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È possibile proteggersi dai malanni stagionali sorseggiando infusi caldi a base di rosa canina, karkadè o agrumi, grazie alla concentrazione di vitamina C?
Purtroppo no.
A prescindere dalla discussione che riguarda l’efficacia della vitamina C assunta a questo scopo, dal punto di vista biochimico e nutrizionale affidarsi a una tisana per il fabbisogno di acido ascorbico è una strategia fallimentare a prescindere. Ecco perchè.
La fragilità della molecola
La vitamina C, o acido ascorbico, è una molecola estremamente instabile. Possiede tre caratteristiche che la rendono nemica delle preparazioni tradizionali di tè e tisane:
- è idrosolubile,
- fotosensibile
- e, soprattutto, termolabile.
Il termine termolabile indica che la molecola si degrada rapidamente quando viene esposta al calore. La temperatura di ebollizione dell’acqua, che utilizziamo per l’infusione, si aggira intorno ai 100 gradi centigradi. A queste temperature la struttura chimica della vitamina C subisce un processo di degradazione irreversibile e molto rapido.
L’inganno dell’etichetta
Quando acquistate una confezione di tisana in erboristeria o al supermercato potreste leggere sulla scatola che la pianta contenuta, ad esempio la rosa canina, è ricca di vitamina C. Questa affermazione è vera botanicamente (e commercialmente, perché si riferisce al prodotto nella confezione), ma ingannevole nella pratica di consumo (che prevede l’infusione).
Il frutto fresco della rosa canina è effettivamente una miniera di acido ascorbico, ma quello che finisce nella bustina è un prodotto essiccato.
Il processo di essiccazione industriale, necessario per conservare le erbe, comporta spesso l’esposizione all’aria e talvolta al calore. Poiché la vitamina C si ossida facilmente a contatto con l’ossigeno, una parte significativa del contenuto vitaminico è già andata persa prima ancora che voi mettiate a bollire l’acqua.
Cosa accade nella tazza
Immaginiamo ora lo scenario tipico: prendete il vostro preparato essiccato (già impoverito dall’ossidazione) e vi versate sopra acqua bollente, lasciandolo in infusione per diversi minuti.
Quello che state creando è un ambiente ostile per l’acido ascorbico. L’acqua calda distrugge la quasi totalità della vitamina residua.
Studi di chimica degli alimenti dimostrano che la ritenzione di vitamina C in seguito a trattamenti termici drastici è trascurabile.
Sebbene alcune tracce possano teoricamente sopravvivere se l’acqua non è proprio bollente o se l’infusione è breve, la quantità che ingerireste è clinicamente irrilevante.
Non è sufficiente a produrre alcun effetto biologico tangibile sul vostro sistema immunitario o sulla sintesi del collagene.
Le alternative corrette

Se il vostro obiettivo è assumere vitamina C, dovete rivolgervi ad alimenti freschi e crudi e la natura ci offre tutto ciò che serve senza bisogno di bollitori:
- Kiwi
- Agrumi (arance, pompelmi, mandarini)
- Peperoni crudi
- Fragole
- Broccoli (meglio se cotti brevemente al vapore)
In conclusione, continuate pure a bere tisane per il piacere di farlo, per idratarvi o per assumere altre sostanze benefiche più resistenti al calore come alcuni polifenoli o flavonoidi. Ma se cercate la vitamina C, posate la tazza e sbucciate un’arancia o un kiwi.
La medicina si basa sui fatti, e il fatto è che il calore uccide la vitamina C.