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La notizia in breve
Circa 60 laboratori di emodinamica italiani hanno aderito a Resil-Card, progetto europeo dedicato a rafforzare la capacità dei sistemi sanitari di garantire la continuità delle cure cardiovascolari anche nelle situazioni di crisi. Come reso noto dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise), l’obiettivo è coinvolgere complessivamente 110 centri tramite uno strumento di autovalutazione destinato a individuare criticità organizzative, misurare la capacità di risposta alle emergenze e definire le priorità di miglioramento.
I progressi del programma, sviluppato in un arco di tre anni, sono stati presentati a Milano nel corso del 47° Congresso nazionale Gise e durante il meeting conclusivo a cui ha partecipato William Wijns, Principal Investigator del progetto.
In merito alle caratteristiche operative, il presidente Gise Alfredo Marchese ha spiegato che uno degli elementi “è la cosiddetta heat map, una rappresentazione visiva dei risultati dell’autovalutazione che permette di riconoscere le aree di maggiore solidità e quelle nelle quali sono necessari approfondimenti”. Marchese ha inoltre dichiarato che “In Italia, Gise punta a utilizzare l’esperienza di Resil-Card anche per alimentare il confronto con le istituzioni sanitarie sull’ottimizzazione delle reti di emergenza cardiovascolare”, precisando che “L’obiettivo è favorire modelli organizzativi condivisi che permettano di indirizzare tempestivamente ogni paziente verso il centro più appropriato, contribuendo a ridurre le disuguaglianze territoriali, la mortalità e i tempi di ricovero”.

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Perché il tempo conta nelle emergenze cardiache
Quando un’arteria coronaria si chiude, come accade in molti infarti, la parte di muscolo cardiaco che essa nutre resta senza ossigeno e comincia a deteriorarsi in modo progressivo. Per questo in cardiologia si dice che il tempo è muscolo: prima si riapre il vaso, maggiore è la quantità di tessuto che si riesce a salvare e minori sono le conseguenze a lungo termine, come lo scompenso cardiaco.
Il trattamento di riferimento, dove disponibile in tempi adeguati, è l’angioplastica primaria. Si esegue nei laboratori di emodinamica: attraverso un’arteria del polso o dell’inguine si introduce un catetere fino al cuore, si individua l’ostruzione e la si riapre, di solito posizionando uno stent.
Il modello a rete
Non tutti gli ospedali dispongono di un laboratorio di emodinamica attivo a ogni ora. Per questo le emergenze cardiovascolari si organizzano in reti, in cui i soccorsi territoriali, i centri periferici e quelli dotati di emodinamica sono collegati da percorsi condivisi. L’elettrocardiogramma eseguito già sul mezzo di soccorso permette spesso di riconoscere l’infarto e di portare il paziente direttamente al centro in grado di trattarlo, senza passaggi intermedi.
L’efficacia di una rete dipende da fattori geografici, logistici e organizzativi, oltre che clinici. Distanze, viabilità, disponibilità di personale e coordinamento tra strutture spiegano perché l’accesso tempestivo alle cure possa variare da un territorio all’altro.
Cosa significa resilienza in sanità
Per un sistema sanitario la resilienza è la capacità di mantenere i servizi essenziali quando si trova sotto pressione, per esempio durante emergenze epidemiche, eventi climatici estremi o carenze improvvise di risorse. Nelle fasi di forte sovraccarico ospedaliero è stato osservato che parte dei pazienti con sintomi cardiaci ritarda l’accesso alle cure, con possibili conseguenze sugli esiti.
Gli strumenti di autovalutazione organizzativa servono a mappare punti di forza e fragilità di un centro: procedure di riserva, disponibilità di personale, collegamenti con la rete. Hanno però limiti noti. Si basano su quanto dichiarato dalle strutture stesse e misurano l’organizzazione, non direttamente gli esiti clinici. Stabilire in che misura un miglioramento organizzativo si traduca in minore mortalità o in ricoveri più brevi richiede verifiche successive sui dati reali dei pazienti.
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