Preferisci ascoltare il riassunto audio?
Pochi ricercatori visionari avevano previsto qualcosa del genere, ma un recente studio pubblicato su una delle riviste più prestigiose del mondo, Nature, rivela un’inaspettata conseguenza dello sviluppo dei vaccini anti-COVID con tecnologia a mRNA e che riguarda i tumori. Una scoperta che per modalità ed effetti ha stupito gli stessi ricercatori…
Voglio essere onesto con te, sarei un bugiardo se dicessi che con il titolo non ho voluto provare ad attirare un po’ la tua attenzione, ma i giochini finiscono qui perché l’argomento è serio, la scoperta potenzialmente entusiasmante e non voglio in alcun modo scatenare inutili e sterili discussioni che non porterebbero a nulla.
La mia posizione sui vaccini è nota: sono assolutamente favorevole. E ci tengo a dire subito un’altra cosa, così sgombriamo il campo da ogni equivoco: quello di cui vorrei parlati oggi NON è un effetto indesiderato dei vaccini contro il COVID nell’accezione comune del termine.
È un effetto inaspettato, ma certamente non indesiderato di quelle iniezioni che milioni di persone hanno ricevuto e che secondo le stime più recenti e conservative potrebbero aver salvato oltre 2.5 milioni di persone… la notizia di cui parliamo riguarda infatti un possibile e potenzialmente imminente utilizzo della stessa tecnologia a mRNA – quella che ha trovato per la prima volta applicazione durante la pandemia – per affrontare una sfida completamente diversa: quella contro i tumori.
Un po’ di storia
La storia dei vaccini a mRNA è in qualche modo sorprendente, perché sembra una tecnologia nuova, quando in realtà è il risultato finale di oltre 30 anni di ricerca.
Tutto comincia al finire dei mitici anni 80 e inizio degli anni ’90, quando la musica si poteva ancora chiamare tale e alcuni ricercatori iniziano a studiare come usare l’RNA messaggero (mRNA) per “istruire” le cellule del corpo a produrre specifiche proteine.
Ma cos’è, esattamente, l’mRNA? In parole semplici puoi immaginarlo come una busta contenente un manuale di istruzioni che viene spedita dal nucleo della cellula al laboratorio di produzione delle proteine, che si trova nella parte più esterna. Serve a far partire la produzione della proteina giusta, al momento giusto.
Quando la busta arriva a destinazione la proteina viene assemblata e — fatto chiave — quel manuale d’istruzioni viene buttato via nella raccolta differenziata della carta.
Puff… sparito.
L’idea dei ricercatori, se ci mettiamo nei loro panni di trent’anni fa, era davvero straordinaria. Ma, come spesso accade con le intuizioni geniali, oggi ci appare quasi banalmente semplice:
invece di iniettare una proteina del virus, come nei vaccini tradizionali, perché non insegnare direttamente al corpo a produrla da solo?
In questo modo la proteina viene prodotta dalle tue cellule, ma subito riconosciuta come estranea, attivando il sistema immunitario che impara a eliminarla e a difendersi nel caso si ripresenti davvero in forma di microrganismo vivo e attivo.
Il fatto che siano passati 30 anni tra questa prima intuizione e una reale applicazione commerciale la dice lunga sulle difficoltà tecniche incontrate lungo la strada, ma saltiamole a piè pari e passiamo a vaccini anti-COVID, perché è stata proprio la pandemia a fungere da acceleratore:
le aziende BioNTech/Pfizer e Moderna avevano già piattaforme pronte, e grazie agli investimenti e alla collaborazione scientifica mondiale, i primi vaccini a mRNA hanno ottenuto l’autorizzazione nel 2020 e sono da allora stati iniettati letteralmente miliardi di volte.
In pratica, per riassumere perché è poi quello che ci servirà per capire lo studio appena pubblicato, un vaccino a mRNA funziona come una istruzione temporanea: contiene RNA messaggero, il nostro manuale di istruzioni, che induce le cellule a produrre una proteina specifica del virus — nel caso del COVID, la famosa proteina “spike”.
