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L’idea che una persona possa essere obesa e allo stesso tempo “metabolicamente sana” affascina da anni medici e ricercatori. Durante l’Obesity Week 2025 ad Atlanta, due esperti di fama internazionale, Samuel Klein ed Eric Ravussin, hanno discusso questo tema con toni accesi ma basandosi su dati solidi.
Il risultato è un quadro più sfumato e realistico di quanto si legga spesso online.
Perché non sappiamo definire l’obesità metabolicamente sana

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Il problema principale è sorprendentemente semplice: non esiste una definizione unica di obesità sana (MHO). Nella letteratura sono state usate più di 30 definizioni diverse, e con criteri così variabili si può passare da uno studio che trova un 6% di persone con MHO ad altri che parlano addirittura del 60%.
Nella maggior parte dei casi MHO significa avere meno di due criteri della sindrome metabolica, quindi pressione alta, trigliceridi elevati, HDL bassi, glicemia alta o circonferenza vita aumentata. Ma questo porta a paradossi evidenti: una persona può avere diabete di tipo 2 e comunque essere definita “metabolicamente sana” se non presenta altri problemi.
Un equilibrio fragile
Anche quando la definizione è più rigorosa, la stabilità dell’MHO è scarsa. Gli studi che seguono nel tempo le persone considerate metabolicamente sane mostrano che tra il 30% e il 50% diventa metabolicamente non sano nell’arco di circa 14 anni.
Il fattore più importante che determina questo passaggio è il peggioramento della sensibilità all’insulina, cioè la capacità dell’organismo di gestire correttamente il glucosio.
Quando si utilizza una definizione davvero stringente, che richiede anche una sensibilità insulinica normale, la percentuale di MHO scende drasticamente e diventa un fenomeno quasi raro, intorno al 5%. Numeri che fanno comprendere quanto poco rappresentativa sia l’immagine di una “obesità sana”.
Perché alcune persone sembrano immuni ai danni dell’aumento di peso
Samuel Klein ha raccontato il caso di una paziente che, pur aumentando di 32 chili in 5 anni, non ha avuto alcun peggioramento nei parametri glicemici o lipidici. Queste persone esistono, ma sono pochissime, e soprattutto non sappiamo cosa accade loro dopo decenni. È possibile che siano protette da fattori genetici o biologici ancora poco compresi.
Un altro elemento importante è la risposta al dimagrimento.
In media perdere peso migliora nettamente la sensibilità insulinica, ma alcune persone non traggono quasi nessun beneficio metabolico. Questo dimostra che l’obesità non è uguale per tutti e che esistono differenze biologiche importanti.
Essere obesi ma metabolicamente sani non significa essere in salute
Un punto su cui Klein e Ravussin concordano pienamente è che il concetto riguarda solo i rischi cardiometabolici, ma l’obesità aumenta anche la probabilità di tumori, artrosi, problemi respiratori come l’apnea del sonno e peggioramento della qualità della vita. Quindi, anche se una persona rientra nei criteri della MHO, questo non implica che sia “in salute”.
Ravussin propone addirittura di abbandonare il termine MHO e utilizzare il concetto di obesità preclinica, introdotto dalla Lancet Commission: in questo modello si riconosce la presenza di un eccesso di grasso corporeo, ma senza segni di danno d’organo. Una definizione più chiara e meno rischiosa per i pazienti.