Pubalgia: sintomi, cause, rimedi e cura

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Cos’è la pubalgia?

La pubalgia è una sindrome caratterizzata dalla percezione di dolore a livello inguinale (o sul lato interno della coscia); in genere la causa va ricercata in un eccessivo utilizzo e/o sforzo dei muscoli adduttori della coscia, eventualmente associati a microtraumi ripetuti.

Si tratta di una patologia particolarmente comune tra gli sportivi, in particolare in:

  • calciatori,
  • ciclisti,
  • pattinatori
  • e pallanuotisti.

Dato l’elevato rischio di cronicizzazione è molto importante intervenire ai primi sintomi, attraverso riposo ed eventuali farmaci/trattamenti fino a un completo recupero.

Uomo che si tocca la parte interna della coscia

iStock.com/Marc Bruxelle

Causa

Dal punto di vista anatomico la pubalgia è un’infiammazione che colpisce muscoli e tendini, ma c’è tuttora un vivace dibattito sulla definizione esatta, perché secondo alcuni specialisti si tratta di un termine ombrello che copre in realtà decine di cause diverse di dolore (fino a coinvolgere cause infettive, tumorali, borsiti, …).

L’aspetto su cui la quasi totalità degli autori concorda è tuttavia che la causa dell’infiammazione dolorosa della pubalgia sia da riferirsi ad un “sovraccarico funzionale associato ai microtraumi ripetuti nel tempo” o, in parole più semplici, da un allenamento eccessivo e/o troppo intenso di specifici movimenti, ripetuti un numero eccessivo di volte. Squilibri muscolari tra adduttori e addominali, unitamente a una ridotta mobilità dell’anca, rappresentano i principali fattori di rischio biomeccanici.

Proprio per questo la sindrome interessa prevalentemente atleti, siano essi professionisti o meno. Nel caso dei calciatori la definizione trova perfetta applicazione nei gesti tecnici che caratterizzano questo sport:

  • dribbling,
  • scatti,
  • calci,

L’obesità e la sedentarietà possono contribuire all’insorgenza della condizione nei non sportivi, a causa del carico alterato sulla sinfisi pubica.

Sintomi

Il sintomo caratteristico della pubalgia consiste nel dolore muscolo-tendineo, che può essere percepito a livello di:

  • zona pubico-inguinale,
  • irradiato all’interno coscia,
  • al fianco (raro).

Solo nei casi più gravi di pubalgia acuta questa si manifesta improvvisamente, costringendo in alcuni casi l’immediata interruzione dell’atto sportivo, per palese incapacità di movimento.

Il dolore viene percepito maggiormente durante la contrazione del muscolo interessato e soprattutto al mattino o comunque a muscolo freddo; tende a migliorare con l’iniziale attività fisica, per poi ripresentarsi più intenso al termine della sessione.

La condizione può tuttavia interessare numerose strutture muscolo-articolari e per questo è in grado di presentarsi con sfumature diverse da un caso all’altro; raramente si presentano poi sintomi extramuscolari, come una sensazione di incompleto svuotamento della vescica (si avverte l’esigenza di fare pipì anche dopo averla appena fatta, il termine medico è tenesmo vescicale).

Complicazioni

Non esistono gravi rischi per il paziente affetto da pubalgia, se non quello di andare incontro a cronicizzazione del problema, ovvero trasformare l’infiammazione da acuta a cronica (di durata superiore a 12 settimane e, soprattutto, notevolmente più difficile da risolvere).

Gravidanza

Durante la gravidanza è molto comune sviluppare pubalgia, a causa dell’aumento di produzione dell’ormone relaxina, che prepara la donna a travaglio e parto favorendo una trasformazione delle caratteristiche delle articolazioni.

Si tratta di un problema non grave né pericoloso, ma sicuramente fastidioso per un organismo peraltro già sottoposto a numerose forme di stress e difficoltà.

Compare in genere attorno al terzo trimestre con una sensazione di fastidio a pube e basso ventre; in alcune donne il fastidio di trasforma in dolore vero e proprio, che spesso è associato a mal di schiena causato dall’aumento di peso del pancione.

La donna in gravidanza può quindi andare incontro a dolore mentre cammina e durante la notte nel rigirarsi nel letto.

A causa della condizione di gravidanza la scelta di eventuali farmaci è ovviamente limitata, ma d’altra parte è raro che il dolore sia tale da richiederne la somministrazione (che deve sempre avvenire dietro consiglio del ginecologo).

La prognosi è in ogni caso ottima, sia per la mamma che per il feto (che non viene minimamente interessato dall’infiammazione), in quanto la pubalgia tende a sparire a seguito del parto senza necessità di cure ulteriori.

Diagnosi

La diagnosi di pubalgia è un processo prevalentemente clinico, che richiede un’analisi accurata della storia del paziente e un esame fisico mirato. Poiché il dolore inguinale può derivare da numerose strutture diverse, il medico deve classificare la condizione in base alla zona di maggiore dolorabilità.

