Clostridium difficile: terapia, sintomi, trasmissione, prevenzione

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Introduzione

Il tratto digestivo umano medio ospita ben 1.000 specie diverse di microrganismi.

Si tratta per la maggior parte di germi innocui o addirittura anche molto utili all’organismo (per la digestione, il sistema immunitario, …); quando qualcosa sconvolge l’equilibrio di questo prezioso ecosistema, batteri e funghi normalmente inoffensivi possono crescere al di fuori di ogni controllo ed arrivare a causare sintomi più o meno gravi.

Uno dei peggiori batteri in grado di prendere il sopravvento è il Clostridioides difficile (storicamente noto come Clostridium difficile o C. Difficile) che può essere causa di sintomi particolarmente severi e pericolosi, come ad esempio:

  • diarrea acquosa,
  • febbre,
  • perdita di appetito,
  • nausea,
  • dolore addominale.

Anche se le infezioni sono relativamente poco comuni rispetto ad altri batteri intestinali, il C. difficile è una delle più importanti cause di diarrea infettiva nei Paesi Occidentali.

La diarrea è un effetto collaterale comune delle terapie antibiotiche, ma normalmente sospendendo il farmaco al termine della cura il disturbo si risolve; nel caso del Clostridioides invece la diarrea, accompagnata dagli altri sintomi, non accenna a diminuire o migliorare.

L’infezione si manifesta spesso a seguito di aggressive terapie antibiotiche e la diffusione è molto comune in ambiente ospedaliero; il batterio si trasmette per via oro-fecale, favorita anche dalla particolare resistenza del batterio nell’ambiente. L’infezione può quindi diffondersi toccando superfici contaminate e ingerendo in seguito le spore così raccolte.

Il trattamento dell’infezione prevede in ogni caso l’utilizzo di antibiotici, sebbene particolarmente mirati a questo specifico batterio; una recente alternativa che si sta dimostrando ogni più efficace è rappresentata dal trapianto fecale.

Tra le principali norme di prevenzione ricordiamo l’importanza di lavarsi spesso e correttamente le mani, soprattutto dopo essere entrati in contatto con un paziente, e di assumere antibiotici solo se e quando prescritti da un medico.

Clostridium Difficile

iStock.com/Dr_Microbe

Cause

Se siete in buona salute, con ogni probabilità non sarete colpiti dall’infezione; il fattore di rischio più comune per quest’infezione consiste infatti nell’uso degli antibiotici, molecole che sono in grado di sconvolgere il normale equilibrio della flora batterica intestinale come quasi inevitabile effetto collaterale del loro meccanismo d’azione.

Tra i più comuni fattori di rischio per l’infezione da Clostridioides difficile ricordiamo:

  • uso di antibiotici, specie quelli ad ampio spettro (quelli cioè che sono in grado di eliminare diversi tipi di batteri), anche protratto nel tempo, o associazioni di antibiotici diversi per curare infezioni antibiotico-resistenti,
  • necessità di ricovero in ospedale o altre strutture di cura,
  • interventi chirurgici a carico dell’apparato digerente,
  • interventi all’addome che coinvolgono l’intestino,
  • permanenza in un asilo, in un asilo nido o in una casa di riposo,
  • disturbi relativi al colon, come ad esempio la sindrome del colon irritabile o il tumore del colon-retto,
  • problemi renali,
  • sistema immunitario indebolito (a causa di diabete, terapia immunosoppressiva, AIDS, …),
  • assunzione di inibitori di pompa o altri farmaci in grado di ridurre l’acidità gastrica, che normalmente funge da protezione verso le infezioni,
  • precedenti infezioni da Clostridioides difficile,
  • età superiore ai 65 anni.

La maggior parte delle infezioni da C. difficile si verifica in contesti in cui molti soggetti assumono antibiotici e si trovano a stretto contatto tra loro, come ad esempio ospedali e case di cura.

Una crescente attenzione a questo problema ha tuttavia contribuito a ridurre tale rischio e percentualmente si assiste quindi a numerosi casi anche in situazioni diverse.

