Cos’è il banano di montagna?
Asimina triloba, questo è il nome botanico di un piccolo albero da frutto che ho scoperto da poco e che mi ha subito incuriosito.
È originario dagli Stati Uniti, dove cresce spontaneo lungo le rive dei fiumi, ma oggi è coltivato anche da noi; il nome tradizionale è pawpaw (o paw paw o banano del nord) e, come scrive Wikipedia, “l’elemento d’interesse di quest’albero è il frutto, verso il quale solo recentemente si è cominciata una selezione al fine di migliorarne le qualità organolettiche.”
La maturazione dei frutti è tardo estiva o autunnale, dalla fine agosto a settembre (ottobre nei paesi più freddi), non è infatti un caso che la mia azienda agricola di fiducia me l’abbia proposta letteralmente 3 giorni fa.
Eh già, perché arriva dagli Stati Uniti, ma ben si adatta territori con clima temperato, tanto da tollerare gelate anche piuttosto violente.
Il gusto ricorda solo vagamente la banana propriamente detta, direi che è decisamente meno dolce e possiede note che potrebbero ricordare alcuni frutti tropicali come mango e ananas. La polpa ha colore giallognolo, con consistenza variabile a seconda del grado di maturazione, e contiene numerosi semi bruni, che al primo morso mi hanno un pochino spiazzato (nel senso che ho rischiato gli incisivi…), e che sono curiosamente disposti in due file; hanno un aspetto che per colore e dimensione ricordano un po’ dei fagioli.

Shutterstock/Kristi Blokhin
Anacronismo evolutivo
Può essere interessante esplorare rapidamente la ragione di semi così grandi, che se ci pensi bene rappresentano un po’ un’eccezione sulle nostre tavole; probabilmente il banano di montagna si è sviluppato e diffuso in concomitanza alla cosiddetta Megafauna del Pleistocene, quando cioè le terre occidentali degli Stati Uniti erano popolate da mastodonti, mammut e bradipi giganti. Questi teneri animaletti da compagnia si nutrivano dei frutti del banano senza le difficoltà che hanno avuto i miei incisivi, deglutendo i semi tal quali senza né sputarli (come dobbiamo fare noi) né masticarli, salvo poi disperderli a qualche chilometro di distanza con la pupù.
Questo è quello che succedeva, ma se non vuoi fare la figura da cioccolataio come ho appena fatto io, ti consiglio di dire che il frutto del pawpaw si è coevoluto con grandi mammiferi che fungevano da dispersori di semi a lunga distanza.
Il fatto che oggi i semi siano ancora grossi, pur in assenza di mammiferi di dimensione adeguata a deglutirli, descrive quello che i biologi definiscono un anacronismo evolutivo, ovvero un disallineamento tra le caratteristiche della pianta e l’attuale condizione ecologica.

By Mykola Swarnyk – http://www.fotopedia.com/items/4tg1q9r7sq5v1-zMSVQ_Bxr1s, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34567653
Proprietà
A proposito di evoluzione, tutte le altre parti della pianta che non siano frutto contengono elevate concentrazioni di una potente neurotossina, potenzialmente letale, sviluppata immagino a scopo di difesa; anche la buccia è considerata non edibile per l’uomo, per cui in genere il consumo avviene tagliando a metà il frutto e scavando poi la polpa con un cucchiaino.
Se vogliamo proprio dirla tutta ci sono alcuni autori che suggeriscono un po’ di cautela anche nel consumo del frutto, evitando di esagerare con le dosi e limitandosi a degustazioni occasionali, perché in realtà la tossina è presente anche nella polpa.
Peccato, perché la polpa apporta una discreta quantità di vitamina C, ferro, magnesio e soprattutto manganese, per un frutto che non è nemmeno particolarmente calorico (80 kcal per 100 g contro, a termine di paragone, i circa 50 e 76 di rispettivamente mela e banana).
Le calorie sono fornite principalmente da carboidrati, mentre è poco significativo l’apporto di grassi e proteine (che per inciso contengono comunque tutti gli amminoacidi essenziali).
Quanto ad antiossidanti troviamo poi acidi fenolici e flavonoli.
Conservazione
In base alle indicazioni fornite dall’Università del Kentucky, che ha prodotto una recensione estremamente completa sulla pianta, i frutti maturi durano solo pochi giorni a temperatura ambiente, ma possono essere conservati per una settimana in frigorifero.
Se viene refrigerata prima che sia completamente matura, può essere conservata fino a tre settimane, per poi farle finire la maturazione al momento desiderato a temperatura ambiente.
Autore
Dr. Roberto Gindro
DivulgatoreLaurea in Farmacia con lode, PhD in Scienza delle sostanze bioattive.
Fondatore del sito, si occupa ad oggi della supervisione editoriale e scientifica.