Introduzione
Con il termine di “cheloide” si indica una cicatrice che tende a crescere oltre i normali margini della ferita che deve effettivamente andare a riparare.
Il cheloide è quindi definito come una cicatrice ipertrofica che oltrepassa i margini della lesione su cui viene a formarsi. Nella maggior parte dei casi tende a non dare sintomatologia, se non un effetto di disagio estetico poiché si caratterizza per:
- colorito scuro rispetto alla cute circostante,
- cute rialzata,
- prurito.
Ciascuno di noi può ipoteticamente manifestare una cicatrice “eccessiva”, un cheloide per l’appunto, piuttosto che ad una cicatrice normale. A far si che questo avvenga possono concorrere vari fattori che comprendono sia una individuale predisposizione (tipica ad esempio delle persone di provenienza africana, con pelle di colore più scuro), sia ovviamente specifiche condizioni transitorie di maggior suscettibilità cutanea.
Non esiste un unico trattamento curativo definitivo, ma ci sono una serie di approcci terapeutici che permettono di gestire la condizione e ridurne l’impatto estetico e funzionale. Tra di essi possiamo citare in primis l’uso di steroidi topici o intralesionali (ovvero cortisone), che agiscono riducendo la risposta infiammatoria e la proliferazione eccessiva del tessuto.
La cute
Per poter spiegare come avviene il processo di formazione di una cicatrice (sia essa fisiologia o patologica) è necessario rispolverare come è costituita la “pelle” umana.
Nella cute è possibile riscontrare in successione una serie di strati:
- Epidermide: è il primo strato partendo dall’esterno, costituito da epitelio pluristratificato (ovvero tanti strati di cellule epiteliali “appiattite”, un po’ come fosse un pavimento su più strati) cheratinizzato, cioè coperto da una lamina finale di cellule morte con ruolo di barriera protettiva. Questo strato è privo di vasi, tant’è che riceve il nutrimento solo ed esclusivamente dai vasi ematici dello strato sottostante.
- Derma: è la porzione di cute in cui si ritrovano i vasi sanguigni il cui nutrimento permette, in caso di lesione, di apportare l’energia necessaria, nonché le cellule o le varie sostanze per permette la riparazione.
Il processo di cicatrizzazione
A seguito di una lesione quello che avviene a livello cutaneo segue nella maggior parte dei casi una serie di “step” comuni.
In primo luogo ovviamente la collaborazione delle piastrine e dei fattori della coagulazione tende a formare il coagulo, bloccando l’eventuale fuoriuscita di sangue. Una volta interrotta la perdita ematica le cellule infiammatorie vengono richiamate in loco, così da attivare il sistema immunitario a fronte di una possibile infezione.
La fase di cicatrizzazione vera e proprio è però legata al processo di proliferazione che avviene prima nel derma e poi successivamente anche a livello dell’epidermide sovrastante.
Le cellule endoteliale, ovvero i vasi, si moltiplicano formando quasi “la strada” per guidare le popolazioni successive. In un secondo momento (quello forse più importante) i fibroblasti cominciando a dividersi, ad aumentare di numero, nonché a produrre fibre collagene, il maggior costituente del tessuto connettivo e responsabile della resistenza dei nostri tessuti.
È proprio l’esuberanza della proliferazione dei fibroblasti a generare probabilmente una cicatrice più o meno ipertrofica.
In ultimo le cellule epiteliali chiuderanno gli strati più superficiali, ripristinando in maniera più o meno fedele l’anatomia persa a seguito della lesione.
Foto e immagini

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Cheloide formatosi a seguito di intervento chirurgico addominale, by Htirgan – Own work, CC BY-SA 3.0, Link

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Cause e fattori di rischio
Ogni individuo potrebbe ipoteticamente formare delle cicatrici anomale. Con tale termine possiamo intendere:
- Cicatrici atrofiche, ridotte rispetto alla ferita sottostante e che tendono quindi in ogni caso ad alterare la normale anatomia della regione ferita.
- Cicatrici ipertrofiche, particolarmente rialzate ed in ogni caso poco estetiche.
- Cheloidi, molto simili alle precedenti, ma dalle quali vanno differenziate per alcuni aspetti fondamentali. I cheloidi, a differenza delle cicatrici ipertrofiche, tendono non solo a rialzarsi, ma ad oltrepassare i margini della ferita (elemento sopra ogni altro caratteristico di questo tipo di formazione). Esse inoltre, quando asportate, tendono a recidivare. Ricordiamo che il cheloide viene considerato un disturbo fibroproliferativo del derma, talvolta descritto come una crescita benigna dovuta a un’iperattività dei fibroblasti.
La tendenza di alcuni individui a dare origine a cheloidi a seguito di una lesione dipende da:
- predisposizione individuale su base familiare,
- etnia (più frequente nei soggetti di origine africana o asiatica),
- sesso (statisticamente più frequente nelle donne, spesso per una maggiore incidenza di stimoli come il foro ai lobi delle orecchie),
- età (colpisce preferenzialmente soggetti tra i 10 e i 30 anni).
A questi possono ovviamente poi aggiungersi elementi esterni come l’esposizione alla luce solare o agenti irritanti che possono peggiorare l’infiammazione locale.
Sintomi
I fattori e i sintomi che differenziano un cheloide dalla cute circostante o da una normale cicatrice sono:
- colorito inizialmente rossastro o violaceo, successivamente tendente al bruno o al rosa intenso,
- assenza di annessi cutanei (peluria o capelli) e di ghiandole sudoripare sulla lesione,
- rilevatezza e spessore marcatamente aumentati,
- consistenza gommosa o dura rispetto alla cute circostante,
- profilo che eccede i margini della lesione originaria (segno patognomonico del cheloide),
- dolore o sensazione di tensione locale,
- prurito talvolta intenso.
