Febbre di Lassa in Inghilterra: sintomi, trasmissione, pericoli e cura

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Introduzione

La febbre di Lassa è una malattia virale acuta di origine animale, ovvero una zoonosi, il cui vettore è un roditore molto simile ai nostri ratti. È endemica in alcune parti dell’Africa occidentale, tra cui Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria, ma anche i Paesi vicini sono a rischio poiché l’animale responsabile è diffuso in tutta la regione e non è quindi infrequente che alcuni soggetti infetti possano anche oltrepassare i confini.

La malattia è stata scoperta nel 1969 e prende il nome dalla città della Nigeria dove si sono verificati i primi casi, che hanno riguardato due infermiere missionarie purtroppo decedute a causa di questa malattia, fino a quel momento sconosciuta.

Si stima che ogni anno si verifichino da 100.000 a 300.000 infezioni di febbre di Lassa, responsabili di circa 5.000 decessi, anche si tratta ovviamente solo di stime.

Il rischio di venire contagiati ad oggi in Italia è invece sostanzialmente nullo e non è quindi necessario fare alcunché di diverso dal solito a scopo preventivo.

Trasmissione e contagio

Il serbatoio naturale del virus Lassa, ovvero l’ospite animale, è un roditore. Mastomys natalensis, la cui lunghezza può raggiungere i 15 cm circa e ed altrettanto di coda; vale la pena notare che una specie appartenente allo stesso genere, Mastomys coucha, è stato addomesticato ed è considerato un animale da compagnia in stati come Germania, Inghilterra, Stati Uniti e Canda. A questo proposito è utile ribadire che, nel caso si possedessero topolini o ratti domestici in casa, di qualunque specie anche ad esempio come fonte alimentare di serpenti, non c’è alcun bisogno di disfarsi dell’animale né tanto meno sopprimerlo. Allo stesso modo i topolini di campagna non rappresentano in alcun modo un serbatoio della malattia.

Mastomys natalensis

Di Kelly, et al – https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3562201/, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26350706

L’animale viene contagiato dal virus e poi ne diventa portatore, iniziando ad espellere il virus attraverso le urine e gli escrementi per un periodo di tempo prolungato, forse per il resto della vita, che può raggiungere i 4 anni circa.

I roditori del genere Mastomys si riproducono frequentemente, dando alla luce un gran numero di cuccioli che colonizzano poi savane e foreste dell’Africa occidentale, centrale e orientale. Come tutti i roditori sono attratti dal cibo, ed è per questo che è comune trovarli anche nelle abitazioni umane dove tipicamente avviene poi il contagio dell’uomo.

La trasmissione del virus Lassa all’uomo avviene in genere attraverso l’ingestione o l’inalazione del virus, contenuto nell’urina e negli escrementi degli animali infetti. Anche l’eventuale contatto di materiale infetto con ferite e piaghe aperte rappresenta un possibile veicolo di contagio.

Non solo, si tratta di animali che occasionalmente vengono consumati tal quali dalla popolazione residente e possono quindi verificarsi contagi anche durante la manipolazione relativa a cattura e preparazione. Inutile dire che la pratica è fortemente sconsigliata per il rischio di contagio; l’eventuale ricorso a trappole può contribuire alla riduzione della popolazione, ma d’altra parte la notevole presenza e prolificità dell’animale rende sostanzialmente impraticabile pensare di agire in questo senso ai fini del contenimento dell’infezione. Come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità, piuttosto meglio i gatti.

Il contagio per inalazione può invece avvenire, ad esempio, spazzando ambienti contaminati senza adeguata protezione su vie respiratorie e mucose.

Il contagio può infine avvenire anche da uomo a uomo, perché a seguito del contagio il virus è in grado di diffondersi anche nell’uomo in sangue, tessuti, secrezioni ed escrezioni, mentre NON avviene contagio in caso di contatto causale, come può essere una stretta di mano od un abbraccio. Si ritiene che un paziente diventi contagioso con lo sviluppo dei sintomi, non prima.

Per le stesse ragioni può infine essere responsabile di contaminazione di dispositivi medici, come gli aghi, in caso di riutilizzo.

Non ci sono invece evidenze a sostegno della diffusione attraverso la respirazione e le goccioline di saliva direttamente tra umani, mentre ci sono segnalazioni in letteratura sulla possibile via sessuale.

Incubazione

Il periodo d’incubazione dell’infezione, ovvero il tempo che trascorre tra il contagio e la comparsa dei sintomi, è compreso tra una e tre settimane.

Sintomi

Per circa 8 pazienti su 10 i sintomi della febbre di Lassa sono lievi, spesso tanto lievi da non venire nemmeno diagnosticati essendo piuttosto aspecifici:

L’esordio della malattia, quando sintomatica, è generalmente graduale e può essere seguita nei giorni seguenti da mal di gola, dolori muscolari, dolore al petto, nausea, vomito, diarrea, tosse e dolore addominale.

Nei casi restanti, il 20% circa, la malattia può esibire un’evoluzione molto più grave, caratterizzata dallo sviluppo di:

Sono stati descritti anche problemi neurologici, tra cui perdita dell’udito, tremori ed encefalite, ovvero l’infiammazione del cervello.

