà di quelli con soli sintomi epatici. La loro individuazione è un segno clinico patognomonico di grande valore diagnostico.
Imaging e biopsia
La diagnostica per immagini, come la risonanza magnetica (RM) dell’encefalo, può rivelare alterazioni specifiche nei nuclei della base (segno del “faccia di panda”), tipiche del coinvolgimento neurologico. L’ecografia addominale può invece mostrare segni di cirrosi epatica o ingrossamento della milza.
Sebbene meno frequente oggi grazie ai test genetici, la biopsia epatica rimane il “gold standard” in casi dubbi, permettendo la quantificazione diretta del rame nel tessuto epatico (dosaggio del rame parenchimale).
Test genetici
L’analisi del DNA per identificare mutazioni nel gene ATP7B conferma definitivamente la diagnosi. Il test genetico è inoltre essenziale per lo screening dei familiari di primo grado (fratelli, sorelle e figli) del paziente, permettendo di individuare soggetti affetti prima ancora della comparsa dei sintomi.
Cura
Il trattamento della malattia di Wilson è una terapia salvavita che deve essere proseguita ininterrottamente per tutta la vita. Gli obiettivi principali sono l’eliminazione del rame in eccesso già accumulato (fase di de-coppering) e la successiva prevenzione di nuovi accumuli (fase di mantenimento).
Farmaci chelanti
Questi farmaci agiscono legandosi al rame presente nei tessuti e nel sangue, favorendone l’escrezione attraverso le urine.
- D-penicillamina: è stato storicamente il primo chelante utilizzato. Sebbene molto efficace, richiede un attento monitoraggio medico per il rischio di effetti collaterali (reazioni cutanee, problemi renali o peggioramento neurologico iniziale).
- Trientina: agisce in modo simile alla penicillamina ma è generalmente meglio tollerata, con un profilo di sicurezza superiore. È oggi ampiamente utilizzata sia come terapia di prima linea che nei pazienti che non tollerano altri trattamenti.
Sali di zinco
Lo zinco agisce bloccando l’assorbimento del rame a livello intestinale. Viene utilizzato principalmente come terapia di mantenimento una volta che i livelli di rame sono stati normalizzati dai chelanti, oppure come terapia iniziale nei pazienti asintomatici. È fondamentale che lo zinco venga assunto lontano dai pasti per garantirne l’efficacia.
Trattamenti chirurgici e innovativi
Nei casi di insufficienza epatica fulminante o di cirrosi scompensata che non risponde alla terapia farmacologica, il trapianto di fegato rappresenta l’unica opzione risolutiva. Il nuovo fegato è in grado di metabolizzare ed eliminare correttamente il rame, correggendo il difetto genetico alla base della malattia.
La ricerca scientifica sta inoltre esplorando la terapia genica con l’obiettivo, in futuro, di ripristinare la funzionalità del gene ATP7B direttamente nelle cellule del paziente.
Stile di vita e alimentazione
La gestione dietetica è un pilastro complementare del trattamento, specialmente nel primo anno di cura. Si raccomanda di limitare fortemente il consumo di alimenti ad alto contenuto di rame, tra cui:
- Frattaglie (fegato, rognone)
- Crostacei e molluschi
- Cioccolato e cacao amaro
- Frutta a guscio (noci, anacardi, nocciole)
- Funghi
- Legumi secchi e cereali integrali (in quantità controllate)
È inoltre consigliabile far analizzare l’acqua domestica: se condotta attraverso tubature in rame, l’acqua potrebbe contenerne concentrazioni elevate. L’astensione dall’alcol è fortemente raccomandata per evitare di sovraccaricare ulteriormente il fegato.
L’aderenza rigorosa alla terapia farmacologica è il fattore determinante per la prognosi: un paziente correttamente trattato può condurre una vita normale, ma la sospensione dei farmaci, anche per brevi periodi, può innescare danni d’organo irreversibili.
Fonti e bibliografia
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Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.