Se tu o una persona a te vicina convivete con un disturbo psichiatrico, è possibile che vi siate imbattuti in articoli o video che collegano l’alimentazione all’umore e alla stabilità mentale. Tra le proposte più discusse c’è la dieta chetogenica. Quando però questa domanda arriva nello studio di uno psichiatra o di uno psicologo, non sempre chi ascolta si sente preparato a rispondere in modo equilibrato. Un nuovo studio parte proprio da qui: non dalla dieta in sé, ma da chi dovrebbe saperne parlare con competenza.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Di che cosa si parla
La dieta chetogenica riduce drasticamente i carboidrati e aumenta la quota di grassi. In questo modo l’organismo inizia a produrre i chetoni, sostanze che diventano una fonte di energia alternativa agli zuccheri. È usata da decenni per alcune forme di epilessia. In psichiatria viene esplorata soprattutto per persone i cui sintomi non migliorano abbastanza con le cure tradizionali.
Il tema tocca anche il corpo, non solo la mente. Chi ha un disturbo psichiatrico grave tende ad avere più spesso problemi metabolici, come sovrappeso o alterazioni di glicemia e grassi nel sangue. Alcuni farmaci possono peggiorare questi problemi. Le prove sull’efficacia della dieta in ambito psichiatrico sono in crescita, ma non ancora consolidate.
Che cosa hanno fatto i ricercatori
Quaranta professionisti della salute mentale hanno seguito un corso online di quattro ore sulla dieta chetogenica in psichiatria. Il gruppo comprendeva psichiatri, farmacisti, psicologi, infermieri e altre figure sanitarie. Dopo il corso potevano scegliere di provare la dieta su se stessi per quattro settimane, con il supporto di una dietista, incontri settimanali di gruppo e strumenti per misurare i chetoni. Circa 25 hanno iniziato questa fase e 21 l’hanno portata a termine. Due persone si sono ritirate per disturbi di entità moderata, cioè dolori muscolari e palpitazioni.
Ai partecipanti è stato chiesto di valutare, su una scala da 0 a 100, quanto si sentissero capaci di parlare di questa dieta con i pazienti. Il punteggio medio è passato da meno di 20 a quasi 70 dopo il corso, e a oltre 85 dopo l’esperienza personale. Un andamento simile ha riguardato la decisione condivisa, cioè la capacità percepita di scegliere insieme al paziente se e come includere la dieta nel percorso di cura. Molti hanno riferito che provarla in prima persona li ha aiutati a capire le difficoltà concrete di chi deve mantenerla.
Perché serve prudenza
Lo studio è piccolo e non ha un gruppo di confronto. I risultati si basano su ciò che i partecipanti dichiarano di sé, non su misure oggettive del loro lavoro. Chi ha scelto di provare la dieta lo ha fatto volontariamente, quindi era probabilmente già più motivato. Alcuni membri del gruppo di ricerca figuravano anche tra i partecipanti.
Il punto più importante è un altro: sentirsi più sicuri non significa automaticamente curare meglio. E soprattutto questo studio non dimostra che la dieta chetogenica migliori i disturbi psichiatrici. Gli stessi partecipanti hanno chiesto più informazioni sugli effetti a lungo termine, in particolare sui grassi nel sangue.
Che cosa puoi portare a casa
Se l’argomento ti incuriosisce, sappi che parlarne apertamente con chi ti segue è del tutto legittimo. La dieta chetogenica non va considerata un sostituto delle terapie psichiatriche. Non è nemmeno un cambiamento da improvvisare: richiede controlli, adattamenti e spesso il coinvolgimento di un dietista, soprattutto se assumi farmaci. Interrompere o modificare una cura da solo può essere rischioso.
Questo lavoro suggerisce soprattutto che una formazione strutturata può rendere i professionisti più preparati ad affrontare la conversazione. Per sapere se questa dieta aiuta davvero, e a chi, serviranno studi più ampi, controllati e con un periodo di osservazione più lungo.
Fonte scientifica
Paper originale: Pilot evaluation of an educational and lived experience training program on ketogenic metabolic therapy in mental health care for health care professionals
Rivista: Frontiers in Psychiatry
DOI: 10.3389/fpsyt.2026.1913325
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