I 4 esami del sangue che rivelano danni nascosti (anni prima dei sintomi)

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Molte malattie metaboliche e cardiovascolari iniziano anni prima di dare sintomi.

In questa fase “silenziosa” il danno è già in corso, ma può essere intercettato con esami mirati. Esistono alcuni test del sangue che, se interpretati correttamente, permettono di individuare precocemente alterazioni che aumentano il rischio di diabete, infarto e ictus.

Di seguito analizziamo quattro marcatori supportati dalla letteratura scientifica internazionale e dalle principali linee guida cliniche.

HOMA-IR, il segnale precoce dell’insulino-resistenza

L’HOMA-IR è un indice calcolato a partire da glicemia e insulina a digiuno. Non è un esame diretto, ma un valore derivato da una formula matematica validata in ambito clinico e di ricerca.

Serve a stimare la presenza di insulino-resistenza, cioè la condizione in cui le cellule rispondono meno all’azione dell’insulina. In questa situazione il pancreas produce più insulina per mantenere normale la glicemia. Per anni la glicemia può restare nei limiti, mentre l’iperinsulinemia e l’insulino-resistenza favoriscono:

Le linee guida sul diabete riconoscono l’insulino-resistenza come meccanismo centrale nella patogenesi del diabete tipo 2 e della sindrome metabolica. L’HOMA-IR non è ancora raccomandato come test di screening universale, ma in soggetti con sovrappeso, familiarità per diabete o sindrome metabolica può fornire informazioni utili.

Emoglobina glicata, la memoria della glicemia

L’emoglobina glicata, o HbA1c, misura la percentuale di emoglobina legata al glucosio. Riflette la media della glicemia negli ultimi 2 o 3 mesi.

Secondo l’American Diabetes Association e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è uno dei criteri diagnostici per il diabete e per il prediabete. Valori persistentemente elevati indicano esposizione cronica dei tessuti al glucosio.

Il danno da iperglicemia è ben documentato. L’eccesso di glucosio favorisce la formazione di prodotti di glicazione avanzata, aumenta lo stress ossidativo e altera la funzione dei piccoli vasi. Questo si traduce, nel tempo, in:

Anche valori nel range del prediabete sono associati a un incremento del rischio cardiovascolare rispetto ai soggetti normoglicemici. Per questo motivo l’HbA1c è uno strumento fondamentale non solo per la diagnosi, ma anche per la prevenzione.

Lp(a), il colesterolo geneticamente pericoloso

La lipoproteina(a), o Lp(a), è una particella simile alle LDL, ma con una proteina aggiuntiva chiamata apolipoproteina(a). I livelli sono in gran parte determinati geneticamente e restano relativamente stabili nel corso della vita.

Le linee guida europee sulla prevenzione cardiovascolare raccomandano almeno una misurazione nella vita adulta, soprattutto in presenza di storia familiare di malattia cardiovascolare precoce.

Numerosi studi prospettici e meta-analisi hanno dimostrato che livelli elevati di Lp(a) sono associati a:

La Lp(a) contribuisce sia all’aterosclerosi, sia alla trombosi, rendendola un fattore di rischio indipendente. Spesso il colesterolo LDL può essere normale, mentre la Lp(a) è elevata, rivelando un rischio “nascosto”.

ApoB, il vero numero delle particelle aterogene

L’apolipoproteina B, o ApoB, è la proteina strutturale presente su tutte le particelle aterogene, cioè LDL, VLDL, IDL e Lp(a). Ogni particella contiene una sola molecola di ApoB. Questo significa che il valore di ApoB riflette il numero totale di particelle potenzialmente dannose.

Le evidenze scientifiche indicano che il numero di particelle aterogene è un predittore più accurato del rischio cardiovascolare rispetto al solo colesterolo LDL, soprattutto in persone con sindrome metabolica, diabete o trigliceridi elevati.

Le linee guida europee e nordamericane riconoscono l’ApoB come parametro utile per la stratificazione del rischio cardiovascolare, in particolare nei soggetti ad alto rischio.

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