Caffè e glicemia: sai cosa succede?

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La domanda sembra semplice, eppure la risposta va in due direzioni opposte a seconda di cosa si intende per “effetto del caffè”:

  • Nell’ora che segue una tazza, la caffeina può spingere la glicemia verso l’alto.
  • Nel corso degli anni, chi beve caffè regolarmente ha in media un rischio minore di sviluppare il diabete tipo 2.

Come si conciliano queste due cose?

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Nell’ora dopo la tazza

La caffeina agisce su diversi sistemi ormonali e può ridurre temporaneamente la capacità dell’organismo di usare bene l’insulina. Il risultato è che lo stesso quantitativo di glucosio dal cibo produce un aumento della glicemia più marcato rispetto a quanto accadrebbe senza caffeina.

Questo effetto non è trascurabile in chi ha già il diabete tipo 2. Con dosi elevate di caffeina assunte prima di un carico di glucosio, la risposta glicemica postprandiale può aumentare del 16–28% rispetto alla situazione senza caffeina. Dosi più basse, quelle di un singolo espresso, producono effetti meno certi. L’assunzione acuta di caffeina superiore a 250 mg, l’equivalente di due-tre espressi, è quella per cui l’effetto sulla glicemia risulta più consistente negli studi.

Un fattore che complica tutto è l’abitudine. Chi beve caffè ogni giorno sviluppa una certa tolleranza alla caffeina, e l’effetto acuto sulla glicemia tende a essere meno pronunciato rispetto a chi la assume di rado. Non è una garanzia, ma spiega perché la risposta varia così tanto da persona a persona.

Il paradosso del lungo periodo

Guardando non alle ore successive a una tazza, ma agli anni di consumo regolare, il quadro cambia completamente. Negli studi prospettici su oltre un milione di persone, chi beveva più caffè aveva una minore incidenza di diabete tipo 2: ogni tazza giornaliera aggiuntiva era associata a una riduzione del rischio di circa il 6–9%.

Anche il caffè decaffeinato mostra questa associazione, il che indica che la caffeina non è l’unico elemento in gioco. Questo però non significa che bere caffè prevenga il diabete: i dati vengono da studi osservazionali, dove è difficile separare l’effetto del caffè da quello di tutti gli altri comportamenti e caratteristiche delle persone che lo bevono. I trial controllati, che permetterebbero di concludere qualcosa di più solido, non dimostrano con certezza che bere caffè migliori la sensibilità all’insulina nel tempo.

La distanza tra “associato a un minor rischio” e “protegge dal diabete” non dimostra un effetto causale, e non giustifica iniziare o aumentare il consumo di caffè per ragioni glicemiche.

Quello che metti dentro conta più del caffè stesso

Un espresso non zuccherato ha un impatto glicemico diretto molto limitato. La situazione cambia quando si aggiungono zucchero, sciroppi, latte in grandi quantità o bevande vegetali zuccherate: questi ingredienti aggiungono carboidrati al caffè e possono alzare la glicemia in modo molto più rilevante della caffeina stessa. Un caffè con sciroppo al caramello e latte intero non è metabolicamente paragonabile a un ristretto.

Per chi ha il diabete, la variabile più importante non è spesso il caffè in sé, ma come viene preparato e con cosa viene abbinato.

Se la glicemia cambia in modo ripetuto

Non esiste una risposta uguale per tutti: il contenuto di caffeina varia tra un espresso e un caffè filtro, il momento della giornata conta, il pasto precedente conta. Se usi un glucometro o un sensore in continuo e noti aumenti ripetuti dopo il caffè, vale la pena osservare in modo sistematico, magari confrontando giorni con e senza caffè nelle stesse condizioni. Se il controllo glicemico è già difficile, parlarne con il team curante ha senso: ridurre la caffeina è un’opzione individuale ragionevole, ma non è una terapia standard e non sostituisce la revisione del piano alimentare e farmacologico.

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