La notizia in breve
Secondo un dossier realizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), a settembre 2026 sono meno di 2.600 i farmaci temporaneamente carenti, ma quelli mancanti e necessari sono circa una ventina, per i quali occorre attivare la procedura di importazione. Nel documento si precisa che il fenomeno “non rappresenta oggi un’emergenza sanitaria, ma costituisce uno dei principali segnali di fragilità delle catene globali della salute”.
A fronte di oltre ventimila medicinali commercializzati in Italia, circa 2.000 di quelli inclusi nell’elenco hanno un equivalente sul mercato nazionale o un’alternativa per la stessa patologia. Per i restanti 600 farmaci l’Aifa prevede l’autorizzazione all’importazione dall’estero, ma, si legge nel testo, “si tratta per la maggior parte di vecchi farmaci ospedalieri. Infatti, solo una ventina di questi vengono effettivamente importati dalle strutture sanitarie, che per il resto optano per prodotti più moderni e dal profilo più favorevole per il paziente”.
Il dossier riferisce che i dati confermano “come il sistema sia in grado di assicurare comunque la continuità terapeutica”, anche attraverso il Tavolo Tecnico Indisponibilità, istituito nel 2015 con il ministero della Salute. Sulle indisponibilità incidono anche l’aumento dei costi di produzione e la riduzione dei margini per alcuni medicinali essenziali, fattori che possono scoraggiare gli investimenti e che si tenta di contrastare con percorsi di rinegoziazione rapida definiti “fast track”.
Il presidente di Aifa, Robert Nisticò, ha spiegato che i farmaci privi di soluzioni alternative sono poche decine, sui quali l’attenzione si concentra attraverso importazione dall’estero, monitoraggio delle scorte e coordinamento con Regioni, aziende sanitarie e filiera. Nisticò ha aggiunto che, sul tema delle carenze, “è importante partire dai numeri e non dalle percezioni. In Italia fanno rumore le oltre 2.000 specialità medicinali presenti negli elenchi delle carenze, ma nella stragrande maggioranza dei casi esistono farmaci equivalenti o valide alternative terapeutiche che consentono di garantire senza interruzioni la continuità delle cure”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Carenza non significa assenza di cura
Nel linguaggio regolatorio un farmaco è carente quando la sua disponibilità sul territorio non copre il fabbisogno, anche solo per un periodo limitato o in alcune aree. Questo non implica che la terapia sia impossibile. Dal punto di vista clinico ciò che conta non è la singola confezione, ma la possibilità di somministrare un trattamento con la stessa efficacia e sicurezza.
Per questo si distinguono due situazioni. Nella prima esiste un equivalente, cioè un medicinale con lo stesso principio attivo, lo stesso dosaggio e la stessa via di somministrazione. Nella seconda esiste un’alternativa terapeutica, ossia un farmaco diverso ma indicato per la stessa patologia.
Equivalenti e alternative: cosa cambia per il paziente
Il passaggio a un equivalente è di norma lineare, perché la molecola è la stessa e l’effetto atteso è sovrapponibile. Possono cambiare aspetto della compressa, confezione ed eccipienti. Questo può generare confusione, soprattutto nelle persone anziane o in chi assume molti farmaci, e in rari casi pesare su chi ha intolleranze a specifici componenti.
Il cambio verso un’alternativa terapeutica è un atto clinico più complesso. Farmaci della stessa classe possono differire per durata d’azione, interazioni, effetti collaterali e modalità di assunzione. Esiste poi una categoria delicata, quella dei farmaci a ristretto indice terapeutico, in cui la distanza tra dose efficace e dose tossica è piccola: qui anche il passaggio tra formulazioni diverse viene solitamente accompagnato da un monitoraggio più attento.
Perché i farmaci più vecchi sono più esposti
Il sorgente indica che gran parte dei medicinali senza alternativa nazionale sono vecchi farmaci ospedalieri. È un fenomeno noto a livello internazionale. Molti medicinali essenziali, spesso a brevetto scaduto e a basso prezzo, sono prodotti da pochi fabbricanti, e i principi attivi provengono frequentemente da un numero ristretto di stabilimenti nel mondo. Quando i margini si riducono o i costi di produzione salgono, anche un singolo problema produttivo o logistico può ripercuotersi su più Paesi.
Il fatto che le strutture scelgano spesso prodotti più moderni riflette un’evoluzione della pratica clinica. Alcune molecole storiche sono state progressivamente affiancate da opzioni con profili di tollerabilità migliori. Altre invece restano insostituibili per indicazioni specifiche, ed è su queste che la carenza pesa di più.
Cosa resta incerto
I dati aggregati descrivono il sistema nel suo insieme, ma non misurano con precisione l’impatto sul singolo percorso di cura. Tempo impiegato per trovare un sostituto, variazioni nell’aderenza alla terapia ed effetti di cambi ripetuti sono aspetti difficili da quantificare. La valutazione clinica, caso per caso, rimane quindi l’elemento che traduce la disponibilità di un’alternativa in una reale continuità terapeutica.
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