Corea di Huntington: cause, sintomi, prognosi

Ultima modifica

Introduzione

La corea di Huntington (anche nota come “morbo o malattia di Huntington”) è una rara patologia genetica neurodegenerativa a carico del sistema nervoso centrale che interessa ugualmente entrambi i sessi e colpisce meno di 1 persona ogni 100.000.

L’esordio avviene solitamente tra i 30 e i 50 anni (tuttavia esistono forme giovanili di malattia) e il decorso è progressivo; sebbene storicamente l’aspettativa di vita fosse limitata a 15-20 anni dall’esordio, i moderni protocolli di gestione multidisciplinare stanno migliorando significativamente la sopravvivenza e la qualità della vita dei pazienti.

È caratterizzata clinicamente da:

  • presenza di movimenti involontari patologici (corea),
  • gravi alterazioni del comportamento e della sfera psichiatrica,
  • progressivo deterioramento cognitivo.

La malattia di Huntington è ereditaria e trasmessa con modalità autosomica dominante, questo significa che un genitore affetto ha una probabilità del 50% di trasmettere la malattia ai suoi figli, a prescindere dal sesso.

La diagnosi si basa sulla conferma genetica unita a una valutazione clinica e strumentale approfondita, che include tecniche avanzate di risonanza magnetica nucleare e TAC cerebrale. Attualmente, pur essendo una condizione cronica, la ricerca si sta concentrando su terapie innovative volte a rallentarne il decorso.

Cause e trasmissione

La malattia di Huntington è una patologia ereditaria che provoca la degenerazione di alcuni neuroni localizzati in specifiche aree del cervello, a livello di strutture poste in profondità chiamate gangli della base (in particolar modo caudato e putamen), ma anche in corrispondenza della parte esterna del cervello (la corteccia cerebrale).

Il caratteristico quadro clinico deriva dalla degenerazione progressiva delle cellule del cervello (i neuroni) situate in queste strutture e comprende:

  • le alterazioni motorie,
  • la riduzione delle capacità cognitive (pensieri, percezione, memoria),
  • nonché le alterazioni del tono dell’umore, tipiche della malattia.

Un genitore affetto ha una probabilità pari al 50% di trasmettere la malattia, a prescindere dal sesso di ciascun figlio e dall’ordine di genitura (primogenito, secondogenito, …), poiché la mutazione responsabile della malattia è trasmessa con modalità autosomica dominante.

Nel 1983 il gene collegato alla malattia fu localizzato sul braccio corto del cromosoma 4, ma solo nel 1993, grazie al suo isolamento, fu possibile chiarire esattamente quale fosse il meccanismo genetico responsabile della comparsa di questa malattia.

Questo gene, denominato HTT (precedentemente IT-15), è responsabile della produzione di una proteina, detta huntingtina, che svolge importanti funzioni nell’organismo, molte delle quali ancora oggetto di studio; quando non è colpito dalla mutazione, il gene presenta al suo interno una specifica sequenza amminoacidica CAG che si ripete circa 10-30 volte mentre, se è presente la mutazione, tale sequenza amminoacidica si ripete per un numero eccessivo (generalmente da 36 a oltre 100 volte), causando la produzione di una proteina tossica che porta alla degenerazione neuronale.

Sintomi

I sintomi della corea di Huntington sono ampiamente variabili da persona a persona, anche all’interno di uno stesso nucleo familiare (per esempio la malattia può esordire con comparsa di movimenti involontari in un soggetto e manifestarsi in altri prettamente con sintomi emotivi e comportamentali); un’altra caratteristica importante è il fenomeno dell’anticipazione, per cui il disturbo tende ad insorgere sempre più precocemente (riguarda quindi soggetti più giovani) quando si trasmette di generazione in generazione all’interno di una stessa famiglia.

I sintomi, che compaiono tra i 30 e i 50 anni e tendono a peggiorare con il progredire della malattia, possono essere suddivisi principalmente in 3 gruppi:

  • Sintomi emotivo-comportamentali, che comprendono quadri caratteristici di:
    • depressione (talvolta può precedere di anni o di mesi la comparsa dei sintomi motori),
    • irritabilità e aggressività,
    • ansia e apatia,
    • cambiamenti della personalità e isolamento sociale,
    • disturbi ossessivo-compulsivi e, raramente, quadri simili alla schizofrenia.
  • Sintomi cognitivi, che includono:
    • difficoltà nella pianificazione e nell’organizzazione delle attività quotidiane,
    • riduzione della flessibilità mentale,
    • disturbi della memoria a breve termine,
    • rallentamento dei processi di pensiero.
  • Sintomi motori, che aumentano con lo stress e diminuiscono a riposo:
    • corea (movimenti rapidi, involontari e a scatto),
    • tic e smorfie facciali,
    • distonia (posture anomale dovute a contrazioni muscolari prolungate),
    • difficoltà nell’equilibrio, nel cammino e nella coordinazione,
    • problemi nell’articolazione del linguaggio e nella deglutizione.

Come evolve la malattia?

Il decorso della malattia è suddivisibile in alcune fasi:

  • Prima fase (stadio 1 e 2): comprende manifestazioni lievi come cambiamenti della coordinazione, comparsa di movimenti involontari discreti, depressione o irritabilità. In questa fase i pazienti mantengono spesso la loro autonomia lavorativa e sociale.
  • Fase intermedia (stadio 3): i movimenti involontari diventano più evidenti e interferiscono con le attività quotidiane. Il paziente assume un’andatura instabile che può essere confusa erroneamente con un abuso di alcool. Compaiono difficoltà significative nel parlare e nel deglutire.
  • Fase avanzata (stadio 4 e 5): la corea può essere sostituita da rigidità e bradicinesia (lentezza dei movimenti). Il paziente perde peso per le difficoltà alimentari e diventa dipendente per ogni attività. La comunicazione diventa difficile, ma la consapevolezza e la comprensione dei sentimenti rimangono spesso preservate fino alle fasi terminali.

