Sugo di pomodoro e prostata: la verità sull’olio che non ti aspetti

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Sugo, passata, pomodoro cotto con un filo d’olio: è un abbinamento che capita spesso di sentire associato alla salute della prostata. Una parte di questa idea ha una base reale. Il pomodoro contiene licopene, e la trasformazione in passata o concentrato, insieme a un po’ di grasso nel piatto, rende questa sostanza più facile da assorbire per l’organismo.

Il passaggio delicato viene dopo. Assorbire di più una sostanza è una cosa, ricavarne un beneficio per la prostata è un’altra. Sul primo punto le prove sono discrete, sul secondo restano incerte. Anche l’idea che sia un consiglio abituale degli urologi manca di riscontro in una raccomandazione specialistica consolidata. Resta da capire da dove nasce il legame con la prostata e fin dove arrivano davvero gli studi.

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Perché il sugo rende il licopene più disponibile

Il licopene è un carotenoide, una sostanza della famiglia dei pigmenti vegetali. La sua biodisponibilità, cioè la quota che l’organismo riesce effettivamente a ricavare dall’alimento, è generalmente maggiore nei prodotti trasformati come passata e concentrato rispetto al pomodoro crudo.

La cottura non crea licopene: lo rende più accessibile. Il risultato cambia da una preparazione all’altra, perché contano la lavorazione, la struttura dell’alimento e il modo in cui il piatto viene preparato.

Il secondo elemento dell’abbinamento è il grasso. Studi condotti sull’uomo indicano che la presenza di grassi nel pasto favorisce l’assorbimento del licopene. È qui che il pomodoro con l’olio trova la sua giustificazione.

Questi studi misurano quanto licopene entra nell’organismo, e lì si fermano. Il rischio di tumore prostatico resta fuori dalle loro misure, così come qualunque vantaggio legato a grandi quantità di olio o all’extravergine rispetto ad altri oli.

Dalle abitudini a tavola al rischio di tumore

Il legame con la prostata nasce dalle meta-analisi, cioè analisi che mettono insieme i risultati di molti studi sulle abitudini alimentari. Alcune trovano che chi consuma più pomodori o più licopene ha un rischio di tumore della prostata un po’ più basso.

Le linee guida dell’Associazione europea di urologia, nel loro aggiornamento più recente, descrivono una tendenza favorevole, più evidente per i pomodori cotti, ma ricordano che queste associazioni non dimostrano causalità. Si tratta di un’associazione, non una prova: chi mangia molto sugo può differire da chi ne mangia poco anche per molte altre abitudini.

Il quadro è anche meno uniforme di quanto sembri. Una revisione recente limitata agli studi prospettici, quelli che seguono le persone nel tempo, non ha trovato un’associazione significativa per il consumo totale di pomodoro, e neppure per quello crudo.

Per il licopene della dieta, chi ne assumeva di più mostrava un rischio stimato appena inferiore, con un margine di incertezza che arrivava a includere l’assenza di qualsiasi differenza. Altre analisi della stessa revisione davano segnali più favorevoli: i risultati cambiano a seconda di che cosa si misura e di come lo si calcola.

Quando il licopene viene messo alla prova

Per capire se una sostanza protegge davvero serve un esperimento: un gruppo la riceve, un altro riceve un placebo, e si confronta quanti tumori compaiono. Gli studi randomizzati costruiti così con il licopene hanno escluso una riduzione significativa dei casi di tumore della prostata.

Sono studi pochi e piccoli. La revisione sistematica dedicata alla prevenzione ne contava tre, con 154 partecipanti in tutto, e in due il rischio di distorsioni era alto. Le linee guida più recenti confermano lo stesso limite.

Significa che un beneficio non è stato dimostrato, cosa diversa dall’aver dimostrato che non esiste. Allo stato attuale, l’idea che più licopene voglia dire meno tumori resta priva di una conferma sperimentale.

Perché il licopene non diventa una cura

Le evidenze disponibili sono insufficienti per considerare il licopene, negli alimenti o in integratore, una terapia del tumore della prostata. Gli studi clinici sono in genere piccoli e misurano spesso parametri intermedi, invece della risposta alla malattia o della sopravvivenza.

Il caso più citato è il PSA, la proteina misurata con un prelievo di sangue per seguire la prostata. I risultati su un suo calo sono discordanti, e alcuni segnali vengono da studi piccoli o da analisi esplorative. Anche quando il valore scende, quel numero da solo non equivale a un miglioramento della malattia.

Ci sono poi due estensioni frequenti. I risultati ottenuti con estratti, integratori o miscele di più sostanze vanno tenuti distinti dal piatto di pasta al pomodoro. Le prove sul tumore non riguardano l’ingrossamento benigno della prostata o i disturbi urinari, per i quali mancano dati robusti.

Le proprietà antiossidanti del licopene spiegano perché sia stato studiato. Dimostrare che prevenga o curi una malattia nell’uomo è un altro passo, che finora manca.

Se hai già una diagnosi

Se hai una diagnosi di tumore della prostata, né il sugo di pomodoro né un integratore di licopene possono prendere il posto delle cure. Le decisioni sulla terapia restano da prendere con lo specialista che ti segue.

Il pomodoro cotto con un po’ d’olio resta un modo efficace per ricavare più licopene da un alimento comune, e questa parte dell’abbinamento è solida. A mancare di prove è il salto successivo, dal licopene assorbito alla prostata protetta. Tra questi due passaggi c’è lo spazio che gli studi, finora, non sono riusciti a colmare.

Fonti

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