Una volta prodotta questa proteina viene riconosciuta come estranea dal sistema immunitario, che impara a difendersi. E il bello è che l’mRNA non entra nel nucleo delle cellule, quindi non modifica il DNA, perché ti ricordo che l’mRNA è solo la nostra busta con le istruzioni, non la copia originale del manuale custodita gelosamente nel nucleo in forma di DNA. Questo significa anche che il messaggio scompare in pochi giorni, ma la memoria immunitaria resta.
Vaccino e COVID

Shutterstock/Duet PandG
Se sono riuscito a spiegarti il funzionamento probabilmente starai già intuendo come questo può essere applicato ai tumori, ma in realtà la scoperta è ancora più stupefacente e per spiegartela spero mi perdonerà il Perry Wilson per avergli rubato le sue parole, che la spiegano meglio di quanto mai potrei sperare di fare io.
In questo preciso istante, da qualche parte nel mio corpo e così anche nel tuo, c’è una cellula che si è appena trasformata diventando cancerosa. È praticamente inevitabile che succeda, perché un corpo umano è fatto da 35 mila miliardi di cellule, ognuna con un DNA composto da 6 miliardi di basi, ciascuna delle quali può andare incontro a mutazioni imprevedibili in ogni momento della sua esistenza, nonostante i numerosi meccanismi di controllo che provano a mettere un freno.
Questi meccanismi di controllo sono orchestrati dal sistema immunitario e, da questo punto di vista, i tumori che purtroppo nonostante tutti gli sforzi riescono a superare questi sistemi e diventare malattia possono quindi essere immaginati come un fallimento del sistema immunitario, né più né meno come quando ti viene il raffreddore o, appunto, il COVID.
Non dovrebbe quindi stupire che la più grande rivoluzione nella cura del cancro degli ultimi anni — l’immunoterapia — si sia rivelata così efficace e piena di potenziale, perché dà al sistema immunitario una seconda possibilità, un’opportunità per correggere ciò che inizialmente era, ahimè, sfuggito.
Come spiega l’AIRC parliamo di trattamenti che “mirano a risvegliare [risvegliare!] la capacità dell’organismo di difendersi dal tumore, “rieducando” il sistema immunitario a tenere sotto controllo ed eliminare efficacemente le cellule trasformate”.
Ma l’immunoterapia è, appunto, una terapia… e se si potesse invece addirittura anticipare la manifestazione clinica del tumore? Uno degli ambiti più promettenti oggi è evidentemente quello dei vaccini antitumorali a mRNA: l’idea è di creare molecole di mRNA “su misura”, progettate per legarsi a un marcatore specifico del tumore e chiamare a raccolta le truppe del sistema immunitario.
Ma proprio mentre un gruppo di ricerca stava studiando il potenziale di questi vaccini mirati, è emerso qualcosa di inaspettato e del tutto sorprendente: anche i vaccini a mRNA NON mirati sembrano funzionare.
Sì, hai capito bene: vaccini che NON hanno nulla a che fare con il cancro ci proteggono dal cancro… e l’abbiamo scoperto perché di soggetti vaccinati con vaccini a mRNA, da qualche anno, ne abbiamo parecchi.
Lo studio pubblicato su Nature suggerisce che i vaccini anti-COVID a mRNA — quelli di Pfizer e Moderna — potrebbero migliorare la sopravvivenza nei pazienti oncologici in trattamento con immunoterapia. E non si parla di un miglioramento piccolo.
Lo studio
Te la faccio breve: i ricercatori hanno analizzato diversi gruppi di pazienti, ma la più numerosa era composta da quasi 900 persone con uno specifico tumore del polmone, uno dei più comuni e aggressivi.
Tutti avevano appena iniziato un trattamento di immunoterapia a base di cosiddetti inibitori del checkpoint e, tra questi, 180 avevano ricevuto un vaccino COVID a mRNA entro 100 giorni dall’inizio della terapia.
E qui arriva la sorpresa: chi aveva ricevuto il vaccino mostrava una sopravvivenza quasi doppia rispetto a chi non lo aveva fatto, anche tenendo conto di ben 38 potenziali variabili confondenti, tra cui età, sesso, caratteristiche del tumore e altri fattori individuali. Anche dopo questi aggiustamenti, la differenza rimaneva significativa e specifica del vaccino anti-Covid a mRNA, mentre l’aver ricevuto altri vaccini tradizionali, come un antinfluenzale, non era associato ad alcun vantaggio in ottica tumorale.
