E tu sai cosa fa il caffè al tuo colesterolo?

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Il caffè è una delle bevande più consumate al mondo, con milioni di persone che ne assumono quotidianamente dosi variabili, spesso senza riflettere sugli effetti che può avere sulla salute.

Mentre numerosi studi hanno confermato che un consumo moderato è generalmente sicuro e può persino essere associato a una riduzione della mortalità, un aspetto meno noto riguarda il suo potenziale impatto sui livelli di colesterolo plasmatico.

Esiste un’interessante relazione tra alcune componenti del caffè e la regolazione del metabolismo lipidico, ma quanto incide tutto questo nella pratica clinica? Dobbiamo preoccuparcene?

Cafestolo e caveolo: due componenti chiave

Donna che beve un espresso

Il caveolo e cafestolo sono diterpeni presenti naturalmente nei chicchi di caffè, concentrati soprattutto negli oli della bevanda. Queste sostanze non sono volatili, perciò la loro presenza nella tazza finale dipende fortemente dal metodo di preparazione. Studi condotti a partire dagli anni ’90 hanno dimostrato che il cafestolo è una delle sostanze alimentari non lipidiche più potenti nell’aumentare il colesterolo LDL (low-density lipoprotein), noto anche come “colesterolo cattivo”.

Il meccanismo d’azione si esprime principalmente a livello epatico, inibendo l’espressione di enzimi chiave nel metabolismo degli acidi biliari e riducendo quindi la conversione del colesterolo in acidi biliari; questo porta a un accumulo di colesterolo nel fegato, che a sua volta si traduce in un aumento della concentrazione plasmatica di LDL.

Quanto aumenta?

L’effetto di aumento dei valori dipende dal metodo di preparazione, perché questo si riflette nella tipologia e quantità di sostanze estratte; più nel dettaglio il consumo di caffè non filtrato (come quello bollito in stile scandinavo o il caffè alla turca) può aumentare significativamente i valori, mentre l’espresso consumato in Italia sembra avere un impatto inferiore.

Uno studio norvegese del 2022, pubblicato su BMJ Open Heart, ha coinvolto oltre 21.000 adulti e ha confermato che il consumo di espresso era associato a livelli leggermente più alti di colesterolo totale, con una differenza più marcata negli uomini rispetto alle donne, suggerendo un possibile ruolo ormonale o metabolico nella modulazione dell’effetto.

Caffè decaffeinato: esistono differenze?

Il caffè decaffeinato, a seconda della lavorazione, sembra contenere quantità ridotte di diterpeni. Gli studi disponibili indicano che questi tipi di caffè non hanno un impatto significativo sul colesterolo, rendendoli opzioni più sicure per pazienti con livelli di colesterolo troppo alti.

È davvero qualcosa di cui dobbiamo preoccuparci?

In ultima analisi vale la pena interrogarsi sul reale peso clinico del modesto effetto del caffè – in particolare dell’espresso – sui livelli di colesterolo, stimato attorno al 2% circa.

Numerosi studi osservazionali hanno infatti associato il consumo abituale di caffè a una riduzione complessiva del rischio cardiovascolare, suggerendo che l’impatto dei diterpeni sul profilo lipidico sia ampiamente controbilanciato da altri effetti favorevoli (probabilmente legati a meccanismi antinfiammatori, antiossidanti e metabolici).

Ad oggi questo bilancio complessivamente positivo è riconosciuto anche dalle Linee Guida per la Prevenzione Cardiovascolare della European Society of Cardiology (ESC), che nel loro ultimo aggiornamento raccomandano esplicitamente di non scoraggiare il consumo moderato di caffè nei soggetti a rischio:

Un consumo moderato di caffè (3-4 tazze al giorno) non sembrerebbe nocivo, anzi addirittura
moderatamente benefico.

Pertanto, più che demonizzare il caffè, è opportuno concentrarsi sul tipo di preparazione e sul profilo individuale di rischio del paziente, ad esempio in soggetti con ipercolesterolemia familiare o rischio cardiovascolare elevato, anche aumenti modesti dell’LDL possono tradursi in un incremento del rischio assoluto di eventi cardiovascolari. In questi casi può quindi valere la pena valutare un approccio ancora più cauto.

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