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Un frutto o un cereale coltivato fuori dall’Unione europea può arrivare sugli scaffali italiani anche se, nei campi del paese d’origine, è stato trattato con una sostanza che un agricoltore europeo non può usare. Il sospetto di un doppio standard è comprensibile, ma la spiegazione sta in un meccanismo che nel dibattito pubblico si perde spesso: nell’UE, decidere se un pesticida si può spruzzare sulle colture e decidere quanto può restarne sul cibo sono due scelte separate.
Un alimento importato può quindi entrare anche se durante la coltivazione è stata impiegata una sostanza non autorizzata in Europa, a patto che i residui rispettino i limiti europei. Le importazioni non godono di alcuna corsia preferenziale con residui più alti. Restano da capire due cose: come si stabiliscono quei limiti e perché, per alcune sostanze, l’Europa li ha abbassati fino al minimo che gli strumenti riescono a misurare.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Il permesso di usare e il limite sul piatto
L’autorizzazione di un pesticida riguarda l’agricoltura: stabilisce se e come un prodotto fitosanitario si può impiegare in Europa. Il limite massimo di residui riguarda invece l’alimento messo in vendita. Sono regole distinte. Per questo «non autorizzato nell’UE» non significa automaticamente «residuo vietato a qualsiasi concentrazione».
Anche la parola «vietato» va maneggiata con attenzione. Può indicare che l’autorizzazione di una sostanza non è stata rinnovata, che ne sono proibiti soltanto alcuni impieghi, oppure che i suoi residui negli alimenti sono stati ridotti. Quando leggi che un pesticida è «vietato in Europa», la prima domanda utile è: vietato che cosa?
Sul piatto, la regola è uguale per tutti. Agli alimenti prodotti nell’Unione e a quelli arrivati da paesi terzi si applicano gli stessi limiti massimi di residui. La parità riguarda ciò che arriva sul mercato europeo, non le pratiche agricole: chi coltiva altrove segue le norme del proprio paese, ma il raccolto deve rispettare le nostre per poter entrare.
Come nasce un limite per un pesticida usato altrove
Per molte combinazioni tra un pesticida e un alimento l’Unione non ha fissato un limite specifico. In quel caso si applica generalmente un limite predefinito di 0,01 milligrammi per chilo, cioè un centesimo di milligrammo in un chilo di prodotto. È una soglia legale, soggetta alle eccezioni previste dalle norme, e non equivale a «zero residui».
Chi esporta verso l’Europa può chiedere un limite diverso, basato sull’uso che quel pesticida ha nel proprio paese. Questa tolleranza all’importazione viene concessa solo su richiesta documentata. La domanda deve portare dati su come la sostanza viene impiegata nei campi, su quanti residui ci si aspetta di trovare e sulla loro tossicità.
L’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, valuta poi se il limite proposto è sicuro per i diversi gruppi di consumatori. Se non si può concludere che lo sia, il limite richiesto non può essere stabilito.
Qui sta la risposta al «perché»: una sostanza esclusa dai campi europei può comparire come residuo su un alimento importato, entro un limite che è passato da una valutazione di sicurezza.
Quando l’Europa stringe anche sui residui
Il sistema non lascia passare tutto. Dopo il mancato rinnovo delle autorizzazioni per chlorpyrifos e chlorpyrifos-methyl, l’UE ne ha abbassato i limiti al livello minimo misurabile, sia per gli alimenti europei sia per quelli importati. L’EFSA aveva individuato preoccupazioni per la salute umana e, con i dati disponibili, non poteva indicare livelli di esposizione sicuri.
Il secondo esempio riguarda l’ambiente più che il consumatore. L’uso all’aperto di clothianidin e thiamethoxam era stato vietato nell’UE per i rischi per le api. Dal 7 marzo 2026 i limiti dei loro residui sono ridotti al livello di quantificazione anche sui prodotti importati, per affrontare i rischi ambientali legati al loro impiego.
In questo caso il limite sul cibo diventa uno strumento per rispondere a un problema ambientale. Resta però una misura su due sostanze precise, con disposizioni transitorie per i prodotti ottenuti o importati prima di quella data e la possibilità di valutare richieste documentate di tolleranza.
Un allineamento più ampio è ancora in fase di studio. Per i pesticidi più pericolosi vietati nell’UE si sta valutando di avvicinare le regole applicate alle importazioni, e nel novembre 2025 è partito uno studio sugli effetti commerciali e internazionali. Al momento non esiste un divieto generale in vigore, e ogni modifica richiederà decisioni successive.
Nel dibattito pesano anche le preoccupazioni degli agricoltori europei per la concorrenza. Da qui però non si può dedurre che un’importazione venga autorizzata per favorire i profitti o in deroga alla sicurezza.
Che cosa trovano i controlli sul cibo
I dati più recenti arrivano dal programma coordinato europeo sui campioni del 2024 e dai controlli rafforzati alle frontiere dello stesso anno:
| Controllo | Campioni | Risultato |
|---|---|---|
| Programma coordinato, alimenti di varia origine | 9.842 | 54,5% con residui quantificabili entro i limiti; 1,2% non conforme |
| Controlli rafforzati sulle importazioni | 39.433 | 3,6% non conforme; partite fermate |
I due numeri non vanno confrontati tra loro. Il programma coordinato include alimenti di diversa provenienza, europei compresi. I controlli alle frontiere sono invece mirati a prodotti, paesi e rischi già considerati sensibili: il loro 3,6% non è una stima rappresentativa di tutte le importazioni. Nessuna delle due percentuali, da sola, dice quanti prodotti siano stati coltivati con pesticidi non autorizzati nell’UE.
Sul piano sanitario, l’EFSA giudica basso il rischio legato all’esposizione stimata a partire dai campioni analizzati. Un residuo conforme resta comunque un residuo: rispettare il limite legale significa stare entro una soglia valutata, non essere privi di pesticidi. Allo stesso modo, un superamento del limite viola una norma ma non dimostra da solo un danno alla salute.
Sapere che un pesticida è vietato nei campi europei ti dice quindi poco su ciò che trovi nel piatto. Conta il limite fissato per quella sostanza su quell’alimento, uguale per chi produce in Europa e per chi esporta, insieme ai controlli che ne verificano il rispetto. Per alcune sostanze quel limite è già stato abbassato al minimo misurabile.
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