MASH, seconda causa di trapianto in Italia: il ruolo della fibrosi

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La notizia in breve

La steatoepatite associata a disfunzione metabolica (Mash) è una malattia epatica cronica e progressiva, seconda causa di trapianto di fegato in Italia nella popolazione e prima causa tra le donne. La patologia si verifica quando l’accumulo di grasso nel fegato associato a condizioni come obesità, diabete e alterazioni dei lipidi nel sangue evolve in fibrosi, potendo compromettere la funzionalità dell’organo fino a provocare cirrosi, tumore del fegato o rendere necessario il trapianto. Il tema è stato affrontato durante un incontro promosso dall’azienda biofarmaceutica Madrigal insieme a clinici, istituzioni e rappresentanti dei pazienti.

La malattia può rimanere a lungo silente. Riguardo alle manifestazioni iniziali, Giacomo Germani, direttore dell’Unità Trapianto Multiviscerale dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, ha riferito che “Di solito non causa sintomi e può rimanere a lungo silente. I primi segnali di allarme possono essere stanchezza o dolore nella parte superiore destra dell’addome, dove si trova il fegato”. Secondo lo specialista, nei soggetti più esposti un caso in stadio avanzato su quattro può progredire in cirrosi nell’arco di due anni.

Germani ha evidenziato la necessità di individuare i pazienti con fibrosi avanzata tramite percorsi diagnostici dedicati e valutazioni del rischio clinico e metabolico. Se l’ecografia può rilevare la presenza di steatosi, stimare la fibrosi può richiedere ulteriori accertamenti. “La diagnosi tempestiva rappresenta quindi il primo passo per intervenire prima che il danno epatico diventi irreversibile, riducendo il rischio di complicanze e migliorando le possibilità di trattamento”, ha concluso l’esperto.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Dal grasso alla cicatrice

Il fegato che accumula grasso non è di per sé un fegato malato in modo grave. La semplice steatosi è molto diffusa e in molte persone resta stabile. Il problema nasce quando, in una parte di questi casi, l’accumulo si accompagna a infiammazione e danno delle cellule epatiche: è questa la steatoepatite, la forma che può evolvere.

Il motore principale è la resistenza all’insulina, il legame che accomuna obesità, diabete di tipo 2 e alterazioni dei grassi nel sangue. Quando il fegato riceve più acidi grassi di quanti riesca a gestire, alcuni loro derivati risultano tossici per le cellule. Il danno ripetuto attiva i meccanismi di riparazione, che depositano tessuto cicatriziale: la fibrosi.

Perché conta la fibrosi

Tra tutti gli aspetti della malattia, il grado di fibrosi è quello che più predice l’evoluzione verso cirrosi, insufficienza epatica e tumore. Per questo l’attenzione clinica si concentra meno sulla quantità di grasso e più sulla quantità di cicatrice. Nelle fasi iniziali la fibrosi può regredire; nelle fasi avanzate la reversibilità è più limitata e meno prevedibile.

Il nome stesso della malattia è cambiato di recente. La vecchia definizione la descriveva per esclusione, come epatopatia “non alcolica”. La nuova la lega esplicitamente alla disfunzione metabolica, riconoscendo che fa parte dello stesso quadro che coinvolge cuore e vasi. In queste persone, infatti, le complicanze cardiovascolari restano spesso il rischio dominante.

Come si valuta

L’ecografia vede bene il grasso, ma stima male la fibrosi. Per questo si usano in sequenza strumenti non invasivi: indici calcolati da comuni esami del sangue e tecniche che misurano la rigidità del fegato, che aumenta con la cicatrice. La biopsia resta il riferimento, ma oggi è riservata ai casi dubbi o particolari.

Come si affronta

Il cardine consolidato è l’intervento sul peso e sul metabolismo. Una riduzione del peso corporeo ottenuta con alimentazione e attività fisica riduce il grasso epatico e l’infiammazione e, quando è più marcata, può migliorare anche la fibrosi. Contano anche il controllo del diabete, della pressione e dei lipidi, e la limitazione dell’alcol, che somma il proprio danno a quello metabolico.

Sul fronte farmacologico il quadro si sta muovendo. Dopo molti anni senza terapie specifiche, sono comparsi i primi farmaci autorizzati per la steatoepatite con fibrosi in stadi definiti. Resta da chiarire, con osservazioni più lunghe, quanto riescano a ridurre gli eventi che contano di più, come cirrosi, tumore e trapianto.

Cosa resta incerto

Non è ancora possibile prevedere con precisione quali persone con fegato grasso progrediranno e quali no. Pesano fattori genetici, la durata e la gravità delle alterazioni metaboliche e la loro combinazione. Anche il modo migliore per selezionare chi sottoporre a valutazioni approfondite, in una condizione così diffusa, è ancora oggetto di discussione tra i clinici.

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