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L’idea che mangiare di meno possa allungare la vita affonda le radici nell’antichità.
Già Ippocrate, il padre della medicina, sosteneva che “quando il paziente viene nutrito troppo riccamente, si nutre anche la malattia”.
Oggi, dopo quasi un secolo di ricerche sistematiche, questa intuizione antica è diventata una delle aree più esplorate della biogerontologia: può davvero la restrizione calorica rallentare l’invecchiamento?
Negli animali prove convincenti…
La prima grande evidenza scientifica risale agli anni ‘30, quando il nutrizionista statunitense Clive McCay dimostrò che topi sottoposti a una dieta ipocalorica vivevano quasi il doppio rispetto ai loro simili alimentati liberamente.
Non solo vivevano più a lungo: erano anche più sani, con organi meglio conservati e nessun tumore (fino a quando la dieta non fu liberalizzata nel finale dell’esperimento).
Da allora studi analoghi hanno confermato questi effetti in numerose specie: lieviti, vermi, mosche, ragni, pesci, roditori, cani.
L’ipotesi è che la carenza di cibo attivi un meccanismo evolutivo difensivo: quando le risorse sono scarse, l’organismo rallenta i processi che consumano energia, come la riproduzione, e conserva risorse per sopravvivere più a lungo in attesa di tempi migliori. Questo comporta un rallentamento dell’invecchiamento cellulare.
… ma nell’uomo?
Gli studi sull’essere umano sono molto più difficili: nessuno studio clinico ha seguito persone per 40 anni sotto restrizione calorica, ma il trial più importante, il CALERIE study, ha cercato di rispondere alla domanda.
In questo studio, i partecipanti hanno ridotto del 12% l’introito calorico (l’obiettivo era 25%) per due anni. I risultati:
- perdita media di 8 kg
- riduzione del colesterolo LDL, della pressione arteriosa e della glicemia
- diminuzione dei marker infiammatori
Due anni sono troppo pochi per valutare la longevità, ma questi indicatori suggeriscono un miglioramento del profilo metabolico e cardiovascolare.
Cosa c’entrano le proteine?

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Un’area di ricerca emergente è quella relativa non solo alla quantità di calorie, ma alla composizione della dieta, in particolare il ruolo delle proteine.
Alcuni studi su topi hanno mostrato che:
- diete povere di proteine aumentano la sopravvivenza del 30%
- ridurre specifici amminoacidi (i “mattoncini” delle proteine), come i BCAA (amminoacidi a catena ramificata) o l’isoleucina, allunga la vita nei maschi di laboratorio fino al 33%
- ridurre la metionina (altro amminoacido) può prolungare la vita del 10%, ma quantità troppo basse risultano dannose (con effetti collaterali gravi)
Questi dati mostrano che non tutte le proteine sono uguali, e che la qualità e la composizione degli amminoacidi conta quanto, se non più, della quantità totale.
Ad esempio le proteine vegetali sembrano comportare rischi inferiori rispetto a quelle animali, probabilmente per la minore presenza di amminoacidi “pro-invecchiamento” come la metionina.
Perché ridurre le proteine rallenta l’invecchiamento?
Le ipotesi sono ancora in fase di studio, ma uno dei meccanismi più discussi coinvolge il mTOR, un complesso proteico che regola la crescita e il metabolismo cellulare.
- La restrizione calorica e proteica disattiva mTOR, rallentando la crescita cellulare e favorendo l’autofagia (il “riciclo” delle componenti cellulari danneggiate).
- Un eccesso di proteine può aumentare la produzione di radicali liberi, che danneggiano il DNA e accelerano l’invecchiamento.
- Alcuni studi recenti suggeriscono che una dieta a basso contenuto proteico riduce le mutazioni del DNA, un processo implicato sia nel cancro che nell’invecchiamento.
Attenzione all’età!
È importante sottolineare che le attuali linee guida suggeriscono cautela dopo i 65 anni, quando al contrario un apporto proteico maggiore è associato a minore mortalità, probabilmente per via del rischio di sarcopenia (perdita di massa muscolare), preferibilmente accompagnandolo a una regolare attività fisica.
Fonte: BBC Science Focus
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