Emorroidi esterne ed interne: rimedi, cura, sintomi, …

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Introduzione

La parola emorroidi deriva dal greco “haimorroides”:

  • haima – sangue
  • rhein – scorrere.

La parola nel complesso vuole indicare le “vene da cui fluisce il sangue” (tecnicamente sarebbe più corretto definirle gavoccioli vascolari, ma spesso per sempliicità ci si riferisce ad essere come vene).

In effetti le emorroidi, interne ed esterne, sono cuscinetti posti nel canale anale con la funzione di completare la continenza fecale (capacità di trattenere feci e gas); attraverso l’afflusso e il deflusso di sangue si regolano rispettivamente chiusura e apertura del canale anale, in altre parole le emorroidi si comportano come delle valvole che impediscono la fuoriuscita involontaria delle feci.

Da questo punti di vista, quindi, ognuno di noi “ha” le emorroidi.

Anatomia semplificata delle emorroidi interne al canale anale ed esterne

iStock.com/VectorMine

Ma quindi cosa vuol dire invece soffrire di emorroidi?

Significa che le vene dell’ano, dilatandosi progressivamente, danno origine alla malattia emorroidale, causa potenziale di sintomi quali

  • dolore,
  • fastidio,
  • sanguinamento
  • e prurito.

Cattive abitudini alimentari e sedentarietà sono tra le cause più comuni di questa fastidiosa infiammazione, un disturbo spesso anche doloroso che può essere

  • prevenuto modificando lo stile di vita,
  • oppure curato associando eventualmente anche un’adeguata terapia.

Nei Paesi occidentali quasi il 50% della popolazione con più di 50 anni ha sofferto di infiammazione più o meno grave delle emorroidi; questa patologia può presentarsi a qualsiasi età, tuttavia la sua incidenza aumenta con l’invecchiamento.

Sono colpiti sia donne che uomini, anche se quest’ultimi in maggiore percentuale. Da considerare che esiste anche una certa predisposizione alla patologia, presumibilmente per genetica o costituzione, per cui alcuni individui risultano essere più sensibili ai fattori che determinano lo sviluppo delle emorroidi.

In generale però si può affermare che

  • un’alimentazione povera di fibre,
  • un lavoro sedentario,
  • un’insufficiente attività fisica

caratterizzano lo stile di vita della maggior parte della popolazione dei Paesi sviluppati, dove cioè il benessere ha tolto molte malattie favorendone la diffusione di altre, come appunto le emorroidi.

Tra i sintomi principali che possono presentarsi a seguito dell’infiammazione delle emorroidi ricordiamo:

  • irritazione e fastidio attorno all’ano,
  • prurito,
  • gonfiore,
  • dolore (soprattutto durante l’evacuazione),
  • feci con sangue.

Guariscono da sole?

Generalmente la prognosi è ottima e solo raramente sono necessari trattamenti invasivi per la risoluzione del disturbo; nella maggior parte dei casi l’infiammazione delle emorroidi è destinata a risolversi da sola nel giro di pochi giorni, eventualmente favorendo il processo di guarigione attraverso piccole attenzioni allo stile di vita.

Cosa sono?

Emorroidi interne

Le emorroidi interne sono le vene localizzate al termine dell’intestino retto, a livello dell’ano; possono andare incontro a infiammazione e perdita di sangue, ma raramente sono causa di dolore.

Il sangue appare di un rosso brillante e può essere rilevato dal paziente

  • sulla carta igienica,
  • sul sanitario,
  • sotto forma di striatura sulle feci.

Tendono facilmente a prolassare verso l’esterno, tanto che il paziente può avvertirle al tatto durante la defecazione o nel pulirsi; il tessuto che sporge all’esterno in genere rientra spontaneamente o può essere riposto all’interno dal paziente stesso.

Il decorso è piuttosto lento nel tempo e i sintomi possono andare incontro a temporanei miglioramenti; se come detto raramente compare dolore, più frequente possono diventare causa di prurito e fastidio, perché in grado di raccogliere particelle fecali e muco durante l’evacuazione che vanno poi incontro a irritazione.

In passato era piuttosto comune classificarle come segue:

  • Emorroidi di 1° grado quando sono completamente interne al canale anale. Possono sanguinare ma non escono all’esterno neanche durante l’evacuazione.
  • Emorroidi di 2° grado quando hanno un volume maggiore per l’aumentata pressione venosa e possono quindi prolassare, cioè fuoriuscire dal canale anale; poi però  sono in grado di ridursi rientrare al cessare dello stimolo dell’evacuazione.
  • Emorroidi di 3° grado quando prolassano all’esterno spontaneamente o sotto sforzo e per farle rientrare è necessario un intervento manuale.
  • Emorroidi di 4° grado quando sono definitivamente prolassate all’esterno e non possono più essere ridotte manualmente. Questo stadio è molto doloroso.
Rappresentazione grafica dei diversi gradi con cui vengono classificate le emorroidi

iStock.com/medicalstocks

Ad oggi la classificazione in gradi è tuttavia ritenuta obsoleta e possibile fonte di fraintendimenti, nonostante venga ancora utilizzata per abitudine e semplicità; da un punto di vista clinico sarebbe tuttavia più utile ed efficace distinguere le emorroidi in base ai sintomi (emorroidi prolassanti, sanguinanti, …).

