COVID-19: il vaccino nasale è la soluzione?

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L’obiettivo dei vaccini anti-COVID

L’obiettivo principale dei vaccini contro il COVID-19 è quello di evitare le gravi complicazioni associate all’infezione, tra cui ovviamente spicca il possibile esito fatale. Questo obiettivo è stato raggiunto con successo, al prezzo di un rapporto rischio beneficio che potremmo definire molto positivo, anche alla luce del recente rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini da poco pubblicato dall’AIFA: 109 segnalazioni di eventi avversi ogni 100.000 dosi, di cui quasi l’84% non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

C’è però un obiettivo secondario che questa generazione di vaccini non è riuscita a cogliere altrettanto bene, prevenire la diffusione della malattia; un impatto l’hanno avuto anche in questo senso e tutt’altro che trascurabile, perché se è vero che un soggetto vaccinato potrebbe diventare comunque contagioso, la finestra di tempo in cui questo si verifica viene comunque sensibilmente accorciata rispetto ad un non vaccinato, oltre ad essere portatore di una carica virale inferiore, senza contare che sicuramente in molti casi non si contrae l’infezione proprio grazie al vaccino, e quindi non si diventa contagiosi.

Ma non dobbiamo comunque nasconderci dietro a questo pur importante risultato, perché almeno sulla carta si può sperare di riuscire a fare meglio.

La maggior parte dei vaccini viene somministrata attraverso il muscolo deltoide del braccio, perché biologicamente questo consente di ottenere una risposta immunitaria importante, ed è anche per questo che una buona parte dei ricercatori impegnati in questo campo inizia le proprie sperimentazioni con questo approccio. È una via di somministrazione che ha sempre garantito ottimi risultati e che conosciamo bene, fattore da non sottovalutare quando il tempo gioca un ruolo così importante come lo è stato per questa pandemia.

Vaccino nasale anti-COVID-19

Shutterstock/Skylines

Questa via di somministrazione produce una risposta sistemica, ovvero distribuita su tutto l’organismo, misurabile attraverso il dosaggio degli anticorpi prodotti nel sangue; ma se ci pensi, per un’infezione respiratoria forse abbiamo del margine di miglioramento, perché qual è la prima misura di prevenzione che abbiamo messo in atto per ridurre la circolazione del virus? Esatto, la mascherina. Mascherina che altro non è se non uno scudo protettivo, fisico in questo caso, posto di fronte alle principali porte d’ingresso di un virus respiratorio, ovvero naso e bocca.

Un virus respiratorio come il SARS-CoV-2 c’infetta a partire proprio da naso e gola e solo in un secondo momento può arrivare a coinvolgere l’intero organismo, eventualmente manifestandosi in forma di complicazioni come può essere una polmonite od una trombosi, o anche semplicemente sintomi più banali come il mal di testa ed i dolori muscolari.

Ecco perché gli attuali vaccini esibiscono una sostanziale efficacia nel proteggerci dalle temibili complicazioni, ma lasciandoci comunque portatori del virus sulle mucose nasali, come ben sa ad esempio chi si è trovato positivo al tampone può non manifestando alcun sintomo.

Ci troviamo all’inizio del terzo anno della pandemia e, nonostante il cauto ottimismo di questo periodo, ormai siamo tutti sostanzialmente consapevoli del fatto che una completa eradicazione del virus sia purtroppo un’ipotesi poco realistica, mentre è decisamente più probabile un’evoluzione endemica dell’infezione, ovvero più o meno costantemente presente, ma speriamo sotto controllo, magari grazie ad una sorta di effetto gregge, per quanto sub-ottimale. Per tenerla sotto controllo il vaccino è e sarà lo strumento d’elezione, il più efficace, ed è per questo che disinformazione ed esitazione sono a mio avviso così frustranti.

Forse hai già capito dove voglio arrivare… un vaccino nasale potrebbe in qualche modo rappresentare un’importante carta da giocare nell’attuale scenario.

