Pressione del sangue: quanto è normale che aumenti con l’età?

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Il luogo comune

“Comune” non significa “normale” – e, soprattutto, non significa “innocuo”.

Chi non ha mai sentito un parente o un amico dire: “È l’età che avanza, è normale avere la pressione un po’ più alta”?

La convinzione che la pressione arteriosa debba inevitabilmente salire con gli anni è così radicata che molti la danno per scontata. Eppure le più recenti evidenze scientifiche – e le linee guida che ne derivano – raccontano una storia diversa: l’innalzamento non è fisiologico, è frequente.

E la differenza, in termini di rischio, è enorme.

Ripassiamo le basi: cosa misuriamo davvero?

La pressione arteriosa è la forza con cui il sangue spinge contro le pareti delle arterie. Si esprime con due numeri:

  • Sistolica (o “massima”): la spinta quando il cuore si contrae.
  • Diastolica (o “minima”): la pressione residua tra un battito e l’altro.

Secondo la più recente letteratura disponibile la pressione “ideale” è quella sotto i 120/80 mmHg; sopra i 130/80 mmHg parliamo già di pressione normale/alta.

Cosa cambia nei nostri vasi con il passare degli anni?

Perché spesso la pressione aumenta con l’età:

  • Perdita di elasticità: le grandi arterie diventano più rigide (fibrosi, calcificazioni) e il cuore deve spingere di più.
  • Aumento della pressione pulsatoria: la differenza tra sistolica e diastolica si amplia, segnale di “invecchiamento vascolare”. Le linee guida ESH 2023 sottolineano come la pulse pressure tenda ad aumentare costantemente con l’età.
  • Isolamento della sistolica: negli over-65 è frequente che solo la massima salga (≥ 130 mmHg), mentre la minima rimane inferiore ai 80 mmHg: è l’ipertensione sistolica isolata.

Questi fenomeni si definiscono fisiopatologici – ovvero legati a processi d’invecchiamento – ma non per questo da considerare innocui né tanto meno inevitabili.

Le soglie: c’è ancora un “bonus anzianità”?

A sinistra una bella ragazza di circa 25 anni, vestita sportiva e davanti a lei un misuratore di pressione che segna 110/70. A destra la stessa ragazza ma invecchiata (con 75 anni), vestita più sobria e davanti a lei un misuratore di pressione che segna 150/95.

Fino a pochi anni fa i valori considerati normali si alzavano con l’età.

Dal 2017 (guideline ACC/AHA) il cut-off è stato unificato a 130/80 mmHg per tutti gli adulti, senza sconti per gli over-65.

Anche sul fronte europeo le linee guida propongono una classificazione più snella e raccomandano di puntare a valori < 130/80 mmHg quando tollerato, con target leggermente più alti (> 140 sistolica) solo negli ultra-80 fragili o in presenza di sintomi da ipotensione.

Comune non significa inevitabile: perché vale la pena intervenire

  1. Cuore e cervello – Ridurre la sistolica sotto i 120 mmHg, come dimostrato dallo studio SPRINT, abbassa il rischio di infarto, scompenso e ictus in pochi anni.
  2. Declino cognitivo – Pressioni elevate accelerano la comparsa di demenza vascolare e Alzheimer; tenere i valori sotto controllo protegge anche il nostro “capitale neurale”.
  3. Rene e retina – La microcircolazione degli organi “nobili” è la prima a soffrire e anche per questo è importante non dare tempo all’ipertensione di lasciare cicatrici permanenti.

Messaggio da portare a casa

È vero: nelle nostre società industrializzate arterie e pressione tendono a impennarsi con il passare degli anni. Ma se volgiamo lo sguardo alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori – dagli Hadza della savana tanzaniana ai Tsimané dell’Amazzonia – scopriamo che i loro valori rimangono quasi immutati dai 20 ai 70 anni.

In altre parole l’aumento pressorio non è scritto nel DNA umano: è figlio di sedentarietà, eccesso di calorie e sodio, stress cronico.

Tenere d’occhio quei numeri (e intervenire) significa riportare il nostro sistema cardiovascolare più vicino alle sue radici ancestrali, guadagnando anni di vita sana qualunque sia la nostra data di nascita.

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