Emorroidi esterne

Le emorroidi esterne sintomatiche spesso si presentano come piccole masse bluastre dolorose all’esterno dell’ano; tendono a insorgere spontaneamente, talvolta dopo uno sforzo particolarmente intenso.

In assenza di trombosi in genere non causano grossi problemi, ma se trombotiche possono diventare particolarmente dolorose anche perché viene infiammata tutta la mucosa superficiale.

La trombosi è una condizione che s’innesca quando si forma un piccolo coagulo in grado di impedire il normale passaggio del sangue venoso di ritorno verso il cuore; in questo caso il dolore può essere improvviso e severo (la zona anale è riccamente innervata) e anche al tatto il paziente può avvertire un importante grumo attorno all’ano.

Questa situazione va incontro di norma a due possibili esiti:

  • nella maggior parte dei casi il coagulo si dissolve in 2-3 giorni, lasciando tuttavia pelle “in eccesso” infiammata e irritata per qualche settimana; in alcuni casi l’escrescenza può persistere nel tempo.
  • L’alta pressione nelle emorroidi esterne trombizzate riesce a rompere la pelle sovrastante e il sangue coagulato inizia a fuoriuscire.

Spesso sono presenti anche prurito e irritazione.

Cause: perché vengono?

Esistono particolari condizioni che favoriscono l’insorgenza delle emorroidi e la stipsi è probabilmente la più rilevante: lo sforzo ripetuto e prolungato distende le pareti delle vene anali rendendole più vulnerabili al rigonfiamento.

Anche la diarrea può favorire la loro comparsa, perché in questa situazione la mucosa rettale si irrita e di conseguenza indebolisce i vasi che irrorano le emorroidi.

Vediamo in particolare alcune cause dirette ed indirette della patologia emorroidale:

  • abbiamo parlato di stipsi come una delle cause principali delle emorroidi, stipsi che nella maggioranza dei casi è dovuta ad una alimentazione errata, povera di fibre o troppo ricca di alimenti irritanti come le spezie, l’alcol, l’eccesso di caffeina ed i crostacei che sono in grado di irritare significativamente la mucosa rettale;
  • il lavoro sedentario, cioè passare molte ore consecutive seduti, può favorire il ristagno venoso a livello anale e rettale: il sangue ristagnando tende a dilatare i vasi emorroidali;
  • abitudini igieniche sbagliate come quella di fermarsi in bagno a leggere per lungo tempo che determina un prolungato aumento della pressione sulle vene emorroidali oppure la cattiva abitudine di non assecondare subito lo stimolo dell’evacuazione, infatti trattenere le feci significa poi renderle più dure e quindi più difficili da espellere;
  • variazioni dei livelli ormonali nelle donne possono fare insorgere una crisi emorroidaria:
  • alcuni sport, come l’equitazione, il body building, il ciclismo, il motociclismo, se praticati con intensità e frequenza provocano continue sollecitazioni e continui traumi nella zona ano-rettale indebolendo così i tessuti emorroidali.

Sintomi

Nonostante il pensiero comune, lo sviluppo di dolore è raro, mentre il sintomo più caratteristico è il sanguinamento; il paziente può quindi iniziare a lamentare altri disturbi quando le emorroidi iniziano ad ingrossarsi, manifestando quindi l’infiammazione attraverso la comparsa di:

  • bruciore, fastidio e prurito anale,
  • gonfiore attorno all’ano,
  • sensazione di pesantezza e secchezza locale,
  • dolore (non comune, salvo in caso di trombosi), che si accentua al momento dell’evacuazione e può essere accompagnato da sanguinamento e, negli stadi più avanzati della malattia, da prolasso rettale.

In caso di emorroidi esterne, a maggior ragione se trombizzate, è possibile avvertirle fisicamente attorno all’ano mediante palpazione.

Quanto durano?

Nella maggior parte dei casi, quando l’entità dell’infiammazione delle emorroidi non è grave, i sintomi tendono a risolversi in pochi giorni.

Quando rivolgersi al medico?

Lo specialista che si occupa di malattia emorroidaria è il proctologo, ma in caso di disturbo lieve il curante se ne può occupare altrettanto efficacemente.

