Quanti anni si puo vivere con la fibrillazione atriale?

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Non esiste un numero fisso di anni: molte persone vivono a lungo e restano attive con la fibrillazione atriale. La prognosi, però, cambia da persona a persona e dipende soprattutto dall’età, dalle altre malattie presenti, dalla funzione del cuore, dal rischio di ictus e dall’appropriatezza delle cure. La diagnosi, da sola, non equivale né a una vita necessariamente breve né alla garanzia di un’aspettativa di vita invariata.

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Perché non si può dare una cifra universale

La fibrillazione atriale è associata, in media, a una maggiore probabilità di ictus, scompenso cardiaco, ricovero e morte rispetto all’assenza dell’aritmia. Questo non significa che sia responsabile da sola dell’intera differenza: spesso sono presenti anche ipertensione, diabete, malattie vascolari, renali o cardiache che contribuiscono al rischio.

Le stime sugli “anni persi” variano molto con l’età, con la popolazione esaminata e con il metodo utilizzato. Per questo non possono essere trasformate in una previsione personale.

Alcune ricerche hanno osservato differenze medie di sopravvivenza di circa due anni nei dieci anni successivi alla diagnosi. Altre hanno stimato perdite maggiori nelle persone diagnosticate in età precoce. Sono medie ricavate da popolazioni specifiche, influenzate dalle malattie associate, dal periodo storico e dal sistema sanitario. Non indicano quanto vivrà il singolo paziente.

La fibrillazione atriale è inoltre una condizione cronica che può cambiare nel tempo. La prognosi deve quindi essere rivalutata periodicamente, anziché definita una volta per tutte.

Da cosa dipende la prognosi personale

Per capire il rischio individuale, il medico considera soprattutto l’età, un precedente ictus, la presenza di scompenso cardiaco o una ridotta funzione del cuore, ipertensione, diabete, malattie vascolari e funzione renale.

Non basta sapere se l’aritmia è occasionale o persistente. La valutazione può comprendere storia clinica, elettrocardiogramma, esami del sangue ed eventualmente ecocardiogramma. Alcuni punteggi aiutano a stimare soprattutto il rischio di ictus, ma non permettono di calcolare quanti anni restano da vivere.

Una persona con cuore ben funzionante e poche malattie associate può avere una situazione molto diversa da quella di chi presenta scompenso, danno renale o un precedente ictus. Per questo la domanda più utile da discutere con il medico o il cardiologo non è soltanto “quanto vivrò?”, ma “quali sono i miei rischi modificabili e come vengono controllati?”.

Le cure che incidono sul rischio

Quando il rischio di ictus è sufficientemente elevato, un’anticoagulazione appropriata è fondamentale per prevenire ictus ed embolie. Non serve a tutti: l’indicazione va personalizzata, bilanciando il beneficio con il rischio di sanguinamento, e riesaminata nel tempo. Anticoagulanti e altri farmaci non devono essere sospesi o modificati autonomamente, neppure se il ritmo sembra tornato normale.

La gestione comprende anche il trattamento delle condizioni associate e la scelta tra controllo della frequenza cardiaca e controllo del ritmo. In pazienti selezionati, con diagnosi recente e problemi cardiovascolari associati, intervenire precocemente sul ritmo può ridurre alcuni eventi cardiovascolari maggiori. Questo risultato non significa però che la stessa strategia prolunghi la vita di ogni persona.

Con un trattamento adeguato, molte persone riescono a condurre una vita normale nelle attività quotidiane, continuando controlli e terapie prescritti.

Quando chiamare subito il 112

Serve assistenza medica d’emergenza in presenza di dolore o pressione al petto, grave mancanza di respiro o perdita di coscienza.

Chiama il 112 anche davanti a possibili segni di ictus: improvvisa asimmetria del viso, debolezza di un braccio o difficoltà nel parlare. Occorre agire rapidamente anche quando questi disturbi sembrano migliorare o scomparire dopo poco.

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