Quello che hai letto è probabilmente sbagliato
Un nuovo studio, discusso nell’ultimo video del Dr. Mattia Garutti, getta una luce inedita sul controverso legame tra consumo di alimenti ad alto indice glicemico, picchi glicemici e la sensazione di fame, dimostrando verosimilmente in modo definitivo che ridurre tutto a questo parametro è una semplificazione eccessiva e fuorviante.
I picchi glicemici scatenano attacchi di fame?
Per anni, il modello carboidrati-insulina ha rappresentato un pilastro fondamentale nella comprensione di come il nostro corpo reagisce all’assunzione di cibo, in particolare dei carboidrati.
Questa teoria, ampiamente diffusa soprattutto sui social, postulava una sequenza apparentemente logica:
- l’ingestione di alimenti ricchi di carboidrati, specialmente quelli raffinati e ad alto indice glicemico come pane bianco, pasta non integrale o bevande zuccherate, provoca un rapido innalzamento dei livelli di glucosio nel sangue (glicemia).
- In risposta a questo picco glicemico il pancreas secerne una quantità significativa di insulina, un ormone chiave con il compito di favorire il trasporto dello zucchero dal sangue alle cellule muscolari, dove può essere utilizzato come fonte di energia o immagazzinato come riserva.
Su questa sequenza di eventi NON ci sono dubbi, sappiamo da anni che funziona così, ma il nodo cruciale della discussione verte su quanto succede dopo: i fautori del modello carboidrati-insulina ritengono che successivamente:
- la grande quantità di insulina rilasciata dal pancreas porti a un successivo rapido calo della glicemia,
- dopodiché si ipotizzava che questa brusca diminuzione degli zuccheri nel sangue fosse percepita dal nostro organismo come un segnale di “emergenza energetica”, innescando la sensazione di fame e, di conseguenza, portando a un maggiore desiderio di consumare altro cibo, spesso nuovamente ricco di carboidrati, creando un circolo vizioso potenzialmente associato all’aumento di peso e a problemi metabolici nel lungo termine.
Proprio in questo contesto si inserisce l’interessante ricerca che ha cercato di esaminare in modo più approfondito la reale correlazione tra l’indice glicemico degli alimenti consumati e la successiva insorgenza della fame.
Lo studio
Lo studio ha coinvolto un campione di 120 partecipanti, un numero sufficiente per trarre conclusioni significative. Questi individui sono stati suddivisi in maniera casuale in tre gruppi distinti, ognuno dei quali ha consumato una colazione appositamente preparata per avere un diverso indice glicemico: alto, medio e basso.
L’obiettivo era quello di osservare come la risposta metabolica a queste diverse colazioni influenzasse non solo i livelli di glucosio e insulina nel sangue nel corso delle ore successive, ma anche il successivo comportamento alimentare, in particolare la quantità di cibo consumata durante il pasto del pranzo.
I ricercatori hanno monitorato attentamente i livelli di glucosio e insulina dei partecipanti attraverso prelievi di sangue eseguiti a intervalli regolari dopo la colazione. I risultati ottenuti hanno solo in parte confermato quanto previsto dal modello carboidrati-insulina: il gruppo che aveva consumato la colazione con alto indice glicemico ha effettivamente mostrato un picco glicemico più elevato e una successiva risposta insulinica più marcata, seguita da un calo più rapido degli zuccheri nel sangue rispetto agli altri due gruppi.
La vera sorpresa, e il punto cruciale che mette in discussione la tesi promossa da tanti influencer, è emersa dall’analisi dell’assunzione di cibo durante il pranzo.
No, i picchi glicemici non scatenano raptus di fame

Shutterstock/Evgeny Atamanenko
Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato secondo la teoria carboidrati-insulina, non è stata riscontrata una differenza significativa nella quantità di cibo consumata a pranzo tra i tre gruppi. In altre parole, coloro che avevano sperimentato il rapido calo glicemico dopo la colazione ad alto indice glicemico non hanno mostrato una tendenza a mangiare di più rispetto a coloro che avevano consumato colazioni con un indice glicemico più moderato o basso.
Questa osservazione apre scenari interpretativi molto interessanti. Se il rapido abbassamento della glicemia non si traduce necessariamente in un aumento della fame e dell’assunzione di cibo, allora il modello carboidrati-insulina, nella sua forma più semplicistica, potrebbe non essere l’unico o il principale meccanismo che regola il nostro appetito e, di conseguenza, la tendenza e la traiettoria del nostro peso corporeo.
Le implicazioni di questo studio, come sottolineato anche dal Dr. Garutti nel suo video, sono di notevole importanza per la nostra comprensione dell’obesità, del diabete di tipo 2 e, in generale, della gestione di una sana alimentazione. Se i carboidrati, presi singolarmente e in base al loro indice glicemico, non sono i diretti responsabili dell’aumento della fame e del conseguente aumento di peso come si credeva, allora l’attenzione potrebbe dover essere spostata su altri fattori cruciali.
Tra questi fattori potrebbero rientrare la qualità complessiva della dieta, l’equilibrio tra i diversi macronutrienti (carboidrati, proteine e grassi), il contenuto di fibre degli alimenti, la densità calorica, la risposta ormonale più complessa indotta dall’intero pasto (e non solo dai carboidrati), i segnali di sazietà provenienti dall’intestino, la genetica individuale, i livelli di attività fisica e, non da ultimo, lo stile di vita generale, inclusi i ritmi sonno-veglia e la gestione dello stress.
ATTENZIONE
Quanto emerso dallo studio non significa che i carboidrati non abbiano alcun ruolo nel nostro organismo o che si possa abusare indiscriminatamente di zuccheri e alimenti raffinati, perché è invece ampiamente dimostrato che un consumo eccessivo di questi alimenti può avere effetti negativi sulla salute metabolica a lungo termine. Al contrario lo studio in questione suggerisce che concentrarsi unicamente sull’indice glicemico dei carboidrati come principale determinante della fame e dell’aumento di peso potrebbe essere una visione troppo semplicistica e potenzialmente fuorviante.
Invece di demonizzare intere categorie di alimenti, come spesso accade con i carboidrati, l’attenzione dovrebbe probabilmente spostarsi verso un approccio più olistico, che consideri la complessità dell’interazione tra i nutrienti, il nostro corpo e il nostro stile di vita nel suo insieme.
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