Chi mangia più formaggio ha un rischio minore di demenza (ma c’è un problema)

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Un recente studio giapponese ha riportato un’associazione tra consumo abituale di formaggio e un rischio leggermente inferiore di sviluppare demenza negli anziani.

Il lavoro, pubblicato sulla rivista Nutrients, ha attirato l’attenzione perché suggerisce che anche un alimento spesso considerato “critico” dal punto di vista nutrizionale potrebbe avere un ruolo nella salute cerebrale, tuttavia dietro il titolo promettente esistono limiti e criticità che meritano di essere spiegati con chiarezza.

Cosa dice davvero lo studio

Ragazza che mangia del gorgonzola con le mani

Lo studio ha analizzato i dati della coorte JAGES 2019–2022, che include adulti giapponesi di età pari o superiore a 65 anni, inizialmente liberi da demenza. I partecipanti sono stati classificati in base al consumo di formaggio, distinguendo chi ne mangiava almeno una volta a settimana da chi lo consumava raramente o mai.

Dopo un accurato bilanciamento statistico dei principali fattori confondenti tramite propensity score matching, i ricercatori hanno osservato che, in un follow-up di tre anni, il 3,4% dei consumatori di formaggio ha sviluppato demenza, contro il 4,5% dei non consumatori.

Questo si traduce in una riduzione assoluta del rischio di circa 1 punto percentuale e in un hazard ratio di 0,76, quindi una riduzione relativa del rischio del 24% .

Un effetto reale ma modesto

Il primo punto critico riguarda l’entità dell’effetto.

La riduzione del rischio è statisticamente significativa, ma clinicamente modesta. In termini pratici, parliamo di circa 10 casi di demenza in meno ogni 1000 persone seguite per tre anni.

Non si tratta quindi di un effetto “protettivo” potente, né di qualcosa che possa cambiare da solo la storia naturale della malattia, seppure oggettivamente interessante se venisse confermato.

Il problema principale: associazione non significa causalità

Lo studio è osservazionale.

Questo significa che non può dimostrare che sia il formaggio a ridurre il rischio di demenza.

È possibile, e anzi probabile, che il consumo di formaggio sia un indicatore di altri fattori favorevoli, come uno stato socioeconomico migliore, una dieta più varia o uno stile di vita complessivamente più sano.

Nonostante gli aggiustamenti statistici, il rischio di confondimento residuo rimane inevitabile.

Il contesto giapponese conta molto

Un aspetto spesso sottovalutato è il contesto alimentare. In Giappone il consumo di formaggio è molto basso rispetto ai Paesi occidentali. Mangiarlo una volta a settimana rappresenta già una differenza significativa rispetto a chi non lo consuma mai. Questo rende difficile generalizzare i risultati a popolazioni, come quella europea o statunitense, dove il formaggio è già ampiamente presente nella dieta quotidiana.

Quale formaggio e in che quantità?

La maggior parte del formaggio consumato nello studio era di tipo industriale e processato.

Non sono state valutate le porzioni, né una vera relazione dose-risposta.

Aggiungiamo inoltre che lo studio è stato finanziato da un’azienda giapponese che vende anche prodotti caseari, tra cui formaggi fermentati e lavorati.

Inoltre, non è stato possibile distinguere tra diversi sottotipi di demenza. Tutti questi elementi limitano l’interpretazione dei risultati e impediscono di trarre indicazioni pratiche precise.

Conclusioni

Alla luce delle evidenze disponibili e delle attuali linee guida nutrizionali internazionali, il messaggio corretto è di equilibrio e prudenza.

Le raccomandazioni dell’OMS, della European Society of Cardiology e delle principali linee guida per la prevenzione cardiovascolare e cognitiva concordano nel suggerire che i latticini, compreso il formaggio, possano essere consumati con moderazione all’interno di una dieta complessivamente sana, come il modello mediterraneo.

In termini pratici questo significa porzioni contenute, in genere 30–40 grammi per porzione, non quotidiane, privilegiando formaggi meno salati e preferibilmente fermentati, ed evitando quelli ultraprocessati e molto ricchi di sodio.

È fondamentale sottolineare che un consumo eccessivo di formaggio può avere l’effetto opposto rispetto a quello ipotizzato dallo studio.

  • L’elevato apporto calorico favorisce sovrappeso e obesità,
  • l’eccesso di grassi saturi peggiora il profilo lipidico,
  • e l’alto contenuto di sale può aumentare la pressione arteriosa.

Tutti questi fattori sono solidamente riconosciuti come determinanti del rischio cardiovascolare e, indirettamente, anche del rischio di demenza, in particolare di tipo vascolare.

In sintesi, il formaggio nella migliore delle ipotesi non è un alimento “protettivo” di per sé né un nemico da eliminare. Può trovare spazio in una dieta bilanciata se consumato con misura, scelto con attenzione e inserito in un contesto alimentare ricco di verdura, frutta, legumi, cereali integrali e pesce. Superare queste quantità o affidarsi al formaggio come strategia di prevenzione della demenza non è supportato da alcuna evidenza scientifica e, anzi, può risultare controproducente.

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