Mandragora: si può mangiare?

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Introduzione

Mandragora L. è un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Solanaceae, famiglia che comprende tra l’altro anche patate, melanzane, pomodori, peperoni e peperoncini.

Esistono sei specie di mandragora, per lo più distribuite in tutta l’Europa meridionale, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale. Le specie più note sono Mandragara officinarum e M. autumnalis, la prima che fiorisce in primavera e la seconda in autunno. Le mandragole sono erbe perenni senza stelo e con grandi radici. I fiori emergono in un grappolo dal centro della pianta e, a seconda della specie, variano di colore dal giallo-verde al viola-bluastro.

I frutti dall’odore dolce ricordano visivamente piccole mele gialle.

È nota fin dall’antichità; il medico greco Dioscoride (40-90 d.C.) fu il primo a descrivere l’uso della mandragora come anestetico per intorpidire e sedare i pazienti, ma già nell’Odissea la maga Circe ne fece uso per trasformare in porci gli uomini di Ulisse.

La radice di questa pianta ha una forma vagamente umanoide e, probabilmente anche per questa ragione, nel passato è stata spesso protagonista di leggende e superstizioni; tra le più curiose figura l’idea che perfino la sua raccolta fosse pericolosa, esisteva infatti l’idea che la mandragola urlasse quando veniva strappata dal terreno, uccidendo o rendendo pazzo il malcapitato e avventato raccoglitore. In tempi più recenti J.K. Rowling nominò la pianta nel romanzo “Harry Potter e la camera dei segreti”, proprio rifacendosi a questa leggenda.

Fiori di Mandragora autimnalis

Shutterstock/Valery Vishnevsky

Cosa contiene?

Comunemente note come Mandragola (si noti la “elle” al posto della “erre”), le piante contengono sostanze alcaloidi biologicamente attive, in particolare alcaloidi tropanici. Le diverse parti della pianta contengono proporzioni e concentrazioni diverse di alcaloidi, con le radici che spiccano per il contenuto più elevato.

Tra questi troviamo ad esempio atropina, apoatropina, belladonnina, iosciamina e scopolamina, nomi piuttosto noti per chi si fosse mai occupato di fitoterapia e farmacologia.

Tra gli effetti tossici scatenati dal consumo di queste sostanze si annoverano:

Nei casi più gravi di intossicazione è possibile che il paziente vada incontro ad un esito fatale.

D’altra parte, essendo noti da tempo questi effetti, non dovrebbe stupire la lunga tradizione medica di queste piante; gli estratti sono stati usati a scopo afrodisiaco, ipnotico, emetico (per indurre il vomito), purgante, sedativo e antidolorifico. La presenza di alcaloidi deliranti e allucinogeni, nonché la forma a volte vagamente umanoide delle radici, ha favorito inoltre la nascita di numerosi miti, leggende e pratiche superstiziose.

Alcuni alcaloidi sono anche entrati nella formulazione di farmaci commerciali tuttora in vendita, ad esempio la ioscina (salificata con N-butilbromuro per limitarne l’azione all’intestino) è il principio attivo del noto antispastico Buscopan, mentre l’atropina trova ancora oggi applicazione in oculistica, anestesiologia e come antidoto per numerosi veleni.

La scopolamina è stata anche usata in passato nella formulazione di un cerotto antichinetosico (per non soffrire il mal d’auto/mal di mare, …).

Si può mangiare?

No, le piante appartenenti al genere Mandragola NON sono commestibili, ma il problema è che vengono facilmente confuse con altri vegetali a foglia verde normalmente consumati (spinaci, borragine, alcuni tipi di lattuga, …).

La pianta è interamente tossica (radici, foglie e frutti).

Per approfonfire

Fonti e bibliografia

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