Trasmissione

Il C. difficile può essere isolato nell’intestino di circa 1 soggetto adulto su 30, ma non per questo causa diarrea ogni volta che è presente; spesso convive in modo innocuo con gli altri microrganismi normalmente presenti in equilibrio nell’intestino senza alcun problema.

Alcuni antibiotici possono tuttavia interferive con l’equilibrio dell’ecosistema intestinale e, in determinate condizioni, il C. difficile può riuscire a moltiplicarsi e produrre tossine che sono la reale causa della comparsa dei sintomi. Quando questo accade può esserci il rischio concreto di trasmettere l’infezione, perché i batteri responsabili dell’infezione sono presenti nella diarrea in quantità rilevante.

Una volta fuori dal corpo i batteri si trasformano in cellule resistenti chiamate spore, che possono sopravvivere per lunghi periodi su mani, superfici (come i servizi igienici), oggetti e abbigliamento che non siano accuratamente puliti, fino a infettare qualcun altro se riescono a raggiungere la bocca.

Un paziente con infezione da C. difficile è generalmente considerato contagioso fino ad almeno 48 ore dopo la completa scomparsa dei sintomi.

Sintomi

Alcuni pazienti sono portatori sani del batterio, che è quindi presente a livello intestinale ma non in grado di causare la comparsa di sintomi nonostante possano trasmettere comunque l’infezione.

Il periodo di incubazione non è conosciuto con precisione, ma si sa che la diarrea connessa a questa infezione può comparire fino a 2 mesi di distanza dalla terapia antibiotica (generalmente si stima un periodo compreso tra i 5 e i 10 giorni dall’inizio della terapia antibiotica).

Tra i sintomi tipici di una lieve infezione da Clostridioides difficile ricordiamo:

Complicazioni

Se l’infezione si aggrava ci si può disidratare gravemente (con comparsa di confusione e sonnolenza, aumento del battito cardiaco e svenimento) oppure si può avere difficoltà a defecare.

In rari casi l’infezione da Clostridioides difficile può causare

Quando chiamare il medico

Chiamate il medico se i sintomi si presentano immediatamente dopo che avete iniziato ad assumere un antibiotico, oppure se durano da più di tre giorni o sembrano peggiorare.

In particolare segnalare al medico:

  • presenza di diarrea persistente dopo aver terminato un ciclo di antibiotici,
  • diarrea sanguinolenta (dissenteria),
  • dolori addominali severi,
  • febbre alta,
  • tachicardia,
  • svenimento.

Il sintomo “diarrea” può ovviamente avere numerose cause diverse ed è peraltro un effetto collaterale comune degli antibiotici, quindi la comparsa di questo disturbo durante l’assunzione non significa necessariamente che si è contratta un’infezione da C. difficile; in caso di persistenza dei sintomi il medico suggerirà comunque di verificare con ulteriori esami.

Diagnosi

La diagnosi di infezione da Clostridioides difficile (CDI) non si basa esclusivamente sulla presenza del batterio, ma sulla combinazione di sintomi clinici e test di laboratorio. La semplice presenza del microrganismo in una persona sana, senza diarrea, definisce infatti lo stato di “portatore sano” (colonizzazione) e generalmente non richiede trattamento.

Il percorso diagnostico moderno segue solitamente un algoritmo a due fasi per garantire la massima accuratezza:

Analisi delle feci

È il pilastro della diagnosi. Poiché il calore e il tempo possono degradare le tossine rendendo il test falso negativo, il campione deve essere analizzato rapidamente o refrigerato. I test principali includono:

  • Test della Glutammato Deidrogenasi (GDH): Un test di screening molto sensibile che rileva un enzima prodotto da tutti i ceppi di C. difficile. Se negativo, l’infezione è altamente improbabile.
  • Dosaggio delle Tossine A e B (EIA): Se il test GDH è positivo, si procede alla ricerca diretta delle tossine che causano il danno intestinale. È un esame molto specifico: se positivo, conferma l’infezione in atto.
  • Test Molecolari (NAAT/PCR): Questi test rilevano i geni responsabili della produzione di tossine. Vengono utilizzati per risolvere i casi dubbi (ad esempio quando il GDH è positivo ma la tossina non viene rilevata direttamente).