La ricerca si è poi estesa ad altre popolazioni con tumori anche molto diversi, tra cui un melanoma, con risultati nuovamente e direi quasi inspiegabilmente e significativamente positivi; peraltro gli stessi autori sottolineano come anche i pazienti con tumori che in genere non rispondono bene all’immunoterapia abbiano in questo caso ottenuto notevoli benefici, con un miglioramento di quasi cinque volte della sopravvivenza globale a tre anni.
Interessante notare che la correlazione resiste anche all’analisi di possibili bias, ti lascio in descrizione l’articolo del Dr. Wilson per approfondire questi aspetti più tecnici, ma sottolineiamo ancora un aspetto importante che emerge dalla ricerca, perché un fatto interessante è che anche il solo vaccino a mRNA, somministrato SENZA immunoterapia, mostra una certa efficacia, ma è solo quando viene combinato con l’immunoterapia che il risultato diventa così marcato, suggerendo evidentemente l’esistenza di un effetto sinergico tra i due trattamenti: l’insieme funziona meglio della somma delle due parti.
E in apparenza, fatto ancora più sbalorditivo, non sembra esserci nulla di speciale nel vaccino contro il COVID in sé, perché il punto non è contro cosa è diretto il vaccino, ma il fatto che contenga mRNA.
I ricercatori hanno infatti sostituito l’mRNA del vaccino anti-COVID — che normalmente codifica per la proteina spike del virus — con un altro mRNA che codifica per una proteina del citomegalovirus.
Il risultato? L’effetto anti-tumorale, almeno nel modello animale dove è stato testato, era mantenuto.
La conclusione è che il meccanismo più probabile sia un’attivazione del cosiddetto sistema immunitario innato, ovvero quella parte che reagisce subito alla presenza di un “invasore”, prima ancora che entrino in gioco i reparti speciali.
Ultimo aspetto degno di nota è che l’immunoterapia è spesso di per sé poco efficace nella terapia dei cosiddetti tumori freddi, ovvero quelle forme che non riescono ad innescare un’adeguata risposta immunitaria, ma questo approccio potrebbe aprire nuove strade a farmaci già disponibili, innescando la scintilla necessaria ad accendere il sistema immunitario, togliergli il freno a mano, e trasformarli le cellule mutate in tumori “caldi”.
Il futuro
Ovviamente per il futuro si pensa a vaccini a mRNA personalizzati, mirati specificamente a un determinato tumore o addirittura a uno specifico paziente con uno specifico sistema immunitario, ma se i dati venissero confermati significherebbe che già oggi disponiamo di un’arma economica e ampiamente disponibile, il vaccino contro il COVID, con un potenziale di dimezzare la mortalità per cancro.
L’articolo di commento del Dr. Wilson si chiude poi con un paragone entusiasmante, almeno se come me ami la scienza e il funzionamento straordinario del corpo umano.
Nel 1891 un medico di nome William Coley osservò un fenomeno sconcertante: alcuni pazienti malati di tumore sembravano guarire “miracolosamente” dopo aver superato un’infezione batterica non correlata al tumore.
Coley formulò l’ipotesi — che alla luce di quanto emerso oggi possiamo quindi considerare probabilmente corretta — che l’infezione risvegliasse il sistema immunitario, vedendolo poi impegnarsi con puntiglioso accanimento non solo sui batteri, ma anche sulle cellule tumorali.
A me invece viene in mente — ma preciso che questa è solo una mia personalissima ipotesi, forse un po’ strampalata — che anche la malarioterapia, usata nei primi del Novecento per trattare la sifilide, potrebbe aver funzionato in alcuni casi non solo attraverso la febbre come si era sempre pensato, ma anche per lo stesso principio di Coley: un’infezione acuta che scuote il sistema immunitario e lo costringe ad accendersi anche verso altri bersagli.
Sta di fatto che oggi, a oltre un secolo di distanza da questi tentativi, ci ritroviamo a studiare un virus che ha ucciso milioni di persone in tutto il mondo, ma che — per uno di quei curiosi paradossi della storia — potrebbe contribuire a salvarne ancora di più.