Diagnosi
La diagnosi di un cheloide è essenzialmente clinica e viene effettuata durante una visita specialistica dermatologica o di chirurgia plastica. Il medico si basa sull’osservazione visiva e sulla palpazione della lesione, valutandone la consistenza, l’estensione e la storia evolutiva riportata dal paziente.
Il criterio distintivo fondamentale per la diagnosi è la tendenza della cicatrice a espandersi oltre i confini del trauma iniziale, invadendo la cute sana circostante, un comportamento che non si osserva nelle semplici cicatrici ipertrofiche.
In rari casi, se l’aspetto clinico è atipico o se vi è il sospetto di altre patologie cutanee, lo specialista può richiedere una biopsia. Tuttavia, questa procedura viene approcciata con estrema cautela: la creazione di una nuova ferita chirurgica per il prelievo bioptico rappresenta essa stessa uno stimolo che potrebbe indurre la formazione di un nuovo cheloide ancora più esteso.
Come si cura: le opzioni terapeutiche
Il trattamento del cheloide ha come obiettivi principali la riduzione del volume della lesione, l’attenuazione della sintomatologia (dolore e prurito) e il miglioramento del risultato estetico. È fondamentale sottolineare che la completa rimozione senza recidiva è difficile da ottenere; per questo motivo, la comunità scientifica concorda oggi su un approccio multimodale, che combina diverse tecniche per massimizzare l’efficacia.
Le opzioni terapeutiche attualmente validate includono:
Terapie mediche e fisiche di prima linea
- Infiltrazioni intralesionali di corticosteroidi: Rappresentano lo standard d’oro del trattamento. Il medico inietta direttamente nel tessuto cheloideo una soluzione di cortisone (solitamente triamcinolone acetonide). Queste infiltrazioni agiscono riducendo la sintesi di collagene e l’infiammazione, portando a un progressivo appiattimento e rammollimento della cicatrice. Il ciclo prevede generalmente diverse sedute distanziate di 4-6 settimane.
- Terapia compressiva e gel di silicone: L’applicazione costante di fogli o gel di silicone crea un ambiente idratato e protetto che favorisce l’ammorbidimento del tessuto. In alcune sedi, come i lobi delle orecchie, si utilizzano speciali clip o orecchini a pressione per esercitare una compressione meccanica che inibisce la crescita del cheloide.
- Crioterapia: L’applicazione di azoto liquido permette di “congelare” la lesione. Questa tecnica è spesso utilizzata in combinazione con le infiltrazioni di steroidi per migliorarne la penetrazione e l’efficacia.
Approcci chirurgici e tecnologie avanzate
La chirurgia da sola è gravata da un rischio di recidiva estremamente alto (fino all’80-100% in alcuni studi). Per questo motivo, l’asportazione chirurgica viene eseguita solo se associata a trattamenti preventivi immediati:
- Chirurgia associata a radioterapia: Una bassa dose di radiazioni (brachiterapia o radioterapia esterna) somministrata subito dopo l’intervento chirurgico può ridurre drasticamente il rischio che il cheloide si riformi.
- Laserterapia: Il laser a colorante pulsato (Dye laser) è efficace nel ridurre il rossore agendo sui capillari della cicatrice. I laser frazionati possono invece essere utilizzati per migliorare la texture del tessuto fibroso.
- Trattamenti farmacologici innovativi: In casi selezionati, il medico può ricorrere a infiltrazioni di agenti chemioterapici (come il 5-fluorouracile o la bleomicina) o tossina botulinica, che hanno mostrato risultati promettenti nel ridurre la proliferazione dei fibroblasti.
Stile di vita e cura quotidiana
La gestione di un cheloide richiede un’attenzione costante alla protezione della cute. È indispensabile proteggere la lesione dall’esposizione solare diretta utilizzando schermi fisici o creme solari ad altissima protezione (SPF 50+), poiché il tessuto cicatriziale è estremamente suscettibile all’iperpigmentazione permanente. Mantenere la pelle elastica con emollienti specifici e massaggi delicati può aiutare a ridurre la sensazione di tensione e il fastidio quotidiano.
Prevenzione
Nonostante non ci siano veri e proprio approcci preventivi sistematizzati, alcuni particolari accorgimenti sembra che possano ridurre l’incidenza dei cheloidi, soprattutto per i soggetti particolarmente predisposti.
In prima istanza è ovviamente necessario ridurre al minimo qualunque trauma cutaneo evitabile, partendo da piercing e tatuaggi, fino ovviamente a prestare la massima attenzione durante la guarigione di traumi accidentali o interventi chirurgici.
In caso di lesione è importante prestare attenzione al processo di cicatrizzazione:
- Utilizzare creme idratanti o gel al silicone per ammorbidire la cute nel sito di lesione fin dalle prime fasi della riparazione.
- Applicare, sotto controllo medico, steroidi topici che possano ridurre al minimo l’eccesso di proliferazione dei fibroblasti.
- Ricorrere, quando necessario, ad antistaminici per ridurre il prurito, evitando così ulteriori traumi e micro-lesioni da grattamento che alimenterebbero il processo infiammatorio.
Autore
Dr.ssa Raffaella Ergasti
Medico Chirurgo - GinecologaIscritta all'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Roma n. 62907