Ictus e demenza a 30 anni? L’insospettabile legame che non ti aspetti

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Quando si parla di demenza o ictus, il pensiero va quasi sempre all’età avanzata. Eppure la salute del cervello e dei vasi sanguigni comincia a costruirsi molto prima, spesso in fasi della vita in cui si pensa soprattutto a lavoro, famiglia e stabilità emotiva. Un nuovo studio richiama l’attenzione su questo punto: nelle persone con gravi disturbi mentali, alcuni problemi neurologici e vascolari sembrano comparire più spesso anche in età relativamente giovane.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa ha studiato la ricerca

I ricercatori hanno analizzato un grande insieme di cartelle cliniche del sistema sanitario pubblico, confrontando adulti con una diagnosi nel corso della vita di schizofrenia, disturbo bipolare o depressione maggiore con adulti senza diagnosi psichiatriche.

Si tratta di uno studio trasversale, cioè di una fotografia della popolazione in un dato periodo, non di un monitoraggio nel tempo. L’obiettivo era capire se la presenza di questi disturbi fosse associata a una frequenza maggiore di demenza e di ictus ischemico, il tipo di ictus causato dall’ostruzione di un vaso sanguigno.

Per rendere il confronto più corretto, gli autori hanno tenuto conto anche di altri elementi che possono influenzare la salute, come la condizione socioeconomica e il peso complessivo di altre malattie.

I risultati principali

Nel campione, che comprendeva quasi 700 mila persone, demenza e ictus ischemico risultavano più frequenti tra chi aveva una diagnosi di disturbo mentale grave rispetto ai controlli.

L’aspetto più interessante è che questa associazione compariva in tutte le fasce d’età adulte considerate. Per la demenza il divario era particolarmente marcato tra i più giovani, soprattutto tra i 30 e i 39 anni. Per l’ictus ischemico l’associazione restava elevata fino alle età più avanzate, con un picco relativo tra i 40 e i 49 anni.

Lo schema generale era simile nei diversi sottotipi di disturbo mentale studiati. In altre parole, il segnale non riguardava una sola diagnosi, ma emergeva in modo abbastanza coerente.

Perché questi dati possono riguardarti

Il messaggio utile per la vita reale non è che chi ha una malattia psichiatrica andrà incontro per forza a demenza o ictus. Sarebbe una conclusione scorretta e allarmistica. Il punto è un altro: la salute mentale e la salute fisica non viaggiano su binari separati.

Chi convive con un disturbo mentale grave può avere più spesso fattori che pesano anche su cervello e sistema cardiovascolare, come fumo, sedentarietà, sonno disturbato, stress cronico, difficoltà di accesso alle cure o effetti collaterali di alcuni trattamenti. Questo non significa che la causa sia già chiarita, ma aiuta a capire perché un approccio integrato abbia senso.

Per una persona comune, il dato più concreto è che i controlli di routine su pressione, glicemia, colesterolo, peso, attività fisica e qualità del sonno non dovrebbero essere considerati secondari quando c’è una fragilità psichiatrica importante.

Che cosa non possiamo concludere

Questo studio mostra una associazione, non un rapporto di causa-effetto. Non dice che i disturbi mentali gravi causino direttamente demenza o ictus, né permette di stabilire quale problema venga prima in ogni singolo caso.

C’è anche un altro limite: i dati derivano da registri sanitari, quindi dipendono dalla qualità delle diagnosi già presenti nelle cartelle. E uno studio trasversale non segue le persone nel tempo, perciò non misura con precisione il rischio futuro individuale.

Il messaggio finale va letto con equilibrio. I risultati suggeriscono che la prevenzione cardiovascolare e neurologica potrebbe meritare più attenzione e più precocemente nelle persone con gravi disturbi mentali. Ma non bastano, da soli, per cambiare le raccomandazioni generali o per trarre conclusioni definitive su cause e meccanismi.

Fonte scientifica

Paper originale: Age-stratified associations between severe mental illness, dementia, and ischemic stroke: findings from the PADRIS-PRESTO cohort.
Rivista: European neuropsychopharmacology : the journal of the European College of Neuropsychopharmacology
DOI: 10.1016/j.euroneuro.2026.112850

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