Imaging e diagnostica strumentale

Nei casi di infezione severa o quando si sospettano complicazioni, il medico può richiedere ulteriori approfondimenti:

  • TAC dell’addome: È l’esame di scelta per valutare l’ispessimento delle pareti del colon, la presenza di versamento o segni di megacolon tossico e perforazione intestinale.
  • Sigmoidoscopia o Colonscopia: Viene eseguita raramente nella fase acuta, ma può essere utile per visualizzare la presenza di “pseudomembrane” (placche giallastre sulla mucosa intestinale), segno patognomonico della colite pseudomembranosa causata dal batterio.
  • Esami del sangue: Utili per monitorare la gravità dell’infezione tramite il conteggio dei globuli bianchi (leucocitosi) e i livelli di creatinina per valutare la funzionalità renale.

Cura e terapia

L’obiettivo primario della terapia è l’eradicazione del batterio, il controllo dei sintomi e, soprattutto, la prevenzione delle recidive, che rappresentano la sfida clinica principale. L’approccio terapeutico varia in base alla gravità del quadro clinico e al rischio di ricomparsa dell’infezione.

Protocolli farmacologici

La gestione medica attuale prevede diverse linee d’intervento:

  • Sospensione dell’antibiotico scatenante: Se possibile, la prima misura è interrompere la terapia antibiotica che ha causato lo squilibrio della flora intestinale.
  • Antibiotici mirati: Contrariamente a quanto si possa pensare, l’infezione batterica si cura con altri antibiotici specifici.
    • Fidaxomicina: Attualmente considerata la prima scelta in molte linee guida internazionali. Ha il vantaggio di essere molto selettiva (risparmia la flora batterica “buona”) e riduce significativamente il rischio di recidive.
    • Vancomicina (per via orale): Un’alternativa consolidata ed efficace per il primo episodio di infezione.
    • Metronidazolo: Oggi relegato a casi molto lievi o situazioni in cui le altre opzioni non sono disponibili.
  • Anticorpi Monoclonali (Bezlotoxumab): In pazienti ad alto rischio di recidiva, può essere somministrata un’infusione endovenosa di questo anticorpo che neutralizza la tossina B, riducendo drasticamente le probabilità che l’infezione ritorni.

Trapianto di microbiota fecale (FMT)

Il trapianto di feci è diventato uno standard terapeutico per i pazienti che hanno subito almeno due o tre recidive nonostante la terapia antibiotica.
La procedura consiste nel trasferire batteri intestinali sani da un donatore attentamente selezionato al colon del paziente. Questo permette di ripristinare istantaneamente l’equilibrio della flora batterica (microbiota), impedendo al C. difficile di moltiplicarsi. Oggi il trapianto può avvenire tramite colonscopia, sondino o capsule orali specifiche, con tassi di successo che superano il 90%.

Stile di vita e supporto al paziente

La gestione domiciliare è fondamentale per il recupero:

  • Idratazione: È l’aspetto più critico. Bere soluzioni reidratanti orali per compensare la perdita di elettroliti causata dalla diarrea.
  • Alimentazione: Durante la fase acuta è preferibile una dieta povera di scorie (riso, banane, mele cotte). Evitare latte e derivati se si sviluppa un’intolleranza temporanea al lattosio, comune dopo l’infiammazione del colon.
  • Evitare farmaci “bloccanti”: Non assumere mai farmaci antidiarroici come la loperamide senza consulto medico, poiché possono bloccare le tossine all’interno dell’intestino peggiorando l’infezione.
  • Probiotici: Sebbene utili per la salute generale, i fermenti lattici da soli non curano l’infezione attiva, ma possono essere raccomandati dal medico come supporto post-terapia.

Chirurgia

L’intervento chirurgico (colectomia parziale o totale) rimane un’opzione di emergenza riservata esclusivamente ai casi fulminanti che non rispondono ai farmaci, in presenza di megacolon tossico o segni di peritonite.

