La maggior parte degli infarti miocardici esordisce al mattino, in particolare tra le 6:00 e le 12:00, con un picco che molte coorti collocano intorno alle 9–10.
Questo non significa che non possano avvenire in qualsiasi altro momento della giornata o della notte: possono verificarsi in qualunque ora, ma il dato mattutino descrive una tendenza media osservata in grandi studi.
Cosa dice la letteratura
Numerosi studi osservazionali e meta-analisi, su decine di migliaia di casi, hanno dimostrato una chiara variazione circadiana dell’infarto:
- Frequenza maggiore nelle ore mattutine (6:00–12:00), con un rischio relativo tipicamente più alto del 20–50% rispetto alle ore notturne.
- In alcune casistiche si osserva anche un secondo, più piccolo, incremento nel tardo pomeriggio/sera.
Queste osservazioni sono coerenti anche con quanto noto per altri eventi cardiovascolari acuti (ictus ischemico, aritmie ventricolari e morte cardiaca improvvisa), che mostrano pattern simili.
Perché la mattina? Le basi fisiologiche

Il nostro sistema cardiovascolare segue un ritmo circadiano. Al risveglio, la transizione sonno–veglia innesca una serie di cambiamenti che favoriscono la rottura di placche aterosclerotiche e la formazione di trombi:
- Aumento del tono simpatico, della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa.
- Picco mattutino di ormoni come catecolamine e cortisolo.
- Maggiore aggregabilità piastrinica e transitoria riduzione della fibrinolisi (attività più alta di PAI-1), con sangue relativamente più “coagulabile”.
- Vasocostrizione e aumentata rigidità vascolare nelle prime ore del giorno.
- Modulazione da parte dei “clock genes” dell’endotelio e delle cellule ematiche.
La somma di questi fattori può rendere più probabile che una placca instabile si rompa e che il coagulo occluda un’arteria coronarica proprio al mattino.
Chi segue e chi “sfugge” al picco mattutino
Il picco mattutino è una tendenza media, ma non è uguale per tutti:
- Diabete, neuropatia autonomica, età avanzata e alcuni farmaci possono appiattire la variabilità circadiana.
- Lavoro a turni e jet-lag cronico possono spostare o rendere meno evidente il picco, poiché alterano i ritmi sonno-veglia.
- Apnea ostruttiva del sonno aumenta il carico notturno di ipossia e di fluttuazioni pressorie: in queste persone sono relativamente più frequenti eventi nelle ore notturne o all’alba.
- Terapie cardiovascolari che riducono il tono simpatico o l’aggregazione piastrinica possono attenuare l’ampiezza del picco, pur non azzerandolo.
Giorno della settimana e stagione: contano davvero?
Alcuni studi hanno osservato un modesto incremento degli infarti il lunedì, plausibilmente legato a stress lavorativo e cambi di routine, ma l’effetto non è universale né clinicamente utile per la prevenzione individuale.
È invece più costante la stagionalità: in molti Paesi temperati gli infarti sono più frequenti in inverno, complice il freddo (vasocostrizione), le infezioni respiratorie e variazioni comportamentali.
Cosa fare se compaiono sintomi (a qualsiasi ora)
L’infarto può presentarsi con dolore o oppressione al petto che dura più di 10 minuti, spesso con irradiazione a braccio sinistro, spalle, mandibola o schiena; possono associarsi sudorazione fredda, nausea, mancanza di fiato, improvvisa stanchezza o capogiro. Nelle donne, nelle persone anziane e in chi ha diabete i sintomi possono essere più sfumati (dispnea, affaticamento, dolore atipico).
- Chiama immediatamente i soccorsi (numero di emergenza locale). Non metterti alla guida.
- Se non sei allergico e non hai controindicazioni note, masticare una compressa di aspirina a pronto rilascio può essere utile in attesa dei soccorsi.
- Resta a riposo, in un luogo sicuro, con qualcuno accanto se possibile.
Per approfondire: I sintomi per riconoscere l’infarto