Complicazioni

La febbre di Lassa è quindi una cosiddetta malattia emorragica, con esito potenzialmente fatale che può verificarsi entro due settimane dall’esordio dei sintomi a causa di un’insufficienza multiorgano, cioè la perdita della capacità di funzionamento di organi vitali come polmoni, cuore, reni, fegato, …

La complicanza più comune della febbre di Lassa è la sordità, che può essere più o meno completa riguardando nel complesso circa un terzo delle infezioni; in molti casi la perdita dell’udito è permanente. Si pensa che, a questo proposito, la gravità dei sintomi con cui si manifesta l’infezione non sia necessariamente proporzionale al rischio di sviluppare questa complicanza, che può quindi interessare anche i pazienti colpiti apparentemente in modo più lieve. Nella metà dei pazienti interessati l’udito ritorna, almeno in modo parziale, nei successivi 1-3 mesi.

Per quanto riguarda la mortalità si stima che sia pari a circa il 15%-20% dei pazienti ricoverati in ospedale, ma che nel complesso riguardi invece l’1% di tutte le infezioni. Risultano particolarmente a rischio le donne nel terzo trimestre di gravidanza, che quasi sempre vanno peraltro incontro ad aborto spontaneo.

Diagnosi

La diagnosi della febbre di Lassa rappresenta una sfida clinica complessa, poiché i sintomi iniziali sono sovrapponibili a quelli di molte altre patologie endemiche nelle aree a rischio. È fondamentale distinguere questa infezione da altre febbri emorragiche virali (come Ebola o Marburg) e da malattie comuni come la malaria, la shigellosi, la febbre tifoide e la febbre gialla.

Il protocollo diagnostico attuale si basa su diversi livelli di indagine:

  • Test molecolari (RT-PCR): rappresentano il “gold standard” per la diagnosi rapida nelle fasi precoci della malattia. Questi test identificano direttamente il materiale genetico del virus nel sangue del paziente.
  • Test sierologici (ELISA): vengono utilizzati per rilevare la presenza di anticorpi specifici (IgM e IgG). Le IgM indicano un’infezione recente, mentre le IgG compaiono più tardi e indicano una risposta immunitaria consolidata o un’esposizione pregressa.
  • Isolamento virale: la coltura del virus è una procedura estremamente complessa e pericolosa, che può essere eseguita esclusivamente in laboratori con il massimo livello di biosicurezza (BSL-4).

A causa della pericolosità del virus e del rischio di trasmissione interumana, i campioni biologici devono essere manipolati seguendo rigorosi protocolli di sicurezza. In Italia, la diagnosi definitiva viene coordinata dai centri di riferimento per le malattie infettive e le emergenze microbiologiche.

Cura e terapia

L’obiettivo principale della terapia è il controllo della replicazione virale e il mantenimento delle funzioni vitali del paziente. Poiché non esiste ancora un farmaco specifico risolutivo per ogni caso, l’approccio è multidisciplinare e combina terapie farmacologiche mirate con un supporto clinico intensivo.

Trattamento farmacologico

La ribavirina rimane l’antivirale di elezione per il trattamento della febbre di Lassa. Il farmaco si è dimostrato efficace nel ridurre la mortalità, a patto che la somministrazione inizi tempestivamente, idealmente entro i primi 6 giorni dalla comparsa dei sintomi. Nei casi più gravi, il farmaco viene somministrato per via endovenosa sotto stretto monitoraggio medico.

La ricerca scientifica sta esplorando nuove frontiere terapeutiche, come l’uso di anticorpi monoclonali specifici e nuovi farmaci antivirali, che hanno mostrato risultati promettenti in contesti sperimentali e potrebbero integrare i protocolli standard nel prossimo futuro.

Terapia di supporto

Per i pazienti con manifestazioni gravi, le cure di supporto sono vitali e includono:

  • Gestione dei liquidi: mantenimento del bilancio idroelettrolitico per prevenire la disidratazione e lo shock ipovolemico.
  • Supporto respiratorio: somministrazione di ossigeno o ventilazione assistita se la saturazione scende a livelli critici.
  • Emostasi: trasfusioni di sangue, plasma o piastrine per contrastare le emorragie e correggere i difetti di coagulazione.
  • Monitoraggio renale: in caso di insufficienza renale acuta, può essere necessario il ricorso alla dialisi.
  • Profilassi antibiotica: utilizzata esclusivamente se si sospettano sovrainfezioni batteriche secondarie.

Stile di vita e prevenzione

Non esistendo ancora un vaccino approvato per l’uso commerciale su larga scala (sebbene diversi candidati siano in fase avanzata di sperimentazione), la prevenzione è l’arma più efficace. Nelle zone endemiche, è fondamentale limitare il contatto con i roditori serbatoio. Questo si traduce in pratiche quotidiane essenziali: conservare il cibo in contenitori a prova di roditore, mantenere una rigorosa igiene domestica, evitare il consumo di carne di roditori e utilizzare dispositivi di protezione (guanti e mascherine) durante la pulizia di ambienti potenzialmente contaminati.

Febbre di Lassa ed Ebola

In alcuni casi la febbre di Lassa viene paragonata all’Ebola, in quanto anch’essa febbre emorragica, ma tra le due condizioni ci sono importanti differenze: nel caso della febbre di Lassa il contagio tra persone, ovvero da uomo a uomo, è meno probabile, ma soprattutto la letalità è sensibilmente inferiore: 1% contro il 70% circa dell’Ebola.

Fonti e bibliografia

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