Perché un vaccino nasale?

Di vaccino nasale se ne parla fin dall’inizio della pandemia, d’altra parte pochi sanno che ne esiste già da qualche anno uno per l’influenza, ma oggi sembra un pochino più plausibile vederlo anche nel prossimo futuro per il COVID, magari da usare come richiamo periodico dopo una prima vaccinazione tradizionale.

È l’approccio su cui stanno ragionando ad esempio alcuni ricercatore dell’Università di Yale, che hanno provato, purtroppo su un modello animale, un’idea tanto semplice quanto condivisibile e, speriamo, anche efficace.

Somministriamo un vaccino tradizionale, ad esempio i ricercatori hanno optato per lo Pfizer, per far conoscere la minaccia all’organismo ed indurre una risposta globale. Il sistema immunitario dell’ospite impara quindi a reagire alla presenza della proteina Spike. A distanza di un paio di settimane somministriamo il vaccino intra-nasale, per ottenere un effetto booster, ovvero di miglioramento della risposta immunitaria, che gli autori dello studio hanno definito “Prime and Spike”: inizialmente stimoliamo, inneschiamo, il sistema immunitario con un vaccino tradizionale, quindi lo esponiamo alla proteina Spike del virus solo nel tratto respiratorio dove è più probabile che avvenga il contatto con il virus, allo scopo di produrre proprio lì una robusta risposta anticorpale.

La speranza è quella di ridurre la possibilità di trasmissione ad altri, individuando e neutralizzando rapidamente la minaccia prima che questa possa peraltro raggiungere i tessuti più profondi nelle vie nasali e viaggiare fino ai polmoni.

I risultati ottenuti sono decisamente promettenti, ma c’è un altro punto importante che fa ben sperare sotto tutti gli aspetti e riguarda la composizione del vaccino, che comprende sostanzialmente solo la proteina Spike del virus, nessun adiuvante o altro ingrediente, salvo immagino un veicolo acquoso in cui possa essere dispersa, e questo potrebbe essere un fattore importante nel tranquillizzare anche i più scettici.

Purtroppo siamo ancora in una fase preliminare, anzi, ad onor del vero nel momento in cui registro lo studio non è ancora stato pubblicato e si tratta quindi di un pre-print, ma mi sembra comunque un tassello importante in grado di poter diventare rilevante se tutto dovesse procedere come speriamo, anche perché ci sono altri gruppi che ci stanno lavorando, ti segnalo ad esempio un lavoro pubblicato su una rivista legata a The Lancet a firma di ricercatori di Hong Kong ed un vaccino nasale che è anche già in produzione, seppure con un’efficacia limitata.

Potrebbe inoltre rappresentare una possibile alternativa nel caso mostrasse una ragionevole efficacia anche in quanto tale, senza necessità di una preventiva vaccinazione tradizionale; in questo senso potrebbe in qualche modo essere, per usare un tecnicismo, meglio di niente.

Rubando le parole al Dr. Novella, “i vaccini sono la nostra miglior difesa contro le malattie infettive, […] dobbiamo semplicemente accettare che occuperanno probabilmente un ruolo importante del nostro futuro. La buona notizia è che funzionano e sono generalmente sicuri, avendo tra l’altro il miglior rapporto rischi/benefici e costo-efficacia di qualsiasi intervento medico che sia mai stato sviluppato.” Lo ripeto, perché è importante, da un punto di vista generale i vaccini hanno tipicamente un rapporto rischi/benefici e costo-efficacia migliore di qualsiasi altro intervento medico, farmacologico o chirurgico che sia.

Un possibile altro scenario è quello che vede una vaccinazione anti-COVID condotta con la stessa somministrazione dell’antinfluenzale, Moderna ci sta lavorando proprio in questo periodo, ma come si dice, questa è un’altra storia.

Fonti e bibliografia

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