Anisakis e sintomi dell’anisakidosi, diagnosi e cura

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Cos’è l’anisakis?

L’anisakidosi (o anisakiasi) è un disturbo causato dagli anisakis, nematodi (vermi) parassiti capaci di annidarsi nelle pareti dello stomaco. Il modo migliore per prevenire l’infestazione consiste nell’evitare il consumo di pesce crudo o non sufficientemente cotto.

Le larve di anisakis possono costituire un duplice rischio per l’uomo:

  • parassitosi (causata dall’ingestione di pesce crudo),
  • reazione allergica (in caso di ingestione o altra forma di contatto, per esempio professionale).

I sintomi più comuni con cui si manifesta la presenza di anisakis intestinale sono:

L’esordio dei sintomi è piuttosto rapido, entro poche ore dal momento dell’ingestione.

L’anisakidosi era diffusa soprattutto nelle zone dove si mangia abitualmente il pesce crudo, ad esempio in Giappone, tuttavia, da quando mangiare sushi è diventato una moda, sono stati riferiti casi pressoché in tutti i continenti (compresi Stati Uniti ed Europa): di fatto, quindi, ad oggi chiunque mangi pesce o calamari crudi o poco cotti è in realtà a rischio.

Fotografia di un anisakis in un pesce cucinato

iStock.com/imv

Cause: solo nel sushi?

I parassiti possono essere trovati in diverse specie ittiche, tra cui:

  • pesce sciabola,
  • ricciola,
  • lampuga,
  • pesce spada,
  • tonno,
  • sardina,
  • acciuga,
  • merluzzo e pesci simili come il nasello,
  • passera di mare,
  • calamari,
  • salmone del Pacifico,
  • aringa,
  • sgombro
  • rana pescatrice.

Quando l’uomo mangia pesci o calamari infetti e crudi o poco cotti (il pesce e i crostacei sono le principali fonti di contagio), ingerisce anche le larve dei nematodi; penetrate all’interno dell’organismo le larve invadono l’apparato digerente.

Con le appendici anteriori, le larve dei nematodi si incistano nella parete dell’apparato digerente, a livello della tonaca muscolare (in alcuni casi possono penetrare più in profondità nella parete intestinale, perforarla e raggiungere il resto dell’organismo).

Le larve producono una sostanza che attrae nella zona colpita diversi agenti del sistema immunitario (globuli bianchi eosinofili) che tendono a formare un granuloma nei tessuti che circondano il parassita (un granuloma è come una piccola pallina dura, formata dall’accumulo delle cellule del sistema immunitario). All’interno dell’apparato digerente, il nematode può staccarsi e riattaccarsi più volte alle pareti, ma raramente giunge a maturazione negli esseri umani: di norma viene eliminato spontaneamente entro tre settimane dall’infezione.

Se rimane all’interno dei tessuti, finisce per essere rimosso e fagocitato dalle difese immunitarie dell’ospite.

Alla fine quindi muoiono, lasciando però una massa infiammata nell’esofago, nello stomaco o nell’intestino.

L’anisakis non può invece essere trasmesso da un essere umano all’altro.

Come riconoscerlo?

L’anisakis, durante lo stadio di sviluppo tipico dell’infestazione del pesce, è visibile ad occhio nudo e si presenta come un verme di lunghezza compresa tra 1-3 cm; il colore è variabile, di gradazione tra il bianco ed il rosato (nel pesce può prendere in parte il colore della carne). Il corpo, a sezione tonda, è piuttosto sottile e tende a presentarsi arrotolato su sé stesso in una spirale. Non sono presenti segmenti visibili.

Il riconoscimento avviene in genere durante la procedura di eviscerazione del pesce crudo, prima della cottura; anche se il parassita normalmente si trova nell’intestino del pesce, esistono prove a sostegno del fatto che, se il pesce non viene eviscerato subito dopo essere stato pescato, le larve si possono spostare dall’apparato digerente alla carne.

Foto di come si presenta l'anisakis nel pesce

iStock.com/piola666

Ciclo vitale

Il ciclo vitale del parassita si compie nel mare e l’uomo rappresenta un ospite accidentale e che non permette loro di portarlo a termine, al contrario di alcuni mammiferi marini infetti (come ad esempio balene, delfini o leoni marini) che defecando nel mare rilasciano le uova del parassita.

Una volta fecondate le uova vanno incontro a maturazione fino a diventare larve che vengono ingerite da piccoli crostacei, a loro volta preda di pesci, seppie e calamari. In questo stadio le larve diventano infettive per i mammiferi marini, dove riescono a portare a compimento il ciclo vitale che può così ricominciare.

Se il pesce infetto, anziché essere consumato da un mammifero marino viene ingerito dall’uomo, il ciclo viene interrotto e non può essere portato a termine; per questa ragione si parla di ospite accidentale (nonostante si manifesti la presenza in forma di anisakidosi).

