Amebiasi intestinale: cause, sintomi e terapia

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Introduzione

L’amebiasi è un’infezione intestinale causata dal parassita Entamoeba histolytica. La letteratura scientifica identifica questo protozoo come uno dei patogeni più aggressivi per l’uomo, rappresentando una delle principali cause di mortalità per parassitosi a livello globale (l’OMS stima una prevalenza di circa 50 milioni di casi di malattia invasiva ogni anno).

Questo microrganismo è in grado di vivere nell’intestino crasso (colon) senza causare danni o sintomi, ma in circa il 10-20% dei casi invade la parete intestinale, determinando:

L’infezione può anche diffondersi attraverso il circolo sanguigno al fegato e, in casi più rari, raggiungere:

  • polmoni,
  • cervello
  • e altri organi.

In Italia l’incidenza è bassa e i casi sono prevalentemente d’importazione, legati a viaggiatori o immigrati provenienti da zone endemiche.

Donna che si stringe la pancia a causa della colite indotta dall'amebiasi

iStock.com/krisanapong detraphiphat

Cause

Questa patologia è diffusa in tutto il mondo, ma è più frequente nelle aree tropicali sovrappopolate e caratterizzate da condizioni igieniche insufficienti: Africa, Messico, parti del Sud America e India riportano gravi problemi di salute associati a questa malattia.

L’Entamoeba histolytica si trasmette attraverso cibo o acqua contaminati da feci. Questa contaminazione è comune quando le feci umane sono usate come concime. Può anche diffondersi da persona a persona, soprattutto per contatto con la bocca o l’area rettale di un soggetto infetto.

Fattori di rischio

Individui di tutte le età, razza/etnia e di entrambi i sessi possono manifestare l’amebiasi, ma rappresentano un fattore di rischio:

  • indebolimento del sistema immunitario (alcolismo, cancro, malnutrizione, età avanzata o infanzia, gravidanza, uso di farmaci immunosoppressori, HIV, …),
  • viaggio recente in una regione tropicale.

Trasmissione

Il parassita in forma attiva e vitale è presente solo nell’ospite e nelle feci appena espulse, mentre le cisti (possiamo immaginarle come una forma di uova) sono in grado di sopravvivere diversi mesi anche nell’ambiente, nell’acqua, nel suolo e negli alimenti, ma vengono facilmente neutralizzate con il calore (ad esempio la cottura degli alimenti) e dal freddo (congelamento).

L’infezione si verifica nel momento in cui il parassita o la cisti viene portato alla bocca; la trasmissione avviene quindi per via oro-fecale:

  • direttamente tra persone (ad esempio, cambiando un pannolino o tramite rapporti sessuali),
  • indirettamente, assumendo alimenti o bevande contaminate da feci.

Altri mammiferi, tra cui gli animali domestici come cani e gatti, possono essere infettati temporaneamente, ma non si ritiene che contribuiscano in modo significativo alla trasmissione in quanto non espellono cisti nelle feci.

Sintomi

L’incubazione della parassitosi è di circa 7-28 giorni e la durata dei sintomi, nella maggior parte dei casi, è di circa due settimane.

La maggioranza dei soggetti infettati non presenta sintomi, mentre la malattia si manifesta solo nel 10 – 20% dei soggetti aggrediti dal parassita.

I sintomi più comuni sono:

La dissenteria amebica è una grave forma di amebiasi che si manifesta con:

  • dolore di stomaco,
  • dolorabilità addominale,
  • feci sanguinolente,
  • evacuazione di feci liquide striate di sangue,
  • evacuazione frequente di feci, fino a 10-20 volte al giorno e oltre,
  • febbre,
  • vomito.

In un piccolo numero di casi si è riscontrata una diffusione della malattia ad altre parti dell’organismo, principalmente il fegato, talvolta anche polmoni o cervello, ma tale evenienza è davvero rara.

La prognosi è in genere eccellente se l’infezione viene diagnosticata e trattata tempestivamente. Tuttavia, in assenza di cure o in caso di coinvolgimento extra-intestinale (come l’ascesso epatico), possono insorgere complicanze severe.

Diagnosi

L’identificazione dell’amebiasi richiede un approccio integrato, poiché la sola osservazione microscopica non è più considerata lo standard ottimale a causa dell’impossibilità di distinguere visivamente l’Entamoeba histolytica (patogena) da specie non patogene come E. dispar o E. moshkovskii.

Test molecolari e ricerca di antigeni

I protocolli diagnostici attuali privilegiano la ricerca del DNA del parassita tramite PCR (Polymerase Chain Reaction) su campioni di feci. Questo esame è estremamente sensibile e specifico, permettendo di confermare l’infezione attiva in tempi rapidi. In alternativa, vengono utilizzati test immunoenzimatici (ELISA) per la rilevazione di antigeni specifici del parassita nelle feci.

