Cos’è il disturbo di conversione? Sintomi e cura

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Introduzione

Il disturbo di conversione (o disturbo neurologico funzionale o, più recentemente e correttamente, disturbo da sintomi neurologici funzionali) è un insieme di condizioni accomunate dallo sviluppo di disturbi neurologici in assenza di un reale danno organico del cervello od un’altra patologia in grado di giustificarne l’insorgenza.

La causa è sconosciuta, Sigmund Freud lo definì “disturbo di conversione” perché ritenne che  si trattasse di un disturbo psicologico che convertito in disturbo neurologico.

Un paziente affetto è quindi un teoria un paziente sano, il cui cervello tuttavia entra in difficoltà nell’invio/ricezione dei segnali nervosi al resto dell’organismo, sebbene anche la memoria, la capacità di concentrazione, le funzioni cognitive e l’elaborazione delle sensazioni possano venire influenzate. In altre parole è una somatizzazione che colpisce il sistema nervoso.

Il disturbo di conversione provoca tuttavia sintomi reali che interferiscono in modo anche significativo sul quotidiano; movimenti e sintomi possono manifestarsi involontariamente, in modo incoerente ed improvviso; aumentano se vi si presta attenzione, diminuiscono quando ci si riesce a distrarre.

Cause

Chiunque può sviluppare il disturbo di conversione e si stima che interessi circa 4-12 persone su 100.000.

Tra i fattori di rischio noti figurano:

  • fattori biologici (come traumi e forti stress subiti durante la prima infanzia, propensione all’ansia, essere testimoni o soggetti di violenze, maltrattamenti o abusi sessuali infantili),
  • fattori sociali, relativamente alle relazioni interpersonali ed allo stress.

Il disturbo è più comune nelle donne e in particolare in chi abbia subito traumi sessuali precoci.

Sebbene possibile, è raro nei bambini di età inferiore ai 10 anni.

Alcuni autori hanno rilevato associazioni con depressione e ansia, traumi precoci, una vita familiare disfunzionale e persino un’avversione per il lavoro.

Sintomi

Il disturbo di conversione può manifestarsi in diverse forme e attraverso numerosi sintomi neurologici; se per alcuni pazienti la durata è relativamente limitata, per altri i disturbi possono persistere per anni.

È possibile distinguere sommariamente due diverse categorie di sintomi:

  • convulsioni psicogene non epilettiche,
  • disturbi motori funzionali.

Le crisi psicogene non epilettiche possono sembrare attacchi epilettici, , ma di fatto non si rileva alcun segnale anomalo cerebrale; sono stati descritti movimenti involontari, sensazioni e comportamenti simili a una crisi epilettica, finanche una perdita temporanea di attenzione o un vuoto di memoria. Alcuni pazienti lamentano un senso di confusione o addirittura la perdita di coscienza, ma senza alcun tremore, una sensazione di dissociazione dai propri pensieri, sentimenti o dall’ambiente circostante.

Le convulsioni psicogene non epilettiche possono essere reazioni legate allo stress, emotive o psicologiche, dovute all’incapacità di far fronte a uno o più eventi attuali o passati. Colpiscono principalmente le donne e spesso iniziano nella giovane età adulta. Le convulsioni possono essere frequenti e prolungate.

Con un trattamento adeguato la prognosi è buona, con una regressione completa in alcuni individui ed una netta diminuzione in altri (bambini e adolescenti tendono ad avere un tasso di guarigione più elevato).

I disturbi motori funzionali sono piuttosto comuni e possono comprendere:

  • Debolezza o addirittura paralisi di gambe e braccia
  • Tremore
  • Improvvisa e breve contrazione involontaria di un muscolo o di un gruppo di muscoli (chiamato mioclonie)
  • Contrazioni muscolari involontarie che causano movimenti lenti e ripetitivi o l’adozione di posture anormali (chiamate distonia)
  • Problemi con il movimento e la deambulazione (andatura), la postura o l’equilibrio
  • Spasmi e contratture
  • Rigidità muscolare
  • Sviluppo di tic

Altri sintomi descritti in letteratura comprendono:

  • Difficoltà del linguaggio, come l’insorgenza improvvisa di balbuzie o difficoltà a parlare
  • Problemi con la vista o l’udito
  • Dolore (ad esempio emicrania cronica)
  • Affaticamento
  • Intorpidimento o alterazione sensoriale (come l’incapacità di percepire il tatto).

Diagnosi

Cervello umano

Shutterstock/mybox

Come si può facilmente immaginare nessun singolo esame può confermare una diagnosi di disturbo di conversione, il medico si basa quindi su anamnesi ed esame obiettivo per escludere qualsiasi condizione neurologica o di altro tipo che possa causare sintomi lamentati.

Specialisti di questa branca della medicina (neurologo, psichiatra o psicologo) possono evidenziare sintomi caratteristici, ma risultano spesso fondamentali esami strumentali e di laboratorio per escludere cause organiche; il disturbo di conversione condivide infatti sintomi che possono essere suggestivi di

Nell’escludere le malattie neurologiche il neurologo ha tradizionalmente fatto affidamento in parte sulla presenza di segni positivi di disturbo di conversione, ovvero alcuni sintomi che si ritenevano rari nelle malattie neurologiche, ma comuni nella conversione, tuttavia studi più recenti hanno messo in crisi questo approccio.

Cura

Non esistono trattamenti specifici per il disturbo di conversione, si adottano quindi terapie mirate a specifici sintomi, in genere attraverso un approccio multidisciplinare.

  • Farmaci: Sebbene non esistano medicinali per trattare il disturbo di conversione, sono disponibili molecole per trovare sollievo da dolore, ansia, depressione, insonnia e mal di testa. Eventuali farmaci antiepilettici prescritti per il trattamento delle crisi non epilettiche devono invece essere sospesi
  • Psicoterapia: La terapia cognitivo comportamentale può contribuire a modificare gli schemi di pensiero per cambiare le emozioni, l’umore o il comportamento. Esercizi di rilassamento e consapevolezza possono aiutare a ridurre lo stress, mentre alcuni pazienti individui traggono beneficio dall’ipnosi.
  • Fisioterapia, logopedia e terapia occupazionale, per trattare rispettivamente i disturbi dei movimenti, del linguaggio e e le abilità quotidiane.

I sintomi possono rafforzarsi e peggiorare quando vi si presta (talvolta inevitabilmente) attenzione, può quindi essere d’aiuto forzarsi a distogliere il pensiero, ad esempio instaurando una conversazione o picchiettando con un braccio o una gamba non interessati in quel momento.

Nel complesso sono purtroppo possibili ricadute e riacutizzazioni.

Fonti e bibliografia

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