Poiché per i parassiti l’essere umano rappresenta l’ospite finale, le larve non sono in grado di sopravvivere indefinitamente ed alla fine muoiono senza poter maturare.

Anisakidosi, ciclo vitale

Anisakidosi, ciclo vitale (Di Anisakiasis_01.png: Original uploader was MarcoTolo at en.wikipediaderivative work: Picoterawatt (talk) – Anisakiasis_01.png, Pubblico dominio, Collegamento)

Sintomi

Alcune persone, dopo o durante l’ingestione di pesce crudo o poco cotto, avvertono una sensazione di prurito in gola: si tratta del verme che si muove nella bocca o nella gola. In questi casi è possibile estrarlo manualmente oppure espellerlo tossendo e prevenire così l’infezione.

Altri, invece, avvertono anche lo stimolo a vomitare e riescono così ad eliminare il parassita dall’organismo prima che possa colonizzarlo.

L’infestazione può essere classificata in tre forme di malattia:

  • gastrica (95% dei casi),
  • intestinale,
  • ectopica (cioè che interessa regioni diverse da stomaco e intestino, molto rara).

Entro alcune ore dall’ingestione delle larve infette è possibile avvertire un forte dolore addominale, eventualmente accompagnato da nausea e vomito (in alcuni pazienti le larve vengono espulse proprio attraverso il vomito), mentre in caso di forma intestinale l’incubazione può durare diversi giorni.

Più in generale, tra i sintomi caratteristici dell’anisakidosi ricordiamo:

Nei casi più gravi il paziente soffre di forte mal di pancia, paragonabile a quello causato dell’appendicite acuta, accompagnato da una sensazione di nausea.

Quando il parassita raggiunge l’intestino causa una grave reazione immunitaria granulomatosa, da una a due settimane dopo l’infezione, con sintomi simili a quelli del morbo di Crohn.

Di solito, nei pazienti colpiti, viene rinvenuto un solo parassita.

Sono infine possibili sintomi causati da reazioni allergiche (vedi paragrafo successivo).

Pericoli

Anche se ben cotte, le larve di Anisakis possono ancora rappresentare un pericolo per gli esseri umani. Quando infettano il pesce le anisakidi rilasciano diverse sostanze biochimiche nei tessuti circostanti e a causa di queste si possono verificare manifestazioni allergiche acute, ad esempio orticaria e shock anafilattico, accompagnate o meno dai sintomi gastrointestinali. La frequenza dei sintomi allergici connessi al consumo di pesce ha portato a ipotizzare l’esistenza dell’anisakiasi gastroallergica, una reazione allergica acuta mediata dalle IgE.

Nelle persone che lavorano nella catena di conservazione del pesce è stata riscontrata una forma di allergia occupazionale che provoca

È inoltre occasionalmente possibile che si verifichi la perforazione intestinale, una condizione di emergenza che richiede un immediato intervento medico, mentre In rari casi le larve possono riuscire a localizzano al di fuori dell’apparato gastrointestinale (per esempio nella cavità addominale).

Diagnosi

L’approccio diagnostico moderno per l’anisakidosi si basa su una combinazione di anamnesi clinica dettagliata, tecniche di visualizzazione diretta e, quando necessario, test immunologici o di imaging avanzato.

Anamnesi e sospetto clinico

Il punto di partenza fondamentale è la raccolta di informazioni sulle abitudini alimentari recenti. Il medico indagherà l’eventuale consumo di pesce crudo, marinato o poco cotto nelle ore o nei giorni immediatamente precedenti la comparsa dei sintomi. Poiché i sintomi spesso mimano altre condizioni (come l’appendicite o l’ulcera), la segnalazione del consumo di prodotti ittici è cruciale per indirizzare correttamente il sospetto diagnostico.

Endoscopia: il gold standard

La gastroscopia (esofagogastroduodenoscopia) rappresenta lo strumento diagnostico d’elezione per la forma gastrica. Questo esame permette al medico di:

  • Visualizzare direttamente la larva, che appare come un piccolo filamento bianco o rosato adeso alla mucosa gastrica.
  • Identificare l’area infiammata o il granuloma causato dall’infestazione.
  • Procedere contestualmente alla rimozione del parassita mediante apposite pinze bioptiche.

Imaging e test di laboratorio

Qualora il parassita si trovi nell’intestino tenue o in zone non raggiungibili dall’endoscopio tradizionale, si ricorre a tecniche di imaging:

  • Ecografia addominale: può mostrare un ispessimento della parete intestinale e la presenza di versamento libero.
  • TC (Tomografia Computerizzata): utile per escludere complicanze come l’ostruzione o la perforazione intestinale.
  • Test sierologici: la ricerca di anticorpi specifici (IgE anti-Anisakis) può supportare la diagnosi, specialmente nelle forme allergiche, sebbene la positività possa talvolta indicare un’esposizione passata piuttosto che un’infezione acuta in corso.

