A te si forma la lana nell’ombelico? Ecco cosa significa

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Un esperimento al limite dell’introspezione (letterale)

Se pensate che la scienza debba sempre occuparsi di neutrini e buchi neri, sappiate che a volte si infila in posti molto, molto più intimi.

Tipo l’ombelico.

È lì che, a partire dal 2005, il chimico austriaco Georg Steinhauser ha deciso di dedicare parte della sua carriera accademica. Non per mancanza di idee, ma per rispondere a una domanda che da secoli turba l’animo dell’uomo moderno: perché alcuni di noi producono così tanta lanuggine ombelicale?

Il nostro eroe, allora ricercatore all’Università Tecnica di Vienna, ha cominciato a raccogliere personalmente i suoi batuffoli addominali.

Uno a uno.

Giorno dopo giorno.

3 anni.

503 esemplari.

Circa un grammo totale di lanugine.

E sì, a un certo punto si è anche rasato l’ombelico.

Per scienza.

Lanugine, questa sconosciuta

Lanugine ombelicale

Shutterstock/653599738

La curiosità di Steinhauser nasce in giovane età, quando nota che il suo ombelico è un prolifico generatore di lanugine.

Cerca risposte nella letteratura scientifica, ma trova solo una surreale pubblicazione su Nature con tre foto in bianco e nero di batuffoli etichettati “marinaio (in mare)”, “contadino” e “architetto”, senza spiegazioni (Due settimane dopo, Nature corregge: le etichette di marinaio e architetto erano invertite. Grazie per il chiarimento).

Il colpo di grazia arriva leggendo un libro intitolato Why Do Men Have Nipples? che, con disarmante sincerità, afferma che la questione della lanuggine ombelicale “non può essere spiegata”. Steinhauser, indignato, decide che è ora di mettere le mani… sull’ombelico.

Se guardi l’abisso, l’abisso guarda il tuo ombelico

Prendetevi un attimo. Guardate il vostro ombelico. C’è della lanuggine? Di che colore è? E soprattutto: avete la pancia pelosa o liscia come una pesca?

Per Steinhauser, la prima osservazione è semplice ma rivelatrice: la lanuggine ha quasi sempre il colore della maglietta indossata quel giorno.

Da qui il sospetto: viene dai vestiti.

Un’analisi chimica conferma.

Dopo una giornata in T-shirt bianca di cotone, trova lanugine composta principalmente da cellulosa (il componente base del cotone), con un tocco di zolfo e azoto — cioè pelle morta, polvere, grasso e sudore. Bon appétit.

Il ruolo (inquietante) dei peli addominali

Qui le cose si fanno pelose. Letteralmente. Steinhauser nota che la presenza di peli sull’addome è fondamentale per la formazione della lanugine.

Rasandosi la pancia, la produzione cessa.

Quando i peli ricrescono, ila lanugine torna, come un amico invadente che non capisce mai quando è il momento di andarsene.

Ma non è tutto. I peli non sono solo spettatori passivi: sono attivi artigiani della lanuggine. Essendo ricoperti di microscopiche scaglie, grattano via microfibre dai vestiti e, grazie alla loro disposizione a spirale intorno all’ombelico, spingono il tutto verso il centro, come una specie di mulinello biologico che aspira la lanugine.

Una volta raggiunto l’ombelico — il nostro piccolo buco nero personale — le fibre vengono “compattate in una massa simile al feltro”. Secondo i calcoli, una maglietta indossata 100 volte perde circa lo 0,1% della sua massa sotto forma di lanuggine ombelicale. E voi che pensavate di lavarla troppo spesso.

Lanuggine mortale e altri orrori corporei

Per quanto Steinhauser abbia affrontato l’argomento con spirito giocoso, non sempre la lanugine è innocua. Subito dopo la pubblicazione del suo studio, medici del Nebraska segnalano il caso di una donna obesa di 55 anni con un’ombelicolite cronica: perde sangue da mesi. Temono un tumore.

Ma no: è solo una palla di lanuggine larga quasi un centimetro.

La rimuovono.

La donna guarisce.

Finale a lieto fine, ma con un brivido lungo la schiena.

Torniamo seri (forse)

Nel 2018 un ingegnere meccanico indiano, P. Deepu, decise che no, non poteva finire così.

E costruì un modello matematico completo del fenomeno, calcolando forze, attriti, pressioni, movimenti respiratori e perfino la viscosità dell’aria.

Risultato: la lanuggine ombelicale ha ora una teoria fisica completa, degna della meccanica quantistica.

Spoiler: tutta colpa del respiro.

Ogni volta che inspiriamo ed espiriamo, la pancia si muove. Questo crea un movimento relativo tra pelle e vestiti, anche se indossiamo una maglietta aderente. Il tessuto sfrega contro la pelle, i peli grattano via le fibre tessili, e la loro struttura “a squame” agisce come un cricchetto direzionale.

Sì, avete letto bene: i peli funzionano come minuscole rampe dentate, che permettono il movimento delle fibre solo in una direzione: verso l’ombelico.

Il modello matematico: dove la lanugine incontra l’equazione

Il modello sviluppato da Deepu prende in considerazione:

  • La forza di trazione esercitata dal movimento della maglietta (dovuta alla respirazione);
  • L’attrito differenziale tra la fibra di lanuggine e il pelo (più forte nel verso opposto al pelo, più debole nel verso della crescita);
  • La frequenza respiratoria, che agisce come forza oscillante periodica;
  • La curvatura addominale, che influisce sulla pressione del tessuto e quindi sull’abrasione;
  • La densità di peli, che determina se le fibre riescono a passare da un pelo all’altro senza cadere.

Risultato? Una fibra compie un piccolo avanzamento verso l’ombelico ad ogni ciclo respiratorio. E in assenza di ostacoli (tipo un rasoio), finisce inevitabilmente nel buco.

Il modello predice che la massa di lanuggine cresce quadraticamente nel tempo: più tempo indossi la maglietta, più ne raccogli. Dopo 10 ore, si può arrivare a circa 1,8 milligrammi, in perfetto accordo con quanto misurato sperimentalmente da Steinhauser.

Perché alcuni non ne producono

  • Pochi peli = niente trasporto direzionale.
  • Ombelico sporgente (outie) = niente buco dove accumulare.
  • Vestiti larghi = minore abrasione.
  • Respirazione bassa o toracica = meno movimento addominale = meno frizione.

Anche fattori come età e attività fisica incidono: più respiri, più lanugine. E se avete la famosa “happy trail” (la linea di peli pubici che sale fino all’ombelico), complimenti: è un vero tapis roulant per fibre tessili.

 

Fonte principale: The New Scientist

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