La notizia in breve
Il regime di immunoterapia Stride, costituito da una singola dose dei farmaci tremelimumab e durvalumab seguita da durvalumab in monoterapia, può aumentare la sopravvivenza dei pazienti affetti da tumore del fegato (epatocarcinoma) in fase avanzata non operabile. Secondo quanto emerso a Milano durante un media tutorial promosso da AstraZeneca, il trattamento evidenzia che un paziente su 6 è vivo a sei anni. Inoltre, la combinazione del regime con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa può ridurre del 30% il rischio di progressione della patologia nello stadio intermedio.
In merito ai dati clinici, Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia Medica all’Humanitas University, ha dichiarato: “Nello studio Himalaya, il regime Stride ha consentito di ottenere una sopravvivenza a 5 anni del 19,6%; la sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia”.
In Italia si stimano circa 12.600 nuovi casi l’anno. Fabio Piscaglia, professore ordinario di Medicina Interna all’Università di Bologna, ha spiegato che il fegato si ammala in modo silenzioso e che l’infiammazione protratta genera un danno che si manifesta dopo decenni ed è solitamente irreversibile. Lo specialista ha inoltre ricordato che la patologia convive spesso con condizioni come la cirrosi, la cui gravità condiziona la scelta terapeutica.
Riguardo ai fattori metabolici, Paola Pantanetti, responsabile Diabetologia Asl Fermo, ha indicato la Masld, legata a sovrappeso, obesità e diabete di tipo 2, come il fattore di rischio destinato a diventare preponderante nei Paesi occidentali, ricordando che il diabete di tipo 2 può triplicare il rischio di epatocarcinoma e segnalando la necessità di curare anche comorbidità come diabete e dislipidemia.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Un tumore che cresce su un fegato già malato
L’epatocarcinoma nasce quasi sempre in un fegato già danneggiato da anni di infiammazione cronica. Le cause storiche sono le epatiti virali B e C e il consumo di alcol. Negli ultimi anni ha acquisito peso crescente la MASLD, la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, cioè l’accumulo di grasso nel fegato legato a sovrappeso, obesità, diabete di tipo 2 e alterazioni dei lipidi nel sangue.
Il percorso tipico va dall’infiammazione alla fibrosi, fino alla cirrosi, in cui il tessuto epatico è sostituito da cicatrici. Per lungo tempo questo processo non dà sintomi, perché il fegato conserva una notevole riserva funzionale. Per questo la diagnosi arriva spesso in fase avanzata, quando le opzioni chirurgiche non sono più praticabili.
Due malattie da curare insieme
Una particolarità clinica dell’epatocarcinoma è che il medico deve gestire contemporaneamente il tumore e la malattia epatica di fondo. La gravità della cirrosi determina quanto il paziente può tollerare le terapie. In molti casi è la funzione residua del fegato, più che il tumore stesso, a limitare le scelte.
Nello stadio intermedio si usano trattamenti locoregionali come la chemioembolizzazione, che porta il farmaco direttamente ai vasi che nutrono il tumore riducendone l’afflusso di sangue. Combinare questi interventi con terapie sistemiche serve a contrastare anche la malattia che sfugge al trattamento locale.
Come funziona l’immunoterapia
I farmaci immunoterapici impiegati in questo ambito sono anticorpi che rimuovono alcuni “freni” naturali del sistema immunitario, chiamati checkpoint. I tumori sfruttano questi freni per non essere riconosciuti. Bloccandone due diversi, si cerca di riattivare i linfociti contro le cellule malate.
L’aspetto clinicamente più rilevante non è tanto l’effetto medio, quanto la presenza di una quota di pazienti che ottiene un controllo duraturo della malattia, la cosiddetta coda della curva di sopravvivenza. Questo fenomeno è caratteristico dell’immunoterapia anche in altri tumori. Resta però aperta una domanda importante: non è ancora possibile prevedere con affidabilità quali pazienti ne beneficeranno.
Limiti da considerare
I dati degli studi di fase 3 riguardano pazienti selezionati, in genere con funzione epatica ancora conservata. La loro trasferibilità a chi ha una cirrosi più avanzata è meno certa. L’immunoterapia può inoltre causare effetti collaterali di tipo autoimmune, cioè infiammazioni di organi sani, che richiedono un riconoscimento e una gestione tempestivi.
Il peso dei fattori metabolici
La prevenzione dell’epatocarcinoma passa in larga parte dal controllo delle condizioni che danneggiano il fegato nel tempo. La vaccinazione contro l’epatite B, la cura dell’epatite C, la riduzione del consumo di alcol e il controllo di peso, glicemia e lipidi hanno basi solide nel ridurre la progressione verso fibrosi e cirrosi. Il diabete di tipo 2, in particolare, è associato a un aumento rilevante del rischio. Per questo la gestione delle comorbidità metaboliche è considerata parte integrante della salute del fegato.
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