Il grande problema dei farmaci in Italia: chi ci guadagna davvero?

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Italia, 2024.

Un Paese che ogni giorno ingoia 1.341 pillole ogni mille abitanti, e che spende oltre 37 miliardi di euro in farmaci — tanto per capirci, più del doppio della manovra economica dello scorso anno.

Un’Italia con i cassetti pieni di blister (oltrettutto in gran parte scaduti, ammettiamolo) e la testa piena di guai.

I numeri sono chiari, li ha messi nero su bianco l’ultimo Rapporto OsMed dell’AIFA. Ma i numeri, da soli, raccontano solo metà della storia. Il resto è culturale, sociale, personale.

E prima di proseguire tra ironia e rassegnazione, va detto: nessuno qui giudica chi affronta patologie vere, croniche, pesanti. Perché lo stile di vita può aiutare, ma da solo non basta. E a chi combatte ogni giorno, va solo rispetto. E un grazie a quei ricercatori che rendono la farmacologia ciò che dovrebbe essere: una via d’uscita, non una scorciatoia.

Ma veniamo a noi.

Shutterstock/1844210581

Nel 2024, gli antidepressivi volano: sertralina e duloxetina dominano la scena, praticamente più diffuse del vino rosso a Natale.

E se la risposta standard al disagio esistenziale è una compressa al mattino e una alla sera, forse abbiamo smesso di farci domande.

Non fraintendermi: benedetti quei farmaci che salvano chi sta sprofondando. Ma il problema è un altro: la deriva culturale che trasforma ogni stanchezza in diagnosi, ogni difficoltà in ricetta.

Galleggiamo male, in vite che ci schiacciano, e al posto di cambiare qualcosa — sonno, alimentazione, relazioni — mettiamo un tappo. Un farmaco. Un silenziatore.

E lo stesso vale per il dolore.

Il mercato dei farmaci da banco per dolori muscolo-articolari vale miliardi.

Hai mal di schiena? Prendi un antidolorifico.

Ma se il dolore arriva da una sedia sbagliata, da dieci anni senza sport, da uno stile di vita che ci spegne un centimetro alla volta?

In compenso, abbiamo il gastroprotettore.

Pantoprazolo e simili generano una spesa mostruosa, con consumi inarrestabili.

Li prendiamo prima ancora di star male, come assicurazione sullo sgarro, salvagente del sedentario medio che dopo cena scrolla lo smartphone col reflusso.

Non cambiamo abitudini: le rivestiamo di omeprazolo.

Ogni anno spendiamo oltre 150 milioni in prodotti antinfluenzali (spesso inutili)

Hai 37.5? Tuo nonno andava a letto. Tu invece prendi tre bustine, due spray nasali e l’integratore “miracoloso”.

Ma la febbre è un alleato, non un errore di sistema: è il tuo corpo che prova a difendersi.
Solo che è più comodo zittirlo. Rimettersi in piedi in fretta. Fare finta di niente.

E così arriviamo a tumori e malattie cardiovascolari.

La spesa per i farmaci oncologici è ormai il 28% della spesa pubblica totale.

E per carità, grazie a quei farmaci vivono milioni di persone. Ma se spendiamo miliardi per curare ciò che in parte potremmo prevenire — con meno fumo, meno carne bruciata, più movimento, meno obesità — qualcosa non torna.

Stesso copione con infarti, ictus, colesterolo, pressione alta: cascate di statine, ACE-inibitori, beta-bloccanti per tenere a bada ciò che lo stile di vita potrebbe evitare in partenza.

Il vero dato che non trovi nel rapporto è questo: quanto potremmo evitare, se cominciassimo a prenderci cura della salute prima che diventi malattia?

Ma non lo facciamo.

Non perché siamo stupidi.

Perché prevenire non conviene a nessuno: non genera profitti, non garantisce voti, perché è faticoso. Tanto.

E allora, tra una compressa e un autoinganno, sopravviviamo invece di vivere.

Senza accorgerci che lo stile di vita in realtà funzionerebbe sempre. Anche dopo.

Solo che non sta in una scatoletta sul bancone della farmacia.

Ahhh, povera Italia… Paese di santi, navigatori e gastroprotetti .

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