La notizia in breve
In uno studio condotto in nove Paesi europei, Italia inclusa, il Tfa, un Pfas a catena ultracorta derivato dalla degradazione di pesticidi e farmaci, è stato rilevato nel sangue di tutti i 110 partecipanti. Il dato emerge dal report ‘Pfas levels in Europeans’, promosso su iniziativa dell’eurodeputata Cristina Guarda e del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, con concentrazioni che risultano le più elevate finora riportate nell’uomo.
Il Tfa (acido trifluoroacetico) è stato recentemente indicato dalle agenzie Ue come “tossico per la riproduzione” in quanto potrebbe causare danni al feto ed è sospettato di compromettere la fertilità. La sostanza è stata riscontrata nel sangue del 100% dei partecipanti, con concentrazioni 4-5 volte superiori alla somma degli altri quattro Pfas a catena lunga presi in esame e oltre l’80% del carico chimico totale misurato.
“La salute delle donne resta uno dei grandi punti ciechi della ricerca scientifica e della valutazione dei rischi chimici”, osserva l’eurodeputata Guarda, che ha coinvolto 46 donne in età riproduttiva nello studio. “Per decenni le donne sono state escluse o sottorappresentate negli studi clinici e tossicologici. Per questo chiediamo che la salute riproduttiva femminile entri sistematicamente nella valutazione e nella regolamentazione dei Pfas che vanno tutti banditi a livello europeo”, denuncia.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cos’è il Tfa
L’acido trifluoroacetico appartiene alla grande famiglia dei Pfas, composti in cui il legame tra carbonio e fluoro è tra i più stabili della chimica organica. È proprio questa stabilità a renderli persistenti: nell’ambiente si degradano con estrema lentezza, tanto da essere definiti “inquinanti eterni”. Il Tfa ha una catena molto corta, è altamente solubile in acqua e si forma soprattutto come prodotto finale della degradazione di altre molecole fluorurate, tra cui alcuni principi attivi di pesticidi e farmaci.
Per queste caratteristiche si diffonde facilmente nelle acque superficiali e sotterranee, e da lì può raggiungere l’acqua potabile e gli alimenti. L’esposizione umana è quindi in larga parte ambientale e diffusa, e difficilmente riconducibile a una singola fonte.
Catena corta e catena lunga: comportamenti diversi
I Pfas a catena lunga tendono a legarsi alle proteine del sangue e ad accumularsi nell’organismo, dove restano a lungo. Quelli a catena ultracorta come il Tfa, secondo le conoscenze attuali, vengono eliminati più rapidamente, soprattutto per via renale, e si accumulano meno. Concentrazioni elevate nel sangue possono quindi riflettere un’esposizione continua più che un accumulo progressivo: se l’apporto non si interrompe, i livelli restano stabili nel tempo.
Questa distinzione ha implicazioni pratiche. La pericolosità di una sostanza dipende sia dalla sua tossicità intrinseca sia dalla durata e dall’entità dell’esposizione, e per il Tfa entrambi questi aspetti sono ancora oggetto di approfondimento.
Cosa significa “tossico per la riproduzione”
La classificazione di una sostanza come tossica per la riproduzione indica che esistono evidenze di possibili effetti sullo sviluppo fetale o sulla fertilità. Per il Tfa queste evidenze derivano principalmente da studi sperimentali su animali, che rappresentano lo strumento standard della valutazione tossicologica ma non permettono di trasferire automaticamente i risultati all’uomo, né di stabilire a quali livelli di esposizione un effetto diventi rilevante.
La classificazione descrive quindi un pericolo, cioè una proprietà della sostanza. Il rischio concreto per la popolazione dipende dal confronto tra le dosi a cui si è esposti e quelle associate a effetti avversi, un confronto che per il Tfa nell’uomo resta incerto.
I limiti del biomonitoraggio
Misurare una sostanza nel sangue documenta un’esposizione, non un danno. Il biomonitoraggio umano è utile per capire quanto una sostanza sia diffusa e come variano i livelli nel tempo, ma da solo non dice se quelle concentrazioni producano effetti sulla salute. Un campione di poche decine di persone fornisce indicazioni sulla presenza della sostanza, non stime rappresentative dell’intera popolazione.
Quanto alla salute riproduttiva femminile, è un dato consolidato che le donne siano state storicamente sottorappresentate nella ricerca tossicologica e clinica. Per molte sostanze chimiche mancano dati specifici su gravidanza, allattamento e fertilità, e questa lacuna riguarda anche i Pfas a catena corta.
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