Esame clinico

Il medico o lo specialista (ortopedico o medico dello sport) inizia con l’anamnesi per valutare i carichi di allenamento, la tipologia di dolore e la sua evoluzione. Durante l’esame obiettivo, vengono eseguiti test specifici per evocare il dolore, tra cui:

  • Squeeze test: il paziente stringe le ginocchia o i pugni del medico tra le gambe; il dolore durante questa contrazione isometrica degli adduttori è un segno fortemente indicativo.
  • Palpazione diretta: si ricerca la dolorabilità specifica sull’inserzione dei tendini adduttori o sulla sinfisi pubica.
  • Valutazione della resistenza addominale: per verificare se il dolore è scatenato dalla contrazione dei muscoli retti dell’addome.
  • Test della mobilità dell’anca: fondamentale per escludere problemi intrinseci all’articolazione.

Diagnosi differenziale

È cruciale distinguere la pubalgia da altre condizioni che presentano sintomi simili. Il medico valuterà la possibile presenza di:

Imaging e biomarcatori

Gli esami strumentali non servono a “vedere” la pubalgia, ma a confermare il sospetto clinico e graduare la gravità del danno tessutale:

  • Ecografia: utile per valutare i tendini degli adduttori e la parete inguinale, escludendo versamenti o lesioni muscolari acute.
  • Risonanza magnetica (RM): rappresenta il gold standard. Permette di visualizzare l’edema osseo (bone marrow edema) nella sinfisi pubica e alterazioni dei tessuti molli impossibili da vedere con altri esami.
  • Radiografia del bacino: utile per escludere calcificazioni tendinee o alterazioni ossee macroscopiche.
  • TAC: richiesta raramente, principalmente per approfondimenti sulla struttura ossea.

Cura e rimedi

Il trattamento della pubalgia si è evoluto radicalmente negli ultimi anni: l’approccio moderno non prevede più il riposo assoluto prolungato, che potrebbe indebolire ulteriormente le strutture, ma punta su un carico progressivo controllato. Gli obiettivi primari sono la riduzione della sintomatologia dolorosa, il riequilibrio delle tensioni muscolari e il ritorno sicuro all’attività sportiva.

Trattamento farmacologico e approcci iniziali

Nella fase acuta, il medico può prescrivere farmaci per gestire l’infiammazione. Non esistono protocolli universali, ma le opzioni più comuni includono:

  • Antinfiammatori non steroidei (FANS): farmaci come l’ibuprofene o il diclofenac sono utili per brevi cicli (5-7 giorni) per calmare il dolore iniziale.
  • Crioterapia: l’applicazione di ghiaccio locale per 15-20 minuti più volte al giorno rimane un rimedio casalingo efficace per l’effetto analgesico immediato.
  • Terapia cortisonica: le infiltrazioni sono oggi utilizzate con estrema cautela e solo in casi selezionati, a causa del rischio di indebolimento dei tendini.

Riabilitazione e fisioterapia

La fisioterapia è il pilastro centrale della cura. Il percorso riabilitativo deve essere personalizzato e guidato da professionisti esperti:

  • Esercizio terapeutico: protocolli basati sul rinforzo progressivo degli adduttori e sulla stabilità del “core” (addominali e muscoli del bacino) hanno dimostrato la massima efficacia nel lungo termine.
  • Terapie fisiche: la tecar-terapia, gli ultrasuoni e le onde d’urto possono essere integrati per stimolare la riparazione tissutale e ridurre la rigidità, sebbene siano considerati complementari all’esercizio attivo.
  • Terapia manuale: manipolazioni e massaggi decontratturanti possono aiutare a rilasciare le tensioni muscolari compensate nel tempo.

Stile di vita e prevenzione

La gestione del carico è fondamentale. L’atleta non deve necessariamente fermarsi del tutto, ma deve evitare i gesti che scatenano il dolore (come calci improvvisi o scatti), mantenendo il tono muscolare con attività alternative (nuoto, ciclismo leggero o ellittica).

Per prevenire le ricadute, è essenziale integrare nella routine di allenamento esercizi di stretching dinamico, mobilità dell’anca e rinforzo della parete addominale. Una corretta idratazione e l’utilizzo di calzature adeguate al terreno di gioco completano il quadro preventivo.

Opzioni chirurgiche

La chirurgia è considerata l’ultima spiaggia, indicata solo dopo almeno 3-6 mesi di fallimento della terapia conservativa. Gli interventi possono riguardare la riparazione della parete inguinale o, meno frequentemente, la tenotomia (rilascio parziale) degli adduttori. I tempi di recupero post-operatorio sono generalmente rapidi, ma richiedono comunque una fase riabilitativa rigorosa.

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