Prevenzione

Le spore del Clostridioides difficile (le parti inattive del batterio) sono in grado di sopravvivere per molto tempo sulle superfici ambientali, ad esempio sull’asse del water, sui telefoni e sulle maniglie. Per evitare il contagio è quindi opportuno seguire alcune semplici norme igieniche.

  1. Il paziente colpito dovrebbe restare a casa fino a 48 ore dopo la completa guarigione.
  2. Lavarsi le mani spesso, con acqua e sapone, soprattutto dopo essere andati in bagno e comunque sempre prima di maneggiare del cibo. Nota bene: i gel igienizzanti a base alcolica non sono efficaci contro le spore di C. difficile; il lavaggio meccanico con acqua e sapone è indispensabile.
  3. Usare i guanti usa e getta quando si entra a contatto con persone infette.
  4. Non condividere asciugamani.
  5. Lavare la biancheria contaminata separatamente dagli altri, alla temperatura più alta possibile
  6. Usare disinfettanti a base di cloro (candeggina) per pulire le superfici o gli oggetti che possono essere entrati in contatto con un paziente infetto.
  7. Se andate a trovare qualcuno in ospedale, lavate le mani prima, durante e dopo la visita, soprattutto se andate in bagno.
  8. Non usate gli antibiotici se non sotto prescrizione medica.

Fonti e bibliografia

Le domande più frequenti

Risposte a cura del Dr. Roberto Gindro

Cos'è il clostridium difficile?

Il C. difficile è un batterio che causa diarrea ed altri sintomi intestinali, talvolta così gravi e severi da diventare potenzialmente pericolosi per la vita.

Come si trasmette?

Un'infezione da C. difficile tipicamente si sviluppa in soggetti sottoposti a terapia antibiotica, che come conseguenza stessa del meccanismo d'azione causa un'alterazione della flora batterica intestinale. È più comune osservare l'infezione in soggetti già debilitati (anziano, con sistema immunitario indebolito, ...) in ambiente ospedaliero. Il batterio si trova nell'ambiente (suolo, acqua contaminata, feci umane e animali, ...) e in alcuni casi è anche possibile isolarlo nell'intestino di soggetti perfettamente sani e privi di sintomi. La trasmissione può avvenire per via oro-fecale, ossia ingerendo inconsapevolmente le spore del batterio (per esempio a causa di una cattiva igiene delle mani); caratterista del batterio è che le spore risultano particolarmente resistenti nell'ambiente, trovando quindi facile diffusione in ambienti a rischio come ospedali e case di riposo.

Cosa mangiare in caso d'infezione da Clostridium Difficile?

Non esiste una dieta specifica per le infezioni da C. difficile, che prevede invece un'alimentazione in linea con le indicazioni per il trattamento di una qualsiasi forma di diarrea: abbondante consumo di acqua (ed eventuali sali minerali) per prevenire la disidratazione, eventuale sospensione del consumo di latte e latticini con lattosio, consumo di cereali e verdure facilmente digeribili (cottura abbondante).

Quanto tempo ci vuole per superare la diarrea causata da Clostridium dopo aver iniziato la cura?

Il tempo necessario per superare la diarrea varia a seconda dei casi individuali, ma in genere i sintomi possono migliorare entro pochi giorni dal trattamento.

Cosa devo fare se i sintomi di Clostridium difficile ritornano dopo il termine della terapia antibiotica?

Se i sintomi ritornano dopo il termine della terapia antibiotica, è fondamentale contattare il medico per una valutazione. Potrebbe essere necessario ripetere il trattamento antibiotico o eseguire ulteriori test per identificare eventuali complicazioni.

È possibile contrarre nuovamente Clostridium difficile anche dopo essere guariti?

Sì, è possibile contrarre nuovamente l'infezione da Clostridium difficile anche dopo la guarigione. La recidiva è comune e il rischio aumenta in presenza di fattori predisponenti come l'uso di antibiotici.

Esistono modalità efficaci di prevenzione per le ricadute di Clostridium difficile?

Sebbene non esistano misure preventive specifiche, mantenere una buona igiene, evitare l'uso inappropriato di antibiotici e seguire un'alimentazione equilibrata possono aiutare a ridurre il rischio.
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