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Per decenni, ai pazienti con fibrillazione atriale è stato consigliato di evitare il caffè e, più in generale, la caffeina in ogni sua forma, per paura che potessero peggiorare l’aritmia.
Ma uno studio clinico appena pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA) cambia radicalmente la prospettiva: il consumo quotidiano di caffè potrebbe addirittura ridurre il rischio di recidiva della fibrillazione atriale (FA) dopo cardioversione.
Vediamo nel dettaglio cosa ha scoperto il DECAF trial e perché è così importante.
Che cos’è la fibrillazione atriale?
La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più frequente, soprattutto negli anziani.
Colpisce milioni di persone nel mondo e si manifesta con battiti irregolari e spesso accelerati, che possono causare affaticamento, palpitazioni, mancanza di respiro e soprattutto aumenta il rischio di ictus.
Una delle terapie usate per “resettare” il ritmo cardiaco normale è la cardioversione elettrica, anche se purtroppo le recidive sono piuttosto comuni.
Perché questo studio?

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Il caffè è una delle bevande più consumate al mondo e contiene caffeina, una sostanza psicoattiva con effetti ben noti sul sistema nervoso e sul cuore. Sebbene la caffeina sia spesso percepita come un potenziale fattore scatenante delle aritmie, gli studi osservazionali degli ultimi anni hanno suggerito che un consumo moderato potrebbe non essere così dannoso, e forse addirittura protettivo, tuttavia servivano prove solide da studi clinici randomizzati per capire se davvero il caffè ha un effetto causale sulla recidiva di FA dopo cardioversione e questo lavoro di ricerca ne è un buon esempio.
Come è stato condotto lo studio DECAF
Lo studio DECAF (Caffeinated coffee consumption or abstinence to reduce atrial fibrillation) è un trial clinico randomizzato e controllato, condotto in 5 ospedali tra Stati Uniti, Canada e Australia.
- Partecipanti: 200 adulti (età media 69 anni, 71% uomini) con fibrillazione atriale persistente o flutter atriale, già regolari bevitori di caffè, sottoposti a cardioversione elettrica.
- Randomizzazione: i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi:
- Gruppo caffè: almeno 1 tazza al giorno di caffè contenente caffeina
- Gruppo astinenza: completa eliminazione del caffè e di tutte le fonti di caffeina
- Durata del follow-up: 6 mesi
Lo studio era open-label, cioè non in cieco, perché i partecipanti sapevano a quale gruppo appartenevano. Questo è un limite metodologico, ma inevitabile in uno studio dietetico.
Cosa ha scoperto lo studio
Risultato principale
- La fibrillazione atriale è ricomparsa nel 47% dei pazienti del gruppo caffè, contro il 64% di quelli che hanno evitato la caffeina.
- La differenza è statisticamente significativa, indicando che il consumo quotidiano di caffè riduce il rischio di recidiva della FA.
Altri risultati
- Le recidive isolate di FA (cioè senza flutter atriale) sono state meno frequenti nel gruppo che ha bevuto caffè.
- Non ci sono state differenze significative negli eventi avversi tra i gruppi (come ospedalizzazioni, scompenso cardiaco o ictus).
Interpretazione dei risultati
Questi dati vanno quindi contro la tradizionale raccomandazione di evitare il caffè nei pazienti con fibrillazione atriale. Lo studio suggerisce anzi che bere una tazza di caffè al giorno potrebbe avere un effetto protettivo, almeno in chi ha già l’abitudine al consumo e ha appena effettuato una cardioversione.
L’ipotesi più plausibile è che il caffè, oltre alla caffeina, contenga polifenoli e altre sostanze bioattive con potenziali effetti antinfiammatori e modulatori del sistema nervoso autonomo, che potrebbero contribuire alla stabilità del ritmo cardiaco.
Attenzione: Questo effetto positivo NON è in alcun modo generalizzabile ad altre condizioni, ad esempio NON si sta dicendo che nei soggetti sani che tuttavia avvertono un aumento della frequenza cardiaca dopo il consumo di caffè, questo debba essere considerato un effetto benefico o innocuo.
Al contrario, in persone senza fibrillazione atriale ma sensibili alla caffeina — ad esempio chi sperimenta tachicardia, ansia o insonnia dopo una tazzina — il consumo di caffè continua a dover essere valutato con cautela e possibilmente ridotto. Lo studio riguarda esclusivamente pazienti già affetti da fibrillazione atriale, sottoposti a cardioversione, e con un’abitudine consolidata al caffè: traslare questi risultati ad altri gruppi di popolazione sarebbe scientificamente scorretto.
Limiti dello studio
Come ogni studio, anche il DECAF trial presenta alcune limitazioni importanti:
- Era uno studio open-label, quindi non in cieco.
- La dimensione del campione è relativamente piccola (200 persone).
- Non è stato usato un monitoraggio continuo dell’aritmia (come un loop recorder), quindi alcune recidive potrebbero non essere state rilevate.
- L’aderenza all’astinenza da caffeina nel gruppo di controllo non è stata perfetta.
- I risultati non si applicano a dosi elevate di caffeina o a prodotti sintetici (es. energy drink, integratori).
Per confermare questi dati, serviranno studi più ampi, con monitoraggio più accurato e controllo migliore dell’aderenza.
Cosa cambia per i pazienti?
Anche se lo studio è promettente, non significa che tutti i pazienti con FA dovrebbero iniziare a bere caffè. Tuttavia, per chi è già un consumatore abituale, questi risultati indicano che non c’è motivo medico fondato per smettere, almeno in assenza di sintomi scatenati dal caffè stesso.
Ogni paziente è diverso e va valutato individualmente: chi ha ansia, palpitazioni o disturbi del sonno legati al caffè potrebbe comunque doverlo limitare. Ma in generale, l’idea che il caffè sia “pericoloso per il cuore” in chi ha fibrillazione atriale va rivista alla luce di queste nuove evidenze.
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