In genere si raccomanda di rivolgersi al medico in caso di presenza di sangue, oppure quando i tipici sintomi (prurito, dolore, …) non migliorano entro 7 giorni; in presenza di sintomi dubbi (alterazioni delle abitudini intestinali, feci anomale, …) è consigliabile non attendere per non sottovalutare la possibile presenza di patologie più serie (come il tumore al colon).

Nel caso di perdita di ingenti quantità di sangue, con comparsa di vertigini e/o senso di svenimento (causati dall’anemia dovuta alla continua perdita di sangue), rivolgersi in Pronto Soccorso.

Diagnosi

La diagnosi delle emorroidi inizia con un colloquio approfondito (anamnesi) e un esame fisico mirato. Il medico valuterà la durata dei sintomi, le abitudini intestinali e la presenza di eventuali fattori di rischio.

Esame obiettivo

L’esame clinico prevede l’ispezione della zona perianale per individuare emorroidi esterne, segni di infiammazione o prolasso. Successivamente, si procede con l’esplorazione rettale digitale: il medico, utilizzando un guanto lubrificato, inserisce delicatamente un dito nel canale anale per valutare la presenza di masse, il tono dello sfintere e l’eventuale fastidio evocato.

Anoscopia e proctoscopia

Poiché le emorroidi interne sono spesso troppo morbide per essere identificate solo con il tatto, il gold standard diagnostico è l’anoscopia. Attraverso un piccolo strumento tubolare (anoscopio) dotato di luce, il medico può visualizzare direttamente il canale anale e la parte inferiore del retto. Questa procedura permette di classificare il grado delle emorroidi e di escludere altre cause di disagio come le ragadi anali.

Esami di approfondimento

In presenza di sanguinamento rettale, specialmente in pazienti sopra i 45-50 anni o con fattori di rischio per il tumore al colon, il medico può prescrivere esami endoscopici più completi come la sigmoidoscopia o la colonscopia. Questi test sono fondamentali per assicurarsi che il sangue non provenga da polipi, malattie infiammatorie intestinali o neoplasie situate più in alto nel colon.

Cura e trattamento

Il trattamento della malattia emorroidale ha l’obiettivo di eliminare i sintomi, ridurre il prolasso e prevenire le recidive. L’approccio attuale segue una scala di invasività crescente: si parte dalle modifiche dello stile di vita per passare ai farmaci, alle procedure ambulatoriali e, solo nei casi più complessi, alla chirurgia.

Le opzioni disponibili includono:

  • Modifiche dello stile di vita e della dieta (fondamentali per tutti i pazienti).
  • Terapia farmacologica (topica e sistemica).
  • Procedure ambulatoriali mini-invasive (come la legatura elastica).
  • Interventi chirurgici maggiori.

Stile di vita e dieta

La gestione conservativa è il primo passo essenziale. Una dieta ricca di fibre (circa 25-35 grammi al giorno proveniente da frutta, verdura e cereali integrali) unita a un’idratazione abbondante (almeno 2 litri di acqua al giorno) è cruciale per ammorbidire le feci e combattere la stitichezza. È inoltre raccomandato evitare di passare troppo tempo seduti sul sanitario e non ignorare mai lo stimolo all’evacuazione. I semicupi (bagni della zona anale con acqua tiepida per 10-15 minuti) possono offrire un sollievo immediato dal dolore e dallo spasmo sfinteriale.

Terapia farmacologica

I farmaci vengono utilizzati principalmente per gestire le fasi acute:

  • Flavonoidi: Integratori o farmaci a base di diosmina micronizzata, esperidina o rutosidi (come Daflon o Venoruton) hanno mostrato grande efficacia nel ridurre il sanguinamento, l’edema e il dolore, migliorando il tono delle vene.
  • Preparati topici: Creme e supposte contenenti anestetici locali (lidocaina) o corticosteroidi a basso dosaggio possono ridurre prurito e infiammazione. L’uso di cortisonici deve però essere limitato a brevi periodi (7-10 giorni) per evitare l’assottigliamento della mucosa.
  • Lassativi di volume: Prodotti a base di psyllium possono essere utili se la dieta non è sufficiente a regolarizzare l’intestino.

Procedure ambulatoriali mini-invasive

Per le emorroidi interne che non rispondono alla dieta (solitamente di I, II o III grado), si ricorre a tecniche eseguibili in studio medico senza necessità di anestesia generale:

  • Legatura elastica: È la procedura più diffusa. Un piccolo elastico viene posizionato alla base dell’emorroide, interrompendone l’afflusso di sangue. Il tessuto necrotizza e cade spontaneamente dopo pochi giorni.
  • Scleroterapia: Viene iniettata una sostanza chimica che provoca la fibrosi del vaso, facendolo restringere.
  • Crioterapia o coagulazione a infrarossi: Utilizzano il freddo o il calore per distruggere il tessuto emorroidario in eccesso.

