Morta a 117 anni: ha mangiato questo cibo 3 volte al giorno da 20 anni

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Quando M116 – nome in codice per la donna che ha vissuto fino a 117 anni e 168 giorni – è morta nell’estate del 2024, i ricercatori del Josep Carreras Leukaemia Research Institute si sono messi all’opera per farle… l’autopsia più approfondita mai vista.

Non con bisturi, ma con sequenziatori, spettrometri, microscopi e qualche algoritmo con complessi disturbi narcisistici.

Il risultato?

Un tour de force multi-omico (genomica, epigenomica, trascrittomica, metabolomica, proteomica e microbiomica) che racconta la storia biologica di una persona che è riuscita a non morire di tutto ciò che normalmente ci uccide dopo gli 80 (pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell).

Nonostante i segni tipici dell’invecchiamento cellulare – telomeri striminziti come spaghetti troppo cotti e cellule del sangue clonate a forza di replicazioni sbilenche – M116 non ha mai sviluppato né cancro, né Alzheimer, né diabete.

Una bestemmia biologica?

Forse solo una partita genetica fortunata, giocata con intelligenza (alimentare) e un pizzico di probiotico destino.

Genetica da Highlander (ma senza spada)

Il DNA di M116 sembrava uscito da un laboratorio Marvel: oltre 90.000 varianti genetiche rare, alcune mai viste prima in un europeo. Tra queste, mutazioni protettive in geni coinvolti nel sistema immunitario, nel metabolismo lipidico e nella funzione cerebrale.

Uno di questi, chiamato DSCAML1, è associato alla memoria e alla funzione cognitiva.

E Indovina?

A 117 anni, M116 parlava fluentemente tre lingue, leggeva ogni giorno e ricordava il menu della colazione del 1943.

Il suo genoma ospitava anche l’immortale trio: varianti in FOXO3A, LRP1/2 e TIMELESS, geni collegati a longevità, riparazione del DNA e salute cardiovascolare.

Insomma, una checklist della buona vecchiaia, senza dimenticare i mitocondri: carichi, pimpanti, con livelli di energia (misurati con tecniche da film di fantascienza) superiori a quelli di donne di 40 anni.

Altro che “mi sento stanca”.

Sangue vecchio, metabolismo giovane

Nel sangue di M116, i segni della vecchiaia c’erano: ematopoiesi clonale, cellule B anomale e altre diavolerie da manuale di geriatria molecolare.

Ma al tempo stesso, il suo profilo infiammatorio era così basso che poteva far invidia a un neonato.

Un miracolo?

No, solo un metabolismo lipidico ottimizzato come un motore Tesla: colesterolo HDL alle stelle, trigliceridi VLDL ai minimi storici e un profilo cardiometabolico praticamente immune all’aterosclerosi.

Una NMR (risonanza magnetica nucleare) del suo plasma ha mostrato che M116 viveva dentro un corpo con grassi buoni, poche tossine e una capacità anti-infiammatoria che fa sembrare l’aspirina un placebo.

Microbiota da copertina grazie a un cibo?

Arzilla vecchietta con una tazza di yogurt

Immagine creata con AI, NON rappresenta il soggetto dello studio

Ma la vera star molecolare?

Il suo microbioma. Robusto, variegato, giovane.

Soprattutto pieno di Bifidobacterium, batteri normalmente associati a bambini allattati al seno e, appunto, ai centenari.

Bifido chiama benessere:

  • produce acidi grassi a catena corta,
  • modula il sistema immunitario,
  • combatte l’infiammazione.

E sapete come M116 se lo coltivava?

A yogurt: tre al giorno, religiosamente, per 20 anni.

Con i giusti fermenti lattici (altro che “senza lattosio”).

Meno proteobatteri (spesso pro-infiammatori), meno Clostridium (batteri dal nome sinistro), più equilibrio intestinale.

La sua dieta, un onesto regime mediterraneo con pochi e semplici eccessi, sembra aver “nutrito” non solo lei, ma anche i trilioni di microbi che vivevano in simbiosi con il suo corpo.

Epigenetica: quando le cellule non sanno quanti anni hai

M116 aveva 117 anni, ma le sue cellule ne dimostravano 90. O meno.

Lo dicevano sei diversi “orologi epigenetici”, algoritmi che stimano l’età biologica analizzando la metilazione del DNA. E in tutti e tre i tessuti analizzati, sangue, urina, saliva, il risultato era sempre lo stesso: giovane dentro.

Il suo DNA era ipermetilato nei punti giusti (silenziando regioni ripetute che tendono ad “attivarsi” con l’età e favorire il caos genomico), ma anche ipometilato in regioni che regolano geni utili a muscoli, ossa e metabolismo. In altre parole: un profilo epigenetico quasi ottimale, frutto di interazioni misteriose tra genetica, stile di vita, batteri intestinali e, chi lo sa, forse anche fortuna.

Conclusione: una, nessuna, centomila M116?

Lo studio di M116 non ci dice come vivere fino a 117 anni. Ma ci suggerisce che invecchiare non è per forza sinonimo di ammalarsi. E che la vecchiaia, quella vera, si può misurare in molti modi: con l’anagrafe, sì, ma anche con un microchip che legge il DNA, una centrifuga per le feci, e un software che calcola l’età delle cellule.

Certo, questa è solo una persona. Ma forse è una bussola. Una dimostrazione che la giovinezza biologica si può conservare anche quando il calendario ci dà per spacciati. Con un pizzico di genetica favorevole, un metabolismo efficiente, un intestino ben nutrito e – soprattutto – nessuna paura di mangiarsi un altro yogurt.

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