Esame microscopico delle feci

Sebbene tradizionale, la microscopia rimane utile per uno screening iniziale o in contesti con limitate risorse tecnologiche. Per aumentare l’accuratezza, è spesso necessario analizzare almeno tre campioni raccolti in giorni diversi, poiché l’escrezione delle cisti o dei trofozoiti può essere intermittente.

Indagini sierologiche

Gli esami del sangue per la ricerca di anticorpi specifici (sierologia) sono fondamentali soprattutto quando si sospetta una diffusione extra-intestinale, come l’ascesso epatico amebico. In questi casi, la sierologia risulta positiva in oltre il 90% dei pazienti. Tuttavia, il test può rimanere positivo per anni dopo la guarigione, rendendo difficile distinguere un’infezione passata da una recente in aree ad alta endemicità.

Imaging e procedure endoscopiche

In presenza di sintomi gravi o sospetto coinvolgimento epatico, il medico può richiedere:

  • Ecografia o TC addominale: essenziali per individuare eventuali ascessi nel fegato.
  • Colonscopia: indicata in casi complessi per visualizzare le tipiche ulcere “a bottone di camicia” sulla mucosa intestinale e prelevare campioni bioptici per l’esame istologico.

Cura

L’obiettivo primario della terapia è l’eliminazione del parassita sia dai tessuti invasi sia dal lume intestinale, per risolvere i sintomi, prevenire complicanze e interrompere la catena di trasmissione. L’approccio terapeutico varia in base alla gravità del quadro clinico e alla localizzazione dell’infezione.

Protocollo farmacologico a due fasi

Il trattamento dell’amebiasi invasiva (colite o ascesso epatico) prevede solitamente una sequenza di due diversi tipi di farmaci:

  1. Amebicidi tissutali: Farmaci come il metronidazolo o il tinidazolo rappresentano la prima linea di difesa. Agiscono eliminando i parassiti che hanno invaso la parete intestinale o gli organi interni. È fondamentale evitare il consumo di alcol durante l’assunzione di questi farmaci per prevenire reazioni avverse severe (effetto disulfiram-simile).
  2. Amebicidi luminali: Poiché i farmaci tissutali non sono efficaci nell’eradicare completamente le cisti presenti all’interno dell’intestino, è indispensabile completare la cura con un amebicida luminale (come la paromomicina o il diloxanide furoato). Questo secondo passaggio previene le ricadute e assicura che il paziente smetta di essere un portatore infettivo.

Nei portatori asintomatici, ovvero persone che non hanno disturbi ma espellono il parassita, si utilizza generalmente il solo amebicida luminale per eliminare la fonte di possibile contagio.

Gestione dei casi complessi

In presenza di ascessi epatici di grandi dimensioni o a rischio di rottura, potrebbe essere necessario associare alla terapia farmacologica il drenaggio percutaneo (aspirazione del contenuto tramite ago guidato da ecografia). L’intervento chirurgico è oggi riservato esclusivamente a complicanze rare come la perforazione intestinale o la peritonite.

Stile di vita e supporto clinico

Durante la fase acuta, la gestione del paziente deve includere:

  • Reidratazione: Per contrastare la disidratazione causata dalla dissenteria, è fondamentale l’assunzione di soluzioni reidratanti orali. In casi di vomito incoercibile può essere necessaria la somministrazione di liquidi per via endovenosa.
  • Alimentazione: Si consiglia una dieta leggera e povera di fibre grezze nelle prime fasi, reintegrando gradualmente gli alimenti solidi man mano che la frequenza delle evacuazioni si normalizza. L’uso di probiotici può essere suggerito dal medico per favorire il ripristino della flora batterica intestinale compromessa.
  • Igiene rigorosa: Fino alla conferma della completa eradicazione del parassita, è cruciale mantenere standard igienici elevatissimi (lavaggio frequente delle mani, gestione separata della biancheria) per proteggere i conviventi.

Prevenzione

Un contagio in Paesi ragionevolmente sviluppati è poco probabile, ma in caso di viaggi in zone a rischio è possibile contrarre l’infezione; si consiglia quindi di bere solo bevande perfettamente sigillate e non consumare:

  • acqua da fontane o una qualsiasi bevanda con cubetti di ghiaccio,
  • frutta o verdura fresca non sbucciata personalmente,
  • latte, formaggi o prodotti lattiero-caseari che potrebbero non essere stati pastorizzati,
  • alimenti o bevande acquistate sotto forma di street-food.

Il rischio di diffusione dell’infezione viene abbattuto nel momento in cui il paziente viene trattato con gli antielmintici e pratica una corretta igiene personale, come ad esempio lavarsi le mani:

  • dopo l’uso del bagno,
  • dopo il cambio del pannolino nel caso di neonati,
  • prima di maneggiare il cibo.

Fonti e bibliografia

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