Trattamenti chirurgici

La chirurgia è riservata ai casi di IV grado, emorroidi strozzate o quando i trattamenti precedenti hanno fallito. Le tecniche principali includono:

  • Emorroidectomia (Milligan-Morgan o Ferguson): Rimane lo standard per la risoluzione definitiva. Consiste nell’asportazione chirurgica dei gavoccioli. Sebbene sia risolutiva, il post-operatorio può essere doloroso e richiede una gestione attenta.
  • Emorroidopessi meccanica (Metodo Longo): Non rimuove le emorroidi ma “riposiziona” il tessuto prolassato verso l’alto utilizzando una cucitrice meccanica. È associata a meno dolore post-operatorio ma a un rischio leggermente superiore di recidiva.
  • Dearterializzazione Emorroidaria (THD/HAL): Una tecnica mini-invasiva guidata dal Doppler che lega le arterie che portano sangue alle emorroidi, riducendone il volume senza asportazione di tessuto.
  • Trattamenti Laser: Tecniche moderne che utilizzano il laser per “sgonfiare” le emorroidi dall’interno (LHP) o chiudere i vasi alimentatori (HeLP), offrendo un recupero molto rapido.

Prevenzione

Esistono degli accorgimenti che possono essere seguiti sia per prevenire che per contrastare la patologia in atto.

Per prima cosa bisogna porre molta attenzione alla dieta, essa dev’essere la più variata possibile e soprattutto ricca di fibre, quindi consumare legumi, cereali, ortaggi e frutta in quanto favoriscono la motilità intestinale e riducono il rischio di soffrire di stitichezza.

Un altro accorgimento fondamentale è bere almeno 1,5 – 2 litri di acqua al giorno; è importante bere anche quando non si sente lo stimolo della sete perché l’acqua rende morbide le feci e ne facilità la transizione nell’intestino, si tratta di acquisire una buona abitudine, magari berne piccole quantità ma spesso.

L’attività fisica regolare favorisce una buona circolazione sanguigna, mentre a patologia già manifesta, occorre prestare molta attenzione all‘igiene personale quotidiana, in particolare è consigliabile effettuare un’accurata igiene intima con acqua tiepida ogni volta che si va in bagno evitando l’uso di sapone che irrita la pelle ed asciugarsi tamponando anziché strofinare; inoltre è consigliabile non usare la solita carta igienica ma salviettine umidificate, meglio quelle per neonati che sono anche emollienti. Va evitato l’uso di acqua troppo calda o troppo fredda, entrambe controproducenti sulla patologia emorroidaria.

Da preferire infine la biancheria di cotone ed evitare indumenti attillati che potrebbero aumentare l’irritazione.

Emorroidi in gravidanza

L’infiammazione delle emorroidi è uno dei disturbi più frequenti tra le gestanti, perché:

  • la stipsi, che colpisce anche donne che normalmente ne sono immuni, è dovuta ad alcuni ormoni prodotti (progesterone) che fanno rilassare le pareti intestinali rendendo l’intestino meno efficiente;
  • gli stessi ormoni di prima svolgono anche un’azione ipotonica sulla parete venosa, facendo aumentare il rischio di emorroidi;
  • da considerare poi la pressione esercitata dal feto sulle vene rettali ed anali, soprattutto negli ultimi mesi di gravidanza, che, impedendo la libera circolazione del sangue nelle zone del bacino e del retto, rallenta il ritorno del sangue venoso favorendo l’insorgenza del disturbo.

Se una donna arriva al momento del parto già sofferente di emorroidi, il travaglio ed il parto stesso possono acuire il dolore ed aggravare la patologia, sempre comunque in relazione alla durata dell’evento ed alle dimensioni del nascituro.

Cura e farmaci

La particolare condizione della gravidanza non permette, a scopo precauzionale, l’uso dei classici preparati topici a base cortisone ed anestetico locale (siano essi in forma di crema o supposte) a meno di diverso parere del ginecologo; utile e senza alcun rischio risulta un’alimentazione ricca di fibre (verdure e frutta) e liquidi con lo scopo di favorire l’evacuazione; eventualmente l’uso di pomate non contenenti corticosteroidi se non diversamente indicato dal foglietto illustrativo (ad esempio Preparazione H® può essere usata in gravidanza, sia in supposte che in pomata). Non vengono di norma utilizzati preparati orali (compresse, bustine…).

Preparati e rimedi omeopatici non presentano di solito alcuna controindicazione, mentre preparazioni fitoterapiche richiedono una attenzione maggiore ed in generale non se ne incoraggia l’uso per la scarsa conoscenza degli eventuali effetti sul feto.

In ultima analisi si consiglia, per quelle donne che non riescono a risolvere il problema emorroidi attraverso l’alimentazione, di rivolgersi con fiducia al proprio ginecologo per valutare con lui la cura che presenti il miglior rapporto rischio-beneficio.

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