Trattamento e cura

L’obiettivo primario della terapia è l’eliminazione del parassita e la risoluzione della sintomatologia infiammatoria. La scelta dell’approccio dipende dalla localizzazione della larva e dalla gravità del quadro clinico.

Rimozione meccanica e chirurgica

L’intervento di prima linea per l’anisakidosi gastrica è la rimozione endoscopica. Una volta che il nematode viene estratto fisicamente durante la gastroscopia, il sollievo dal dolore è solitamente immediato e la guarigione delle lesioni mucose avviene in tempi brevi.

L’intervento chirurgico (laparoscopico o laparotomico) è oggi riservato esclusivamente ai casi complicati da:

  • Blocco o ostruzione intestinale serrata.
  • Perforazione della parete gastrica o intestinale con conseguente peritonite.
  • Forme ectopiche in cui la larva ha migrato in altri organi addominali.

Terapia farmacologica

Nei casi in cui la rimozione meccanica non sia possibile (ad esempio se la larva è penetrata troppo profondamente o si trova in segmenti intestinali non accessibili) e in assenza di complicanze acute, si può adottare un approccio conservativo:

  • Albendazolo: è il farmaco antiparassitario di scelta. Sebbene l’efficacia non sia uniforme in tutti i casi, diversi protocolli clinici ne suggeriscono l’impiego per accelerare la morte del parassita e ridurre l’infiammazione.
  • Corticosteroidi: possono essere somministrati per ridurre la reazione allergica e l’edema tissutale locale.
  • Terapia sintomatica: utilizzo di analgesici e inibitori della pompa protonica per gestire il dolore e proteggere la mucosa gastrica.

Stile di vita e recupero

Dopo il trattamento, al paziente viene generalmente consigliata una dieta leggera e priva di irritanti per alcuni giorni, al fine di favorire la completa risoluzione del processo infiammatorio della mucosa digerente. È fondamentale monitorare l’eventuale comparsa di segni allergici tardivi. Dal punto di vista psicologico, è importante rassicurare il paziente che, una volta rimosso o morto il parassita, non vi è rischio di cronicità o di trasmissione ad altre persone.

Prevenzione: come si uccide il parassita?

Per prevenire il contagio è sufficiente evitare di consumare pesce e calamari crudi o poco cotti.

La Food and Drug Administration americana consiglia le seguenti modalità di preparazione e conservazione per uccidere i parassiti eventualmente presenti nel pescato:

Cottura (del pesce e dei molluschi)

Il pesce e molluschi vanno cotti bene, devono raggiungere una temperatura interna di almeno 63 °C (i tempi possono quindi variare in base al metodo di cottura e allo spessore della carne).

Congelamento (pesce)

Se si desidera consumare il pesce crudo è invece necessario abbatterlo, procedura che consiste nel congelare a specifiche temperature e in un arco di tempo brevissimo l’alimento.

Secondo il CDC americano sono necessari:

  • almeno -20 °C per 7 giorni (in totale), oppure
  • almeno -35 °C fino a solidificazione, poi conservazione ad almeno -35 °C per 15 ore
  • almeno -35 °C fino a solidificazione poi conservazione ad almeno -20 °C per 24 ore.

Poiché i congelatori domestici in genere raggiungono al massimo i -18 °C, i tempi si dilatano (almeno a -15°C per non meno di 96 ore secondo l’EFSA, che sono ovviamente di più considerando i tempi necessari a portarlo a quella temperatura da quell’ambiente).

L’abbattimento è un trattamento obbligatorio per legge per tutti i ristoranti che servono pesce crudo.

Fonti e bibliografia

Le domande più frequenti

Risposte a cura del Dr. Roberto Gindro

Anisakis: come riconoscerlo?

L'anisakis è visibile ad occhio nudo ed è a tutti gli effetti un verme di lunghezza compresa tra 1-3 cm ed a sezione tonda, spesso arrotolato a spirale; il colore è variabile, può assumere sfumature comprese tra il bianco ed il rosato, e sul corpo non presenta segmenti visibili.

Come si prende?

Il contagio avviene attraverso il consumo di pesce o calamari crudi o poco cotti.

Dopo quanto tempo compaiono i sintomi?

In genere già dopo poche ore dall'ingestione del pesce; talvolta, in alcuni casi fortunati, il parassita viene espulso poco dopo il consumo attraverso la tosse o il vomito.

Quali sono i sintomi dell'anisakis?

I sintomi più comuni sono
  • dolore allo stomaco,
  • nausea e vomito,
  • eventualmente febbre lieve.
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