Le cause più frequenti di decesso includono:

  • polmonite ab ingestis (causata dall’inalazione di cibo o liquidi nelle vie aeree),
  • complicanze cardiovascolari,
  • traumi da cadute gravi dovute ai disturbi del movimento,
  • suicidio, il cui rischio è elevato soprattutto al momento della diagnosi e nella fase di perdita dell’autonomia.

Come viene diagnosticata la malattia

Il percorso diagnostico per la corea di Huntington si è evoluto verso un approccio multidisciplinare che integra la clinica neurologica con la genetica molecolare e il supporto psicologico.

Valutazione clinica e anamnesi

La diagnosi inizia con una raccolta dettagliata dei dati clinici. Il medico indaga la storia familiare per identificare altri casi di disturbi motori o psichiatrici, spesso non diagnosticati correttamente in passato. L’esame neurologico è fondamentale per rilevare i segni precoci della corea, alterazioni dell’equilibrio e dei movimenti oculari, che rappresentano spesso i primi indicatori fisici.

Test genetico

Il test genetico molecolare è il “gold standard” per la conferma diagnostica. Viene eseguito tramite un prelievo di sangue per misurare il numero di ripetizioni CAG nel gene HTT:

  • Diagnosi clinica: eseguita su individui che mostrano già sintomi compatibili per confermare la patologia.
  • Test predittivo: offerto a persone a rischio (figli di genitori affetti) che non presentano ancora sintomi. Questo percorso richiede un protocollo rigoroso che include consulenze genetiche, supporto psichiatrico e colloqui psicologici preliminari per preparare il soggetto al risultato.

Diagnostica per immagini e biomarcatori

Gli esami strumentali supportano la diagnosi e aiutano nel monitoraggio della progressione:

  • Risonanza Magnetica (RM): è fondamentale per evidenziare l’atrofia dei nuclei caudati (parte dei gangli della base) e della corteccia cerebrale.
  • Tomografia Computerizzata (TAC): utilizzata principalmente nelle fasi acute o per escludere altre patologie cerebrali in caso di emergenza.
  • Biomarcatori emergenti: l’analisi dei neurofilamenti a catena leggera (NfL) nel sangue o nel liquido cerebrospinale sta diventando uno strumento importante per monitorare l’attività della malattia e la risposta ai trattamenti in fase di studio.

Qual è il trattamento

Attualmente non esiste una terapia in grado di guarire definitivamente la malattia di Huntington, ma l’obiettivo del trattamento è diventato il controllo dei sintomi, la prevenzione delle complicanze e il mantenimento della massima autonomia possibile. La gestione è affidata a un’equipe multidisciplinare (neurologo, psichiatra, fisioterapista, nutrizionista e logopedista).

Terapia farmacologica dei sintomi motori

I farmaci vengono impiegati quando i movimenti involontari interferiscono con la sicurezza o la vita sociale del paziente:

  • Inibitori del trasportatore vescicolare della monoamina (VMAT2): come la tetrabenazina e la più recente deutetrabenazina. Questi farmaci riducono i livelli di dopamina nei gangli della base, attenuando efficacemente la corea con un profilo di tollerabilità migliorato.
  • Neurolettici (antipsicotici): come l’aloperidolo, il risperidone o l’olanzapina, utili sia per controllare i movimenti che per gestire eventuali deliri o agitazione.

Gestione dei disturbi psichiatrici e cognitivi

La salute mentale è prioritaria per la qualità della vita:

  • Antidepressivi: gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono ampiamente utilizzati per trattare la depressione e l’irritabilità.
  • Stabilizzatori dell’umore: possono essere prescritti per gestire l’impulsività e le brusche variazioni comportamentali.

Terapie innovative e di frontiera

La ricerca scientifica è focalizzata su approcci che mirano a colpire la causa genetica della malattia. Tra questi spiccano gli oligonucleotidi antisenso (ASO) e altre strategie di “gene silencing” (silenziamento genico), progettate per ridurre la produzione della proteina huntingtina tossica nel cervello. Sebbene molte di queste siano ancora in fase clinica avanzata, rappresentano la speranza più concreta per modificare il decorso della patologia nel prossimo futuro.

Stile di vita e terapie di supporto

Gli interventi non farmacologici sono essenziali e devono essere iniziati precocemente:

  • Riabilitazione fisica e occupazionale: aiuta a mantenere l’equilibrio, prevenire le cadute e adattare l’ambiente domestico alle necessità del paziente.
  • Logopedia: fondamentale per gestire le difficoltà di linguaggio e, soprattutto, per prevenire la disfagia (difficoltà a deglutire), riducendo il rischio di polmonite.
  • Nutrizione: i pazienti con Huntington bruciano molte calorie a causa dei movimenti continui. Una dieta ipercalorica e ad alta densità nutritiva è spesso necessaria per contrastare il calo ponderale.
  • Pianificazione delle cure: è raccomandato discutere precocemente le Direttive Anticipate di Trattamento (DAT) per garantire che le volontà del paziente siano rispettate nelle fasi avanzate della malattia.

Fonti e bibliografia

Tutte le news di The WOM Healthy su Google

Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.

Seguici su Google
Articoli Correlati
Articoli in evidenza