Due dosi Pfizer, una sindrome neurologica e l’indennizzo a Firenze

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La notizia in breve

Il tribunale civile di Firenze, con sentenza del 18 settembre riportata dal quotidiano La Nazione, ha condannato il ministero della Salute a versare a una donna un indennizzo a cadenza bimestrale che oscilla intorno ai 1.000 euro per “danno permanente e irreversibile alla salute”. Secondo la pronuncia, le due dosi di vaccino anti-Covid Pfizer/BioNTech somministrate il 14 aprile e il 5 maggio 2021 avrebbero provocato l’insorgenza di una patologia neurologica, manifestatasi a distanza di 41 giorni dalla prima iniezione e 20 dalla seconda.

La sentenza si fonda sugli esiti di una perizia medico-legale che ha valutato la letteratura scientifica, la successione degli eventi, il quadro clinico della paziente e l’assenza di spiegazioni alternative. Il consulente ha ritenuto “più probabile che no, una correlazione fra le vaccinazioni anti- Covid-19 con prodotto Pfizer/BioNTech” e la sindrome neurologica, attribuendo rilievo a “la mancanza di altra causa identificabile”. Nonostante l’opposizione dell’avvocatura di Stato, il giudice ha respinto la richiesta di una nuova perizia, indicando che le osservazioni di parte sono state vagliate “con estrema attenzione” senza mutare l’esito finale.

La decisione si aggiunge a provvedimenti analoghi già emessi nei mesi precedenti dai tribunali di Asti e Agrigento. Il verdetto non stabilisce in via generale che il vaccino sia causa della patologia, ma circoscrive la valutazione al caso esaminato, riconoscendo un rapporto sufficientemente probabile tra le due somministrazioni e la condizione neurologica accertata.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Causalità clinica e valutazione medico-legale

Stabilire se un evento neurologico comparso dopo una vaccinazione sia stato causato dalla vaccinazione stessa è un problema complesso. La successione temporale è un elemento necessario per formulare l’ipotesi, ma da sola non dimostra un rapporto causale: occorre valutare anche la natura della sindrome, il suo andamento, la plausibilità biologica e la presenza di possibili cause alternative.

In ambito medico-legale, la conclusione può basarsi sul criterio del “più probabile che non”, applicato alla storia clinica della singola persona. Questo criterio esprime una valutazione probabilistica individuale e non equivale alla dimostrazione scientifica che un trattamento provochi abitualmente quella patologia nella popolazione generale.

Il significato dell’assenza di altre cause

Molte sindromi neurologiche possono comparire dopo infezioni, alterazioni immunitarie, malattie sistemiche o, talvolta, senza una causa identificabile. Escludere spiegazioni alternative rafforza un’ipotesi causale, ma l’assenza di un’altra diagnosi non costituisce, isolatamente, una prova definitiva.

La valutazione richiede quindi l’integrazione di documentazione clinica, accertamenti diagnostici, decorso dei sintomi e conoscenze disponibili sugli eventi avversi. Il livello di certezza può rimanere limitato anche dopo un esame approfondito, soprattutto quando la condizione è rara o i suoi meccanismi non sono completamente conosciuti.

Caso individuale e sicurezza collettiva

Il riconoscimento di un nesso in un singolo caso non consente di stimare quanto frequentemente lo stesso evento possa verificarsi né modifica automaticamente il profilo generale di rischio e beneficio di una vaccinazione. Per arrivare a conclusioni valide per la popolazione servono dati raccolti su molti soggetti, confronti con la frequenza spontanea delle patologie e sistemi di farmacovigilanza capaci di individuare segnali coerenti e ripetuti.

Allo stesso tempo, la rarità di un possibile evento avverso non ne esclude la rilevanza per la persona colpita. Medicina clinica, farmacovigilanza e giustizia rispondono però a domande differenti: la prima ricostruisce il quadro individuale, la seconda valuta la sicurezza nella popolazione, la terza stabilisce se, nel caso concreto, siano soddisfatti i criteri previsti per un indennizzo.

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