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Quando in famiglia arriva una diagnosi di tumore, la prima domanda che si affaccia è quasi sempre la stessa: dove andare a farsi curare. È una domanda legittima, ma nasconde un equivoco. Cercare “il miglior ospedale oncologico d’Italia” presuppone che esista un’unica classifica capace di rispondere per ogni tumore, ogni stadio e ogni trattamento. Non esiste, e non perché manchino dati, ma perché il centro giusto per un intervento chirurgico complesso può non essere quello giusto per una terapia medica o per un follow-up di lunga durata.
La buona notizia è che in Italia esistono strumenti pubblici, verificabili, che permettono di orientarsi senza affidarsi a passaparola o classifiche giornalistiche. Il punto è sapere cosa guardare, e in quale ordine.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Perché non esiste una classifica valida per tutti i tumori
Il sistema di riferimento più solido è il Programma Nazionale Esiti curato da AGENAS, che raccoglie dati su oltre mille strutture ospedaliere italiane. Ma questo strumento non produce classifiche o giudizi complessivi: confronta indicatori specifici, uno per uno, procedura per procedura.
Questo significa che un ospedale può avere risultati eccellenti nella chirurgia del colon e risultati nella media per quella del pancreas. Chiedere “qual è il migliore” senza specificare il tumore e il trattamento è come chiedere qual è la scuola migliore senza dire per quale materia.
L’edizione più recente, il PNE 2025, si basa sui dati assistenziali raccolti nel 2024. È uno strumento prezioso per un primo orientamento, ma riflette l’attività di un anno fa, non quella corrente. Gli esiti pubblicati sono già corretti per tenere conto di età, gravità clinica e altre malattie dei pazienti trattati in ciascuna struttura, così da rendere più equo il confronto tra ospedali che curano popolazioni diverse. Questa correzione riduce le distorsioni, ma non le elimina del tutto.
Cosa dice davvero il numero di interventi eseguiti
Un criterio spesso citato è il volume di attività: quanti interventi per quella specifica neoplasia esegue un centro ogni anno. Nella chirurgia oncologica il volume annuo di interventi è un’informazione utile, soprattutto per le procedure più complesse, dove l’esperienza accumulata dall’équipe conta.
L’associazione tra alti volumi e migliori risultati emerge in particolare per interventi tecnicamente impegnativi come la chirurgia del pancreas, dove diverse analisi confermano il legame con una minore mortalità. Per altre procedure la relazione è più debole o incostante. Il volume resta comunque un indicatore della struttura nel suo insieme, non una garanzia per il singolo paziente: un centro ad alto volume può avere comunque casi con esito sfavorevole, e uno a volume più contenuto può offrire un’assistenza adeguata se ben inserito in una rete di competenze.
Per questo il volume va letto insieme ad altri due elementi: la presenza di un vero lavoro di squadra e il modo in cui il centro si collega al resto del percorso di cura.
Il lavoro di squadra e la rete che sta intorno al singolo ospedale
Un centro oncologico affidabile prevede che ogni caso venga discusso in un gruppo multidisciplinare che metta insieme chi fa la diagnosi, chi opera, chi somministra le terapie sistemiche e chi si occupa di radioterapia. Le analisi disponibili associano questo confronto collegiale a decisioni terapeutiche diverse rispetto alla valutazione di un singolo specialista, e in alcuni casi a una sopravvivenza migliore. L’entità di questo beneficio varia molto da uno studio all’altro, e gran parte delle prove deriva da osservazioni cliniche più che da confronti sperimentali, quindi non tutto il vantaggio osservato può essere attribuito con certezza al solo tumor board.
Altrettanto rilevante è che il centro sia parte di un percorso coordinato che collega diagnosi, chirurgia, terapie sistemiche, radioterapia, controlli successivi e assistenza sul territorio. Non è necessario che tutto avvenga nella stessa sede: conta che esistano collegamenti definiti tra i diversi soggetti coinvolti e una responsabilità chiara su ogni fase, anche quando parte del percorso viene svolta più vicino a casa attraverso le reti oncologiche regionali.
Quando contano le sigle: IRCCS, OECI e le reti per i tumori rari
Due sigle ricorrono spesso quando si parla di eccellenza oncologica in Italia, ed è utile sapere cosa dicono davvero. Il riconoscimento IRCCS indica una struttura che unisce assistenza di alta specialità e ricerca clinica, ma va sempre verificato per quale specifica area oncologica quel riconoscimento è stato assegnato: un istituto può essere IRCCS per la ricerca cardiovascolare e avere un’attività oncologica meno centrale, per esempio.
L’accreditamento OECI è un secondo indicatore verificabile, che certifica organizzazione multidisciplinare e revisione esterna della qualità attraverso tre livelli, dal Cancer Centre al più ampio Comprehensive Cancer Network. È un percorso volontario, e la definizione dello status va controllata nell’elenco aggiornato dei centri certificati, perché “membro” e “certificato” non sono la stessa cosa.
Per un tumore raro, pediatrico o oncoematologico complesso, il punto di partenza cambia: conviene consultare la Rete Nazionale Tumori Rari, che distingue centri con diversi livelli di competenza documentata e si collega alle reti europee di riferimento. In questi casi la notorietà generale di un ospedale conta meno dell’esperienza specifica in quella famiglia di tumori, ed è possibile che parte della valutazione avvenga tramite collaborazione a distanza tra centri, senza dover necessariamente spostare tutte le cure lontano da casa.
Come usare questi elementi senza perdere tempo prezioso
Verificare volumi, accreditamenti e reti richiede qualche giorno, non settimane. La richiesta di un secondo parere è particolarmente sensata quando la diagnosi è incerta, il tumore è raro o la proposta terapeutica prevede un intervento molto demolitivo. Ma ha senso come passaggio singolo e mirato, non come sequenza di consulti che rimanda l’inizio di una cura già indicata.
La scelta più solida, alla fine, non nasce dal confronto tra nomi di ospedali, ma dalla conversazione con l’oncologo o l’équipe che ha già in mano la diagnosi: sono loro a sapere quale competenza specifica serve per quel tumore, a quello stadio, con quelle caratteristiche.
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